SIRE,

Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili,

che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere

cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la

parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè

di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da

porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le

note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce

solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare

d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi:--_da quella voce

può forse venirmi il Vero?_--Allora, uditemi: però che io, parlandovi,

non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno

credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non

guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla

monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste,

volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi

scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che

ciarla di _libertà_ e manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono

quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono

d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere

morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma

per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi

d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle

patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita

potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno

potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata,

energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando

l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto

in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746

alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella

pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi

s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita--vita d'un Popolo che

non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'ITALIA,

che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a

Capo Passaro--io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita:

se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I

cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che

non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono

ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle

pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono

rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima

vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, nato di popolo,

la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più

cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.

Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita;

forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei

milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro

principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto

dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola

parola: UNITÀ:--Voi non avete osato proferirla quella parola: però non

sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente

che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è

ignota.

L'Italia cerca Unità. Essa vuole costituirsi Nazione Una e Libera. Dio

decretava questa Unità quando ci chiudeva tra l'Alpi eterne e l'eterno

Mare. La storia scriveva Unità sulle mura di Roma; e il concetto

unitario ne usciva così potente, che, varcando i limiti della Patria,

unificava due volte l'Europa. Il lento lavoro dei secoli ha logorato di

tanto le differenze che invasioni, colonie e conquiste aveano posto tra

le famiglie seminate sulla nostra terra, che più d'ogni altro forse il

nostro Popolo rappresenta quasi universalmente, comechè servo e

smembrato, nelle usanze e nella convivenza sociale, il sentimento della

eguaglianza. L'Unità d'Italia fu l'ideale dei nostri Grandi, da Dante a

Machiavelli, da Machiavelli ad Alfieri. Nel nome della Unità muoiono da

mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli o coll'armi in pugno,

da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome

dell'Unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi e influenza, e

perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in

Italia, da far della Questione Italiana una Questione Europea, e

somministrare a Voi, Sire, ed ai vostri il terreno ch'oggi vi frutta

lodi e potenza. L'Unità è voto e palpito di tutta Italia. Una Patria,

una Bandiera Nazionale, un solo Patto, un Seggio fra le Nazioni

d'Europa, Roma a Metropoli: è questo il simbolo d'ogni Italiano.

Voi parlaste d'Indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50 000

volontarî. Ma era la metà del problema. Parlatele di Libertà e di Unità:

essa ve ne darà 500 000.

Che cos'è l'indipendenza per Napoli, per la Sicilia, per la metà delle

provincie Romane? Oltre a dodici milioni d'Italiani gemono sotto una

tirannide domestica, eguale a quella esercitata sul Veneto dallo

straniero. Il birro e il prete contendono ad essi ogni sviluppo di vita.

Le galere, il bastone, il carnefice, sono sostegno ai Governi. Che

importa ai miseri Perugini, che importa ai tormentati di Napoli e di

Sicilia che la potenza dell'Austria non s'estenda oltre il Mincio? E

Venezia? E Roma? Dov'è, senza Roma, l'Italia? Là stanno, come belva

accasciata su cadavere di generoso, diecimila Francesi, stranieri

anch'essi; e la tirannide papale non vive che di quell'ajuto. Voi

v'alleaste con essi. La vostra Indipendenza non protegge il Santuario

d'Italia. Ah, Sire! Non rimproverate l'Italia per non avervi dato di

più: ammiratela per aver gettato a' vostri piedi, senz'ombra di patto,

50 000 vite di giovani, dietro un programma sì monco, sì meschino e

ingannevole, come quello che Voi le affacciaste.

E badate. Malgrado le angustie e le contradizioni di quel programma,

tanta era la fiducia in Voi, Sire, tanto l'impeto del lungo dolore e

della lunga speranza, tanto il convincimento che il Piemonte non avrebbe

voluto, una volta sguainata la spada, rimanersi a mezzo la via, che

l'Italia era presta a ben altro. Se non che i vostri non vollero;

