SIGNORE.

Quando vostro fratello scriveva da Terni le parole che stanno in capo al

mio scritto, voi eravate al suo fianco. La _causa sacra_ per la quale

egli e voi eravate presti a combattere, era la stessa ch'oggi chiamate

_demagogia_. Il governo agli ordini del quale voi ambivate sottomettervi

era, come il nostro, governo d'insurrezione; decretava, come il nostro,

l'abolizione del potere temporale del papa. Non sorse in voi un ricordo

di quei giorni, mentre scrivevate le linee calunniatrici di Roma nel

vostro Messaggio? Non vedeste levarsi, come un rimorso, la pallida

faccia del fratello vostro tra voi e quella bandiera di popolo sotto la

quale voi militavate vent'anni addietro, semplice volontario con lui, e

alla quale oggi voi, presidente di Francia, insultate? Io era allora

prigione in una fortezza, in Savona, dove un papa fu confinato da vostro

zio: e giurava a me stesso che nè terrore di persecuzione nè seduzione

d'egoismo m'avrebbero sviato mai d'un sol passo dalla bandiera che voi

pure abbracciavate con ardore. Ho speso intorno a quella promessa le

forze, le gioje e le speranze individuali della mia vita; ma posso

guardare con occhio sicuro attraverso quei vent'anni passati senza che

un solo ricordo venga a cozzare coll'oggi, senza che una sola imagine di

congiunto o d'amico si levi a dirmi: _tu hai falsato il giuramento

dell'anima tua; tu hai travolto nel fango e calpestato con orma violenta

il Dio de' tuoi anni più puri!_

E quando nel 1833, sopra una terra repubblicana, confortavate l'esilio

col nobile orgoglio d'aver compagni i migliori di tutte contrade

perseguitati dai loro governi, voi stringevate una seconda volta il

patto di fratellanza cogli uomini ai quali oggi il vostro Messaggio

vorrebbe porre in fronte il marchio di demagoghi. Repubblicani erano e

chiamati demagoghi dai loro oppressori i cinquecento Polacchi ai quali

voi mandavate le amiche parole: repubblicani e ribelli al papa gli esuli

d'Italia ch'erravano tra le valli svizzere, adocchiati, com'oggi dalle

vostre, dalle spie di Luigi Filippo. Non ripensaste al vostro linguaggio

di diciassette anni addietro, mentre osavate chiamare _libertà vera_

quella di ch'oggi godono, mercè vostra, gli abitanti delle terre romane?

Non vi sentiste il rossore salire alla fronte mentre dicevate _onore

cospicuo_ l'atto che condannò all'esilio migliaja d'uomini salutati dal

loro popolo liberatori? Io era, quando voi parlavate in Arnenberg, tra

quei proscritti nelle cui file eravate allora altero di connumerarvi; ed

anch'oggi son tale e perseguitato, come i miei fratelli di Polonia e

Germania, di note confidenziali dai vostri satelliti interpreti del

Messaggio. Ma posso levar serena la fronte davanti agli uomini senza

temere che un solo de' miei antichi compagni d'esilio mi dica: _tu hai

tradito il patto stretto nella sventura; tu hai aggiunto il tuo al nome

dei proscrittori_.

In nome degli esuli di Roma e di tutta Italia, io vi ringrazio, signore,

delle parole scritte su noi nel vostro Messaggio. Per esse noi sentiamo

insuperbirci, conforto supremo, nell'anima la coscienza di combattere

per una causa che non ci costringe a contraddirci e a mentire. La nostra

parola d'oggi è quella dei primi giorni della nostra carriera politica:

voi date forzatamente una mentita a vent'anni della vostra vita. Noi,

militi della fede repubblicana, non invochiamo a vincere se non il

libero suffragio del popolo: voi, amministratore d'una repubblica,

mutilate il suffragio in patria, lo cancellate coll'armi al di fuori.