tremavan del Popolo; paventavano in esso la coscienza, crescente

coll'azione, de'suoi diritti; in voi temevano che imparaste a

conoscerlo. Sapete Voi, Sire, con quanto artificio, con quanta

insistenza di predicazione codarda, s'ammorzò, per cinque mesi, ogni

passione generosa, ogni fiamma d'entusiasmo, ogni nobile impulso di

sacrificio in questo Popolo che si volea chiamare a rivivere? Come

s'insegnò, da quei che parlavano in nome vostro, unica virtù la

disciplina, l'inerzia, quasi le Nazioni s'educhino a forti fatti

cogl'instituti gesuitici? Come fummo sistematicamente calunniati presso

le moltitudini, noi che insegnavamo ad esse--in nome dell'Unità (Unità

inevitabilmente regia, se il re la facesse)--la virtù della lotta, del

sacrificio e del saper morire, pegno certo di vita? Come si profanò di

scherno, quando non di sospetti feroci, dalle gazzette patrocinanti la

vostra causa, l'ardita impresa degli uomini del febbrajo 1853, la

protesta di Bentivegna, la sepoltura deserta di Pisacane? Sapete come fu

dai vostri ricusata l'iniziativa che il popolo di Milano offriva di

assumersi poco prima della guerra, quando gli Austriaci erano tuttavia

pochi e potevano cogliersi alla sprovveduta? Sapete come alla Sicilia,

ordinata a insorgere e irrequieta per gl'indugî durante la guerra, fu

detto: _no; attendete il cenno_; e il cenno, per arcane ragioni, non

andò mai? L'insurrezione del Sud, fervente la battaglia al Nord, fondava

d'un getto l'unità del moto; fondava, in vostro nome, l'Unità

dell'Italia: e nessuno, tra i maneggiatori che vi s'agitavano intorno,

voleva o s'attentava di voler l'Unità. Intanto questo povero Popolo

s'addottrinava a non credere in sè, a perdere ogni virtù iniziatrice, ad

aspettar salute, non dal proprio furore, ma solamente dai battaglioni

ordinati, dalle artiglierie e dai Generali in capo. E ne vedemmo gli

effetti. Ma se, dall'inerzia di molti e dalle titubanze di tutti, Voi

desumeste, Sire, che questo Popolo non ha in serbo altra vita da quella

infuori che rivelava negli ultimi mesi, mostrereste di non conoscerne la

natura nè la storia, e d'aver dimenticato i fatti d'undici e di dieci

anni addietro. Le manifestazioni della vita d'un popolo stanno in

ragione dell'intento che gli si propone, e dell'audacia dei capi che lo

dirigono.

Sire, non bisogna dimenticarlo: Voi non v'affratellaste col Popolo

d'Italia, nè lo chiamaste ad affratellarsi con Voi. Sedotto dalla trista

politica d'un ministro, che antepose l'arti di Lodovico il Moro alla

parte di rigeneratore, Voi rifiutaste il braccio del nostro Popolo, e

chiamaste, senza bisogno, in un'ora infausta, alleate ad una impresa

liberatrice l'armi d'un tiranno straniero; senza bisogno, dico, perchè

se voi dicevate ai Lombardo-Veneti d'insorgere subitamente, quando

l'Austria era, in Italia, debole e improvvida, e vi tenevate

apparecchiato a seguire, i Lombardo-Veneti riconquistavano senz'altro la

terra loro fra l'Alpi e il mare, e a Voi non rimaneva, per vincer la

guerra, che correre, sprezzando gli avanzi nemici appiattati nelle

fortezze, sui gioghi del Tirolo e dell'Alto Veneto. In quell'ora, della

quale Voi dovete ancora ammenda all'Italia, Voi perdeste i nove decimi

delle forze che il Paese era presto a darvi: perdeste gli uomini--e son

più molti che i faccendieri non curan di dirvi--i quali, come noi, non

adorano ciecamente l'idolo della forza, e non sagrificano a una menzogna

la loro coscienza; perdeste tutti coloro che, davanti all'immenso

apparato di guerra regolare, dissero a sè stessi: _non hanno bisogno di

noi_; perdeste il Popolo, che sentì la diffidenza e pensò: _il re non ci

vuole_; perdeste la consacrazione del santo entusiasmo, dell'ire sante,

delle sante audacie che creano la vittoria; perdeste l'ajuto onnipotente

della Rivoluzione, senza la quale non si fonda, in Italia, Unità. Però

che, Sire, stringendo la malaugurata alleanza, Voi rapivate alla Causa

d'Italia, l'aureola di virtù che la faceva cara agli uomini e a Dio, per

affratellarla col vizio e coll'egoismo; la facevate scendere

dall'altezza di un _principio_ al fango d'un _interesse_ e delle oblique

ambizioni altrui; mettevate un'opera di libertà sotto la tutela del

dispotismo; toglievate ogni sanzione di moralità all'impresa; stendevate

la mano liberatrice alla contaminazione del tocco d'un uomo la cui mano

gronda del miglior sangue di Roma e Parigi; e quanto a Voi, Sire, invece

d'un alleato, vi davate un padrone.

No, Sire; non rimproverate di freddezza l'Italia; non diffidate di

questa terra che, schiava e smembrata, ha saputo, colla costanza dei

tentativi e colla pertinacia de' suoi Martiri, farsi centro di tutte le

questioni d'Europa--che, ridesta per brev'ora, fu capace di sperperare

in Lombardia, in cinque giorni, un esercito di 75 000 uomini; capace di

resistere per due mesi, in Roma, con 14 000 uomini raccolti sotto una

bandiera di Popolo, a 30 000 e più Francesi; capace di resistere, con

armi di militi improvvisati, per diciotto mesi in Venezia, ad Austriaci,

fame e colèra; capace di combattere come combattè, colle braccia dei

popolani, a Brescia, a Bologna, a Palermo, a Messina. Voi non l'avete

voluta mai.

* * * * *

Sire, volete averla? Averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e

d'azione? Averla con forze tali da far sì che ogni Diplomazia s'arresti

impaurita, ogni disegno d'avversi si sperda davanti a essa?

Osate.

La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L'audacia è

il Genio dei forti, in circostanze difficili. I popoli la seguono perchè

vi scorgono indizio di chi non li tradirà nel pericolo. La fede genera

la fede. Maturi i tempi per una impresa, nella potenza della

_iniziativa_ sta il segreto della vittoria. S'anche oggi seguiamo noi

tutti, ammaliati o tementi, le fortune di Francia e le sue volontà, è

perchè, mezzo secolo addietro, un potente--Danton--ne compendiò

l'iniziativa nella parola _audacia_; e una Assemblea si fece, davanti

all'Europa in armi, incarnazione di quella parola. Da quel giorno ha

data l'inviolabile Unità della Francia.

Sire! L'Italia vi sa prode in campo, e presto, per l'onore, a far getto

della vostra vita. Sire, il giorno in cui sarete presto, per l'Unità

Nazionale, a far getto della vostra corona, Voi cingerete la Corona

d'Italia.

L'Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta sia rara in

un re, l'ultimo tra i vostri volontarî può farne mostra; e la vita è per

lui sacra d'affetti di madre, di sorella, d'amica, che son la corona

dell'anima sua. L'Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio;

potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo: forte di quel

coraggio morale che, intraveduto un dovere, un'alta impresa da compiere,

ne fa sua stella, e la segue intrepido, irremovibile sulla via, senza

arretrarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo,

mostrarvi tale, e per questo vi scrivo: pur, finora, Sire, non vi

_siete_ mostrato tale.

Sire, Voi accettaste la pace di Villafranca e rifiutaste--però che

l'accettazione sottomessa all'arbitrio di Governi stranieri è

rifiuto--il voto d'alcuni milioni d'Italiani, che, credendo darsi

all'Unità, si davano a Voi.

Il primo atto cacciava l'Italia a' piedi d'un _uomo_ straniero: il

secondo cancella il Diritto Italiano a pro d'un _principio_ straniero. E

l'_uomo_ e il _principio_ sono ambi incarnazioni del Dispotismo.

Sire, troppi adulatori fanno a gara per isterilire i germi del bene che

possono essere in Voi, perch'io non vi dica la verità. L'accettazione

della pace di Villafranca sarebbe atto di codardo, se non fosse vostro.