Noi a mantenere il nostro governo in Roma non avevamo bisogno d'esilî,

di proscrizioni, ma d'una bandiera e d'un grido al popolo, perchè in

nome di Dio la proteggesse siccome sua: voi a mantenere in Roma il

governo che affermate voluto dalla maggioranza, dichiarate aver bisogno

che si prolunghi il soggiorno dell'armi francesi; a mantenerlo in

Francia, avete bisogno di continue destituzioni, di numerosi

imprigionamenti, di sciogliere in cento località le milizie cittadine,

di perpetuare in più dipartimenti lo stato d'assedio, d'introdurre

limitazioni alla stampa, alle associazioni, alla universale

rappresentanza. Noi ristampiamo le sedute della vostra Assemblea, le

parole del vostro Messaggio: voi ponete per quanto è in voi divieto

sulle nostre difese; la vostra polizia contende la frontiera all'_Italia

del popolo_; la vostra Assemblea non osa leggere le nostre proteste. Noi

accusiamo: voi calunniate. Giudichino gli uomini onesti d'Europa da qual

parte stia il Vero e la coscienza del Dritto. Giudichino dove stia la

_fazione_.

* * * * *

Alle parole del vostro Messaggio, il COMITATO NAZIONALE ITALIANO ha

contrapposto la protesta che precede queste mie pagine[109]. La vostra

maggioranza, signore, ha cercato soffocarla tacendone. Dai popoli ai

quali voi tenete la spada di Brenno alla gola, essa non accetta che

_petizioni_. I selvaggi delle foreste d'America sospendevano le torture

per rispettare nel prigioniere il diritto di conchiudere il suo inno di

morte, e d'oltraggio ai tormentatori: i vostri non hanno il coraggio di

dire: _lasciamo passare il grido delle nostre vittime_. Essi votano la

rovina d'un popolo nel silenzio: _la mort sans phrases_.

E nondimeno, voi non soffocherete quel grido, signore. Finchè rimarrà un

angolo dell'Europa capace di contenere una stamperia pubblica o

segreta--finchè vivrà un uomo, forte d'amore e di sdegno, incapace di

dimenticare, perchè caduta, la patria e incapace di tacere la verità

all'oppressore, perchè potente--quel grido sorgerà a turbare i vostri

sonni presidenziali. Quell'angolo di terreno esiste ancora, signore; e

quell'uomo anch'egli: io oggi, un altro qualunque de' miei compagni

domani. Io v'ho promesso che evocherei di tempo in tempo lo spettro di

Roma a ricordarvi, a ricordare alla Francia il delitto che fu commesso e

tuttavia dura--e manterrò la parola. I nostri padri credevano che,

ridesto al passo dell'assassino, l'assassinato sporgesse fuor del

terreno rigida e sanguinosa la mano per accusarlo agli uomini e a Dio.

Io sarò per voi, pei vostri, quella mano, signore. Scriverò ROMA sulla

punta delle mie cinque dita, e le solleverò a dirvi: _voi avete

sull'anima l'assassinio d'un popolo amico, d'un popolo che amava la

Francia, d'un popolo pel quale voi, convinto che la sua causa era sacra,

volevate combattere vent'anni addietro_.

Ed è sacra, signore: sacra pei luoghi, che furono culla d'incivilimento

all'Europa; sacra per le memorie dell'antica libertà repubblicana che

costituiscono per noi tradizione di quello ch'è per altri popoli recente

e combattuta conquista: sacra pei caratteri del nostro progresso che non

escì mai dall'elemento monarchico o aristocratico, ma sempre, per virtù

provvidenziale, dall'iniziativa del popolo: sacra per oltre a tre secoli

di patimenti durati sotto occupatori stranieri e papi corrotti e

corrompitori e principi inetti o tiranni e caste sacerdotali

intolleranti, cupide, avverse a ogni libertà di pensiero, senza che

siasi spenta la potente scintilla di vita animatrice della nostra razza;