La lode al padre, Sire, non può giungervi grave, quand'anche racchiuda

un rimprovero per Voi: avete tempo per darle solenne e gloriosa

risposta. Sire, vostro padre non avrebbe apposto il suo nome a quel

Patto. Il padre vostro mancò egli pure, nella sua combattuta ed incerta

vita, d'energia di proposito e di fede nel Popolo d'Italia. Ma quando,

dopo la battaglia di Novara, ei vide ch'altro non gli rimaneva se non

regnare vinto e sommosso, e segnar del suo nome patti umilianti, gettò

sdegnoso la corona da sè e s'incamminò volonteroso sulle vie

dell'esilio. Voi segnaste il patto umiliante, uscendo da tre, da quattro

vittorie. Segnaste un patto che tradiva Venezia, l'Italia, le vostre

promesse e gli uomini che, sulla fede di quelle, s'erano da ogni parte

d'Italia affrettati a combattere intorno a Voi: un patto che v'era

imposto dallo straniero; imposto da chi era sceso come vostro alleato e

si faceva a un tratto insolente padrone; imposto, senza pur chiamarvi a

discuterlo; imposto col tratto villano di chi vi tiene per nullo e

incapace di ribellarvi. E perchè l'Europa potesse fraintendervi avido,

più che d'onore, di preda, accettaste--offesa mortale all'Italia ed a

Voi--che la Lombardia vi fosse trasmessa come feudo di seconda mano dal

Signore straniero. Sire, un privato a' tempi nostri non soffrirebbe

l'oltraggio. Io non so di qual tempra s'informino l'anime dei re; ma so

che s'io fossi Voi non potrei dormire una notte, senza che l'imagine

della povera, santa, eroica, tradita Venezia, mi apparisse, rimprovero

tremendo, fra i sonni; nè potrei scorrere, il giorno, coll'occhio le

file de' miei e vedervi i volontarî di Perugia e di Roma, senza che il

rossore mi salisse su per le guancie.

Dell'accettazione _condizionale_, data al voto delle provincie del

Centro, non parlo: è tristissima conseguenza del primo fatto. Voi non

siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo della Francia

imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte all'Italia,

inspirazioni a Parigi.

Sire, Sire! In nome dell'onore, in nome dell'orgoglio Italiano, rompete

l'esoso patto! Non temete che la Storia dica di Voi:--_ei fece traffico

del credulo entusiasmo degli Italiani per impinguare i proprî dominî?_--

Sire! io nol credo. Io vi credo--e lo scrissi anni addietro, quando i

vostri mi condannavano a morte, per aver tentato di promovere con armi

liguri il tentativo d'un prode amico nel Sud--migliore dei vostri

ministri e dei faccendieri politici che vi circondano. Credo che viva in

Voi una scintilla d'amore e d'orgoglio Italiano. Ma s'è vero--se ciò

ch'io sentii, leggendo alcune vostre recenti, semplici, spontanee parole

di risposta a non so quale adulatrice deputazione, non è illusione di

chi desidera--non avete energia che basti per vivere di vita vostra?

Sperdete, perdio, lungi da Voi quel brulichio di pigmei consiglieri di

codardia, come il leone sperde, scotendo i velli, gl'insetti che gli si

affollano intorno. Perchè assumeste, sul cominciar della guerra, la

Dittatura? Per accarezzare le voglie dispotiche dell'Alleato? Per

imporre silenzio, con abbiette persecuzioncelle, ad uomini che, come me,

osano dirvi la verità? I padri nostri assumevano la Dittatura per salvar

la Patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purchè siate

Liberatore. Ma cominciate dal liberar Voi medesimo dagli uomini che

tradirono il concetto Italiano nelle mani del carnefice di Roma, e dalla

turba impotente che incatena negli artificî diplomatici il pensiero

dell'anima vostra.

Sire! La guerra Italiana non è finita; non è se non cominciata. Per Voi,

le vittorie di Lombardia non debbono costituirne che la prima campagna.

A Voi spetta, per le date promesse, il far che riarda; all'Italia, il

sostenerla e compirla.

Ma non è col guadagnar tempo che potete ottenere l'intento. I dieci, i

venti, i trenta mila uomini che potrete aggiungere al vostro esercito,

son nulla a petto di ciò che perdete, indugiando. L'Italia si sfibra

nello scetticismo e nello sconforto: l'entusiasmo si spegne: la

Diplomazia diffonde i germi del dissolvimento; le questioni si

_localizzano_: il moto perde il suo carattere nazionale.

Voi avreste dovuto respingere sdegnosamente il patto di Villafranca:

avreste dovuto dire a Luigi Napoleone: _io non tradisco le mie

promesse_; e dire all'Italia: _l'alleato straniero ci abbandona; io

continuo solo la guerra, e chiedo al Paese la cifra d'uomini, sottratta

da quell'abbandono, all'esercito_.

Voi nol faceste, ma siete in tempo. Affratellatevi al Popolo:

affratellatevi, senza tremarne, alla Rivoluzione. In essa troverete

forza più che sufficiente all'impresa. I centoventimila uomini di

milizie regolari, che il Piemonte e il Centro vi danno, sono nucleo che

basta a determinare l'insurrezione generale d'Italia; Voi trarrete altri

centoventimila uomini di milizie regolari, e tutto un Popolo in armi, ad

afforzare ed agevolare le operazioni dell'esercito, a fiancheggiarne le

mosse, a creare una perdita al nemico in ogni passo ch'ei mova; a

rapirgli in un subito forza e coraggio.

Un esercito, e l'Insurrezione di tutto un Popolo: Voi potreste, Sire,

aver questo in brev'ora; ma per averlo, è necessaria una cosa:

Osare.

Dite a Luigi Napoleone: «Io diffidai dell'Italia; accettai una pace non

mia. Ma l'Italia non ha diffidato di me; ed io sento gli obblighi che

quella fiducia m'impone. Io ritratto l'accettazione. Farò, libero d'ogni

vincolo, ciò che Dio e la mia Patria m'inspireranno. A Voi non chiedo se

non una cosa: l'astenervi da ogni intervento nelle cose nostre, e

lasciar, come prometteste, l'Italia libera di compiere coll'opera

propria l'impresa che iniziaste con me. E a quel patto, avrete me grato,

l'Italia amica sempre alla Francia.»

Dite ai Governi d'Europa: «Voi avete cancellato il vecchio Diritto

Europeo, i Trattati del 1815, in Polonia, nel Belgio, in Oriente, per

ogni dove. L'esperienza degli ultimi quarant'anni vi ha dimostrato--e lo

avete confessato più volte--che non v'è pace possibile in Europa, se non

accettando il principio che ogni Popolo assetti da per sè le proprie

faccende interne. Ci apprestiamo a farlo. In nome del Diritto Italiano,

io vi chiedo di lasciarci liberi e soli. Contro l'Austria noi non

chiediamo ajuto fuorchè alle nostre spade: fate soltanto che nessuno

l'ajuti: statevi custodi del campo: e rendete tarda giustizia al Popolo

dal quale vi venne gran parte dell'incivilimento che allieta le vostre

contrade.»

Dite agli Italiani: «Voi mi salutaste primo soldato della vostra

Indipendenza, ed io non tradirò la missione che m'affidaste. Non v'ha

indipendenza per gli schiavi, nè forza possibile pei divisi: siate

dunque Popolo libero ed uno; chiuda la vittoria la lunga serie dei

vostri Martiri: dal 1848 voi provaste con fatti che i tempi sono maturi

per questo. Sorgete or dunque: sorgete tutti. Rovesciate le barriere

artificiali che vi disgiungono, com'io lacero ogni vecchio patto avverso

alla vostra Unità. Liberatevi da quanti v'opprimono, e accentratevi dove

vedrete, sotto la bandiera tricolore, splendere la spada ch'io snudo. Se

Dio m'ajuta e voi compite il debito vostro, io non la riporrò nella

guaina che in Roma, dove i vostri rappresentanti detteranno il Patto di

amore pei ventisei milioni che popolano la nostra Italia. Ma badate! Io

vi chiedo, oltre quello che io qui raccolgo d'intorno a me, duecentomila

uomini in armi: vi chiedo i mezzi necessarî a mantenerli in azione: vi

chiedo illimitata fiducia; vi chiedo, per vincere, di esser presti,

com'io sono, a morire. Schiavi o Grandi; non v'è via di mezzo per noi.»

Sire, gl'Italiani _saranno_ grandi il giorno in cui Voi proferirete

parole sì fatte: i Partiti saranno spenti fra noi. Due sole cose avranno

vita e nome in Italia: il Popolo e Voi.