sacra per la lunga serie di martiri che in ogni angolo d'Italia hanno

segnato la fede col sangue: sacra per l'indomita, instancabile costanza

dei tentativi: sacra per la clemenza usata nella vittoria, per l'assenza

di dottrine ingiustamente sovvertitrici, per la concordia di tutti i

cittadini in un solo volere: sacra per Roma e per gli eroici fatti di

Milano, di Venezia, di Brescia, di Bologna e della Sicilia: sacra per la

Francia segnatamente, alla quale noi demmo largo tributo del nostro

sangue, e dalla quale avemmo sempre promesse, tradite sempre e fatali;

poi per opera vostra, signore, compenso quasi alle migliaja di vite

italiane spese per accrescere onore alla bandiera di vostro zio, il

sacrificio d'alcune migliaja di soldati francesi caduti nell'impresa di

spegnere il primo alito della nostra libertà nascente!

Voi avete, signore, sacrificato quei soldati di Francia, falsato le

vostre promesse, tradito l'obbligo che v'imponeva la Costituzione,

assalito chi non v'offendeva, rovesciato un governo pacifico, messo la

bandiera francese allato di quella dell'Austria e dell'oppressore di

Napoli, ucciso il fiore dei nostri giovani ufficiali colle vostre palle

coniche, dato per bersaglio ai vostri cacciatori d'Africa le camiciuole

rosse ch'essi, i nostri, avevano valorosamente indossato quasi a dirvi:

_eccoci_, e condannato migliaja di famiglie alla miseria, alla

persecuzione, al lamento su' spenti e sugli esuli, per _rovesciare_--son

parole del vostro Messaggio--_quella irrequieta demagogia che in tutta

la penisola italiana_ AVEVA _posta a pericolo la causa della vera

libertà_. Aveva! La causa della _vera libertà_ è dunque salva oggi in

Italia. Le vostre armi rovesciarono il solo ostacolo che l'attraversava.

E lasciando da banda il dominio austriaco, dimenticando Napoli e la

Sicilia, le leggi organiche pubblicate o da pubblicarsi dal papa

costituiscono la libertà vera. La _repubblica_ è per voi dunque sinonimo

di _demagogia_. E la storia dei tempi registrerà che un'Assemblea

_repubblicana_ udiva con approvazione quelle vostre parole. Ma io non

debbo discuter con voi di repubblica o monarchia. Il buon senso ha

insegnato e insegnerà più sempre alla mia nazione che libertà non può

esistere per essa se non fondata sulla repubblica e che il grido di Roma

ha in sè l'avvenire italiano. Pur noi non imponemmo repubblica;

l'avemmo, lieti e plaudenti, dal popolo, da una Assemblea Costituente.

Libertà vera per noi fu allora ed è tuttavia quella ch'esce ordinata dal

libero suffragio della nazione. Perchè non la interrogate? Una

irrequieta audace _fazione_ toglieva allora senno e libertà di giudizio

al popolo? Ma quella _fazione_ oggi è spenta o lontana. Io vi scrivo

dall'esilio. L'esilio, la prigione o la sepoltura hanno tutti i miei

compagni. Perchè non restituite al popolo il libero voto? Perchè, dopo

diciotto mesi, siete costretto a conchiudere le vostre parole

dichiarando che _il soggiorno del vostro esercito è tuttavia necessario

al mantenimento dell'ordine in Roma_?

Voi potete, signore, ravvolgervi a vostro senno di menzogna e sofismi:

potete trovare un'Assemblea _repubblicana_ che applauda per breve tempo

alle vostre parole; ma il giudizio dell'Europa sta irrevocabilmente per

noi. Tra noi e voi la contesa è ridotta a termini troppo semplici per

ammetter dubbio. Il principio repubblicano è sancito per noi dal decreto

non revocato dalla nostra Assemblea: vive nel dritto, legittimo per lo

meno quanto il vostro governo; e noi possiamo chiedere alla Francia e

all'Europa di restituirci Roma qual era prima del luglio 1849. E

nondimeno stiam paghi a chiedervi--tanto siam certi dell'animo delle

moltitudini--di rifare onestamente la prova. Noi siamo più assai potenti

di voi, signore. A voi, perchè trionfi la _libertà vera_, bisogna un

esercito; a noi basta una urna. Noi vi cacciamo a guanto di sfida ciò

che gli agenti vostri promettevano prima della vittoria: sgombrate e

RENDETECI IL VOTO; e voi non osate raccoglier quel guanto!

* * * * *

Io ho già confutato vittoriosamente altrove l'obliqua accusa data ai

repubblicani d'Italia d'aver posto a pericolo, per soverchia esigenza,

non la libertà che i principi non pensavano a dare: ma la causa

dell'indipendenza che molti sognavano--e si pentono amaramente del

sogno--potersi dividere dalla causa della libertà. Cessato il clamore

d'una stampa comprata dai nostri padroni, i documenti hanno provato che

i repubblicani, convinti che nè da un papa, nè da un principe, nè da un

accordo fra i principi potea venir salute all'Italia, cessero nondimeno

al voto della maggioranza del paese che inchinava all'esperimento;

tacquero, non rinnegarono, le loro dottrine, e s'astennero da ogni

maneggio politico negli anni 1846 e 47:--che nel 1848, insorta l'Italia

a scacciar lo straniero, accettarono il programma proposto dal

principato «che, solamente finita la guerra, il paese fosse chiamato a

decretare i proprî fatti politici» e non s'occuparono che di

guerra:--che, violato dalla parte regia il programma, essi protestarono

virilmente, ma aborrirono dall'armi civili e non tentarono

resistenza:--che perduta per ignoranza, per rifiuto degli ajuti popolari

e per tradimento la guerra, rinnegata da principi e papa la causa della

nazione, essi raccolsero il vessillo abbandonato e lo inalzarono in nome

di Dio e del Popolo sulle mura di Venezia e di Roma a riconquistare, se

non la vittoria, l'onore d'Italia contro gli Austriaci e contro l'armi

vostre, signore:--che riescirono a riconquistarlo. Ma dacchè tra voi e

me non può essere intelletto comune di libertà, io non debbo dir qui

quale concetto ne avessero i repubblicani, ma solamente seguirvi sul

vostro terreno, e ricordare alla Francia qual sia la _libertà vera_ per

voi.

Il 26 aprile 1849, la libertà che voi venivate a tutelare fra noi era,

signore, la libertà fondata sulla sovranità del paese.--_Il nostro

scopo_--dichiarava in un proclama dettato da voi il generale

Oudinot--_non è quello d'esercitare una influenza che opprima, nè_ DI

IMPORVI UN GOVERNO CHE SAREBBE OPPOSTO AL VOSTRO VOTO... _Noi

giustificheremo il titolo di fratelli. Noi rispetteremo le vostre

persone e i vostri beni... noi ci porremo di concerto colle_ AUTORITÀ

ESISTENTI, _perchè la nostra occupazione non mova inciampo di sorta

alcuna_.

Il giorno in cui, caduta Roma, voi scrivevate la lettera a tutti nota

all'ufficiale Edgard Ney, la libertà che voi promettevate alle

popolazioni dello Stato romano non era più quella del voto; era la

libertà che scende come beneficio dall'autorità regia non contrastata,

non limitata; e consisteva in un governo fondato e avviato su norme

liberali, in una amministrazione laicale, in una legislazione desunta

dal codice Napoleone, in un'amnistia generale o quasi. Era programma

meschino, illegale, di conquistatore. E Roma, s'anche la parola vostra

avesse potuto ridursi in atto, avrebbe sprezzato dono e donatore ad un

tempo. Pure, la _vera_ libertà di che oggi parlate è la libertà forse

del vostro secondo programma?