Sire! di che temete? Dell'Austria? Coll'Italia intera--però che il

linguaggio ch'io vi propongo vi dà Napoli e la Sicilia--schierata sotto

la vostra bandiera? Coll'Ungheria presta a insorgere ed

affratellarsi?--Dell'Inghilterra? L'Inghilterra è con Voi, purchè Voi

non siate con Luigi Napoleone.--Dell'alleato? L'alleato scese,

collegandosi con Voi, in Italia, per tentare di riacquistarsi,

patrocinando una nobil causa, un'aura popolare perduta: ei non può

scendere oggi a combatterla: non può dire alla Francia: _chiesi jeri

l'oro e il sangue de' tuoi figli contro l'Austria a pro dell'Italia:

oggi li chiedo a pro dell'Austria contro l'Italia_.--L'alleato affrettò

la pace perch'ei si sapeva minacciato ne' suoi dominî dall'invasione

Germanica; e quella invasione pende, minaccia perenne, sul di lui capo.

Ei poteva jeri fare, pe' suoi fini, la parte d'_emancipatore_; quella

del _tiranno_ gli è oggimai, al di fuori dei confini Francesi, vietata

dalla Prussia, dalla Germania, dall'Inghilterra e dalle tendenze ch'or

ricominciano in Francia a manifestarsi.

No; la prima guerra di Luigi Napoleone non sarà contro Voi, Sire; sarà

tra lui, l'Inghilterra e Germania.

Ma, Sire; a che parlarvi di cose che vi sono, o dovrebbero esservi note

più assai che a me?--Io vi chiamo, in nome d'Italia, ad una grande

impresa: ad una di quelle imprese nelle quali il forte numera gli amici,

non i nemici. Vi chiamo all'alleanza con 26 milioni d'Italiani, padroni,

purchè uniti e guidati, dei proprî destini. Vi chiamo a porvi a capo

d'una Rivoluzione Nazionale, che troverà, s'altri mai s'attentasse

reprimerla, alleati nei Popoli quanti sono ai quali manca una libera

Patria. Vi chiamo a una Iniziativa che può diventare Iniziativa Europea.

Metà dell'Europa, Sire, trasalirà plaudente al sorger d'Italia, come

trasalì, plaudente ed ajutatrice, al sorgere degli Stati Uniti, della

Grecia, d'ogni guerra di Popolo che vuol farsi Nazione, d'ogni grande

fatto provvidenziale: l'altra metà si ritrarrà sospettosa, ma trepida.

La Diplomazia è come i fantasmi di mezzanotte: minacciosa, gigante, agli

occhî di chi paventa, si dissolve in nebbia sottile davanti a chi le

mova risolutamente incontro. Osate, Sire: allontanate da Voi qualunque

tema, o vi suggerisca temenza. Circondatevi di pochi uomini la cui vita

intera parli fermezza di principî, schietto amore d'Italia e potenza di

volontà. Date pegno al Popolo di libertà; lasciate vita alla stampa,

alle Associazioni pubbliche, alla pubblica parola: stampa, associazioni,

convegni pubblici, vi creeranno intorno quel fermento, quell'entusiasmo,

dal quale trarrete quante forze vorrete; la libertà non ha pericoli se

non per chi ha in animo di tradirla.

Dimenticate per poco il re, per non essere che il primo cittadino, il

primo apostolo armato della Nazione. Siate grande come l'intento che Dio

vi ha posto davanti, sublime come il Dovere, audace come la Fede.

Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi, con Voi. Movete innanzi,

senza guardare a dritta o a manca, in nome dell'eterna Giustizia, in

nome dell'eterno Diritto, alla santa Crociata d'Italia. E vincerete con

essa.

E allora, Sire, quando di mezzo al plauso d'Europa, all'ebbrezza

riconoscente dei vostri, e lieto della lietezza dei milioni, e beato

della coscienza d'aver compito un'opera degna di Dio, chiederete alla

Nazione quale posto ella assegni a chi pose vita e trono perch'essa

fosse Libera ed Una--sia che vogliate trapassare ad eterna fama tra i

posteri col nome di Preside a vita della Repubblica Italiana, sia che il

pensiero regio dinastico trovi pur luogo nell'anima vostra--Dio e la

Nazione vi benedicano!--Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in

esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia

giovinezza, esclamerò nondimeno coi miei fratelli di Patria:--Preside o

Re, Dio benedica a Voi, come alla Nazione per la quale osaste e

vinceste.

_Firenze, 20 settembre 1859._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 124 / 227 题