Quando--e sia sollecito per l'onore della specie umana quel

giorno--avremo una politica religiosa e la parola del vero suonerà

franca e spontanea tra popoli e capi di popoli, gli uomini non vorranno

credere che da un preside di repubblica potesse escir mai linguaggio

così sfacciatamente menzognero come quello del Messaggio, e che

un'Assemblea d'eletti dal popolo di Francia l'ascoltasse paziente.

Libertà, in Roma, signore! Ma quale? libertà di stampa? d'associazione?

di parola? di voto? d'insegnamento? di persona? protetta da milizia

cittadina? da rappresentanze inamovibili fuorchè dal popolo? perchè nol

diceste? perchè non vel chiesero? Fu ignoranza, codardia, indifferenza?

Fu da parte vostra un insulto cacciato alla vittima?

La libertà di Roma, signore--io ricapitolerò cose note per la Francia

che dimentica facilmente--la libertà di Roma è lo scioglimento della

guardia civica, mantenuto in onta al decreto del 6 luglio che diceva

nell'articolo secondo: _essa sarà_ IMMEDIATAMENTE _riordinata secondo le

sue basi primitive_:--il divieto d'ogni circolo e d'ogni associazione

politica:--il sequestro delle armi che lascia l'onesto indifeso dal

ladro e dal masnadiere:--la soppressione di tutti i giornali dai

governativi in fuori:--la commissione instituita, in onta alle vostre

promesse, il 23 agosto 1849 per rintracciare e punire gli attentati

commessi contro la religione e i suoi ministri sotto il governo della

repubblica:--le vessazioni contro i forestieri, le denunzie di

locandieri, le condizioni al soggiorno in Roma riordinate dalla

notificazione del 31 agosto:--la disposizione del 3 settembre colla

quale ogni stamperia deve, sotto pena di gravi multe e di prigione,

consegnare al governo l'elenco preciso e progressivo de' suoi tipi e de'

suoi operaî:--la commissione di censura instituita per tutti gli

impiegati della repubblica, la destituzione pressochè generale e da

settecento famiglie cacciate nella miseria:--la dispersione

dell'esercito e l'esilio di quasi tutti gli uffiziali:--la sospensione

di tutti i maestri d'ogni categoria pronunziata il 17 ottobre:--il

richiamo degli uffici di polizia e della sbirraglia di tutti gli uomini

della reazione e del fecciume dei sicarî di Gregorio XVI:--il

ristabilimento dell'inquisizione e del vicariato. La libertà di Roma è,

signore, la carta monetata ridotta del 35 per 100--la tassa di barriera

ripristinata--le multe di bollo portate al decuplo--la restituzione dei

beni alle mani morte--l'incarimento del sale--il rinnovamento della

tassa sul macinato--l'aumento del 15 per 100 sulle imposte--la miseria

visibilmente crescente in ogni angolo e in ogni ordine dello Stato. La

libertà di Roma è un'amnistia che esclude i membri del governo

provvisorio, il triumvirato, i componenti i ministeri, i rappresentanti

del popolo, i presidi delle provincie, i capi dei corpi militari, gli

amnistiati del 1848 colpevoli d'una parte qualunque alla rivoluzione e

ch'ebbe per conseguenza immediata una nuova emigrazione--un

_motu-proprio_ che, cancellando quello del 1848, riordina il despotismo

temperato da una Consulta di Stato eletta dal papa su terne presentate

dai consigli provinciali senza intervento dei comuni, accresciuta di

membri nominati a capriccio da lui, e condannata al silenzio se non

quando al governo piace richiederla di _consiglio_--una instituzione di

consigli provinciali i cui membri sono scelti su terne dei municipî dal

papa purchè abbiano età di trent'anni, domicilio di dieci anni nella

provincia, beni del valore almeno di seimila scudi e _condotta religiosa

e politica riconosciuta buona_, e le riunioni dei quali possono essere

sospese o sciolte ad arbitrio governativo--poi, una persecuzione d'ogni

giorno, d'ogni ora: piene zeppe le carceri _nuove_, quelle del Castello,

del Santo Officio, della Galera di Termini, d'uomini strappati per

sospetto alle loro famiglie e lasciati a giacersi fra i ladri e gli

accoltellatori senza processo finchè piaccia al governo o alla morte di

liberarli; i non imprigionati, ma invisi per opinione repubblicana,

additati ai soprusi, agl'insulti alle ferite dei birri arbitri oggimai

dello Stato; e, conseguenza inevitabile di condizioni siffatte,

l'aumento dei delitti, le vie mal sicure, i paesetti di campagna invasi

e derubati da malfattori.

Questa, signore, è la _libertà vera_ di Roma, frutto delle vostre armi e

documentata dal Giornale Officiale del governo per voi restaurato.

Cancellate, in nome della Francia, la linea del Messaggio che chiama

l'invasione _fatto glorioso_ e arrossite pel nome che il caso v'ha dato.

Il nipote di Napoleone può esser tiranno, ma don dovrebb'esserlo

bassamente. Uccidete, finchè l'altrui fiacchezza ve lo consente; ma non

sollevate il lenzuolo dei morti colle vostre mani a farvene manto di

gloria.

Gloria! I pochi vostri adulatori possono, a mercare i guadagni del

favore d'un giorno, susurrarvi quella parola all'orecchio: ma essa v'è

contesa per sempre. Da quando i popoli si sono ridesti, gloria e virtù

sono sinonimi.

* * * * *

Principe Luigi Napoleone! un nome in oggi è piccola cosa. L'onda

collettiva delle moltitudini spinte a nuovi fati da Dio sommerge,

salendo, nomi e individui. E nondimeno, voi, giunto per meriti non

vostri al potere quando ancora l'onda non ha raggiunto il vertice della

piramide e i popoli cacciano, prima d'abbandonarlo per sempre, un guardo

di riverenza tradizionale al passato, la storia poneva innanzi una

bianca pagina, e voi potevate riempirla. Capo d'una forte e grande

nazione, erede d'un nome, ultimo potente in Europa, e ammaestrato dalla

sciagura, voi dovevate leggere nelle parole che vostro zio proferiva

morente in Sant'Elena, nel grido recente di Parigi e negli insegnamenti

dell'esilio, la vostra missione. Voi potevate, compiendola, confondere

tra i posteri più remoti su quel nome che v'era trasmesso l'aureola

delle cento battaglie e la luce pura confortatrice della libertà:

Napoleone e Washington. Bastava per questo un affetto di virtù, un

pensiero di amore; e se l'amore e la virtù non allignavano nell'anima

vostra, bastava un savio calcolo dell'intelletto, un guardo che

s'addentrasse nel passato e spiasse il futuro. Voi non potevate,

quand'anche aveste sentito a fremervi dentro il suo genio, ricominciare

Napoleone: se l'èra dei popoli non fosse stata che sogno, egli era tale

da non morir che sul trono. Voi non potevate che trasformare il

concetto: ricordarvi che s'egli sorgeva per propria potenza, e sugli

ultimi stanchi giorni d'una repubblica, voi sorgevate per elezione di

popolo in una repubblica nascente e pregna di fati: ricordarvi che se

Napoleone aveva, conscio o inconscio, preparato colla eguaglianza

civile, coll'armi e colle leggi europee il terreno alla novella unità,

era--e i popoli ve ne avvertivano col sorgere spontaneo per ogni

dove--impresa compita: ricordarvi che avevate incontrato e salutato

fratelli nell'esilio Polacchi, Italiani, Alemanni rappresentanti la

stessa fede; e dire: io inizio, in nome del Popolo, l'epoca nuova:

porto, io proscritto di jeri, sul seggio di preside della repubblica, il

pensiero de' miei fratelli, e dichiaro: la _Francia non vuole

ch'esistano da oggi innanzi proscritti_. La vita è sacra: sacra nel

pensiero, sacra nei popoli. Si riveli, s'espanda, si dia forme proprie

come nella creazione di Dio. La spada della Francia conquistatrice giace

per sempre nella tomba di Napoleone; ma il popolo ha dato un'altra spada

alla Francia e questa spada proteggitrice si stenderà dovunque sorga

vita vera in un popolo, tra quella vita nascente e chi s'attentasse di

soffocarla.

Non eravate da tanto. Impotente a ripetere la parte di Napoleone, voi

avete travestito i suoi concetti gigantescamente ambiziosi in sogni

d'un'ambizioncella tremante, pigmea: in disegni di rivoluzioni consolari

o imperiali ideate la sera, svanite al mattino davanti all'agitarsi

d'una commissione di permanenza o a un'aspra minacciosa parola di un

soldato geloso. Incapace di trasformarne il pensiero e senza idee

vostre, senza amore nell'anima, e buja d'intelletto dell'avvenire la

mente, voi, d'incertezza in incertezza, di codardia in codardia, siete

sceso a ricopiare la parte immorale, dissolvente, atea di Luigi Filippo.

Vi circondano, inspiratori, dominatori or l'uno or l'altro, gli uomini

di Luigi Filippo. Vi pende sul capo, inevitabile, fatale, la sentenza di

Luigi Filippo.

Colla spedizione di Roma voi intendeste a propiziarvi a un tempo la

parte cattolica, l'esercito e l'Austria; la parte cattolica piegando il

ginocchio davanti al papa nel quale voi non credete: l'esercito

accarezzandone l'orgoglio e gli spiriti irrequieti: l'Austria alla quale

la paura v'ha fatto complice, ajutandola a soffocare nel centro d'Italia

l'elemento temuto e insegnando a tutte le popolazioni italiane ch'esse

non devono illudersi a sperare cosa alcuna da voi. Colle leggi

repressive, imitate da quelle dell'ultimo regno, intendeste a

conciliarvi gli abbienti tremanti del socialismo perchè lo giudicano

nelle esagerazioni che falsano quella santa tendenza. Col programma di

neutralità ch'oggi, prima di avere ritirate le vostre truppe da Roma,

sostituite al programma d'azione della Francia, voi sperate rendervi

favorevoli gli uomini della pace. Diseredato d'iniziativa, voi, ponendo

in luogo della politica dei _principî_ che poggia sul Vero, sul giusto,

sull'onore e sull'elemento dotato di maggiore vitalità nel futuro, la

trista, meschina, impossibile politica degli _interessi_ e di

concessioni che cozzano l'una coll'altra, v'illudeste ad essere quel

ch'oggi chiamano _uomo di Stato_. Ma quel misto di scetticismo e

d'orgoglio, d'analisi cadaverica e d'ignoranza della vita che sorse con

quel nome quando in Europa mancarono le forti credenze e si ruppe ogni

vincolo d'unità, andò digradando da Machiavelli, storico e giudice, fino

a Talleyrand, copista meschino e briccone. Luigi Filippo è morto in

esilio. Metternich vive in esilio. Ora, _uomo di Stato_ è colui che

pensa e pratica il bene. Proscritto anch'oggi, ei riescirà senza fallo

domani.

La parte cattolica vi sa ipocrita incredulo: ipocrita anch'essa e senza

fede, essa ha accettato, promettendo, l'ajuto vostro: ma i suoi odî

vanno oltre la tomba, le sue speranze stanno nei governi dispotici, ed

essa vi gitterà l'anatema il primo giorno in cui essa crederà non aver

bisogno di voi.

L'esercito sa in oggi che voi lo spingeste all'assassinio di Roma perchè

non osavate combattere l'Austria invadente nè lasciarla sola; e

arrossirà della macchia di disonore che voi avete messa sulle sue

bandiere e della parte di gendarmeria pretesca alla quale voi lo

condannate. I soldati di Francia intenderanno che lo stendardo dato ad

essi dalla nazione è simbolo d'un _principio_ o cencio senza senso e

valore--ch'essi tengono in deposito l'onor della Francia--che dovunque

il principio repubblicano, vita e speranza della Francia, è violato per

opera loro, essi tradiscono la nazione--che il giuramento del milite nel

XIX secolo non è giuramento di medio evo, giuramento d'uomo servo a un

signore, ma giuramento di libero a chi rappresenta--e fino a quando la

rappresenta--la missione della sua patria.

L'Austria sa il perchè scendeste in campo con essa, e non si giova,

sprezzando, di voi che per logorare ogni influenza morale francese in

Italia e togliere un alleato alla vostra illusa nazione.

I proprietarî, i detentori della ricchezza di Francia, imparano

rapidamente le vere idee degli uomini che studiano i segni della

inevitabile trasformazione sociale e cercano le vie per le quali possa

pacificamente compirsi. Essi s'avvedranno che in questi uomini, oggi

ancora fraintesi, è riposta mallevadorìa più potente che non quella

delle vostre leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile contro

gli agitatori violenti e i sofisti sovvertitori d'ogni ordine.

Gli uomini della pace v'abbandoneranno come abbandonarono Luigi Filippo,

appena un nucleo d'arditi scenderà nelle vie delle città francesi a

provare che non v'è pace senza giustizia.

Per tutti questi elementi voi non siete che una transizione ad altro.

Essi vi hanno conosciuto debole, e nessuno lega a quelli del debole i

proprî fati.

E la Francia, la Francia-popolo, la vera Francia, che noi amiamo e non

confondiamo, signore, con voi e coi vostri, la Francia che geme e freme

sotto un obbrobrio non meritato, sentirà un dì o l'altro, ma di certo

entro un breve cerchio di tempo, il rimprovero che pesa sulla sua

fronte, e d'un de' suoi moti di lione lo scoterà via da sè. La Francia

intenderà che la noncuranza colla quale essa concede ai governi che la

dirigono di cancellare o falsare il principio europeo pel quale essa ha

sparso sudori e sangue, non è una stanchezza momentanea dell'oggi, ma

dura da lunghi anni e accumula sulla sua bandiera diffidenze e reazioni

ormai gravi; che vigilano nell'Europa dei popoli, contro l'amore ch'essa

inspirava, la rovina della libertà spagnuola nel 1823, le promesse

fallite all'Italia nel 1831, l'isolamento colpevole del 1848,

l'abbandono della Polonia, l'indifferenza davanti all'invasione russa

nell'Ungheria, lo scredito che sparge per ogni dove sull'idea

repubblicana la repubblica-menzogna immedesimata con essa, e il delitto

di Roma; che la sua potenza d'iniziativa perisce; che a farla rivivere è

urgente ridestarsi; e si desterà.

In quel giorno, signore, abbandonato, schernito, maledetto da quei

ch'oggi s'avviliscono più di menzogne e di lodi davanti a voi, andrete,

vittima espiatrice di Roma, a morire in esilio.

Il culto dei nomi, esaurito nell'ultima formula, svanirà per la Francia

e per l'Europa. Il Popolo sarà papa in Roma, presidente in Parigi.

* * * * *

Principe Luigi Napoleone! Il 14 gennajo 1848 io scrivevo al ministro

Guizot: «Voi siete travolto oggimai dagli eventi che non potete più

prevenire nè dirigere. Voi siete ancora molto potente, signor ministro;

ma noi saremo in ultimo più potenti di voi.» Il ministro crollava,

sorridendo, il capo. Ma dov'era egli in febbrajo?

_Dicembre 1850._

1856.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 85 / 227 题