La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione
nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il
potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per
giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e
all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono
ad occuparlo--i _dottrinarî_ e i _legittimisti_--hanno tentato, come la
moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la
macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la
guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo
sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la
verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla
diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro
chi gittava--ed era un illustre poeta--l'anatema alle ferocie di
Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di
confisca e d'inquisizione, diceva: _è necessario che lo spirito di vita
dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste
instituzioni diventate barbare_; e l'oratore del cattolicismo balbettò
parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria
nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da
un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le
funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gli _uomini_ della
sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani: _Il sangue di
Roma v'affoga_.
Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dal _Monitore_ l'intera
discussione[105] e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani
v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla
religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni
sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non
temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i
repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è
imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con
minaccie severe l'introduzione in Francia dell'_Italia del Popolo_, e i
suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano
copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri: _Eccovi
le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e
sia maturo il vostro giudizio_.
* * * * *
Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di
verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uomini
del governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo
peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di
gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno
tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro
coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di
vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro
seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che
ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La
repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini,
riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i
municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni,
tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che
l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col
trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma
furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi
dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione
di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente
provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali
della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere,
dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici--e
conquistati d'ora innanzi alla storia.
Io lascio dunque senza commento al giudizio di chi vorrà leggerlo il
discorso del signor Thuriot de la Rosière, e la lunga serie
d'affermazioni sfrontate colle quali intende a provare che in Roma,
clero, capitalisti, proprietarî di mobili ed immobili, artisti,
stranieri, diplomatici, guardia civica, truppe di linea, tutti insomma
erano schiavi ed avversi al Triumvirato: chi dunque, dal 30 aprile al 2
luglio, difese Roma? Ei sa di storia contemporanea come d'antica e non
merita ch'altri spenda parole a combatterlo. E lascio le menzogne
gittate qua e là nel lungo intralciatissimo discorso del signor Odillon
Barrot sulla parte adempiuta dai Francesi in Roma--la protettrice
clemenza estesa dal governo di Francia ai nemici, anzi, come afferma il
signor Thuriot, a me stesso che scrivo--il vanto, a fronte di Cernuschi,
d'Achilli, dei preti che diedero le loro cure ai feriti, dell'esule
napoletano Caputo, del dottor Ripari e d'altri infiniti, d'avere posto
divieto a qualunque imprigionamento--le ampliazioni già ottenute dal
ministero all'amnistia pontificia, quando forse due giorni prima ch'ei
pronunziasse il discorso erano cacciati dal territorio romano anche i
cinque che nell'Assemblea votarono contro il decadimento, anche gli
uomini i quali, come il Calderari dei carabinieri, erano nella milizia
più invisi al popolo perchè sospetti di congiure retrograde--e siffatte.
La lista dei decreti pubblicati via via dal giornale officiale di Roma è
risposta che basta a tutte parole possibili sulla parte sostenuta dalla
Francia in Roma; alle falsità che riguardano la condizione degli spiriti
nello Stato risponde il fatto che, sperperata, imprigionata, esiliata la
parte più energica della popolazione, sciolto l'esercito, disarmato il
paese, non s'osa interrogare il voto dei cittadini, e son necessarî a
impedire l'insurrezione 6000 Spagnuoli, 20 000 Austriaci e 40 000
Francesi.
* * * * *
Dalla discussione tenuta nell'Assemblea emergono irrevocabili parecchî
fatti che giova registrare a insegnamento e a conforto:
Che la spedizione francese contro Roma fu ideata ed eseguita
coll'intento di restaurare senza limitazione alcuna di diritto la
sovranità temporale del papa: è confessione _oggi_ di tutti, da Thiers a
Odillon Barrot;
Che l'intento dei negoziati, o meglio--per dichiarazione esplicita del
signor O. Barrot a nome de' suoi colleghi e del presidente--delle
rispettose timide istanze del governo francese, è quello d'ottenere dal
papa concessione d'una consulta che voti l'imposta, consulta nominata
dai consigli municipali e risultante dal principio elettivo al terzo
grado;
Che la lettera del presidente è nulla, capriccio d'inetto o, come
direbbe il signor Barrot, codarda millanteria;
Che, quantunque--sono parole del signor Barrot--_la separazione dei due
poteri, temporale e spirituale, sia per tutta Europa necessaria alla
libertà di coscienza, alla vera e durevole libertà_, non può nè deve
ammettersi per Roma, e che tre milioni d'uomini italiani sono condannati
a starsi eccezione di servitù e negazione di progresso fra le nazioni;
Che il cattolicismo, per bocca del suo oratore, capo della setta in
Francia, ritiene irreconciliabile il papato e la libertà, e non può
accettare restrizione alcuna di consulta e voto d'imposta all'autorità
del governo pretesco;
Che la politica del governo francese non posa oggimai più su principio
alcuno desunto dalla morale e non merita quindi più fede da popoli o da
governi.
E per questo io dissi _a insegnamento e a conforto_: a insegnamento
perchè nessuno dimentichi, che, qualunque sia il nome scritto in fronte
ai decreti di Francia, gli uomini ch'oggi vi reggono, Barrot,
Tocqueville, Thiers, Dufaure e i simili ad essi, son gli uomini della
_monarchia_, i predicatori del sistema misto costituzionale:--a
conforto, perchè un governo senza principio, senza fede in una morale
comune, è condannato a travolgersi rapidamente di crisi in crisi, e
cadere.
* * * * *
Senza principio nè fede; ed è tempo, a fronte d'un popolo brutalmente
oppresso e d'un altro disonorato, di dirlo senza riguardi. Spettacolo
più schifoso di quello offerto in oggi dai falsi repubblicani che
maneggiano le cose francesi, non credo possa trovarsi nella storia
dell'ultimo mezzo secolo. Uomini che per quindici anni guerreggiarono
con tutt'armi contro l'elemento del clero; e che sostennero nei loro
libri e nelle loro assemblee come cardine dell'edifizio civile
l'emancipazione dalla potestà spirituale; che lavorarono instancabili,
quantunque ammantandosi d'ipocrisia, da Luigi XVIII fino al 1830, e più
dopo qualunque volta intravvedevano al termine della guerra un
portafoglio di ministero, a dissolvere, a cancellare ogni fede
nell'altare e nel trono; son oggi collegati coi dispersi superstiti del
partito che vinsero per vietare ai popoli di desumere le conseguenze
della vittoria. Eredi bastardi di Voltaire e di Volney, ultimo rampollo
del materialismo del XVIII secolo, e diseredati d'ogni concetto di
_dovere_ e d'avvenire religioso dell'Umanità, sommavano pochi anni
addietro la loro dottrina internazionale nella esosa parola: _ciascuno
per sè; il sangue francese non deve scorrere che per la Francia_--la
loro dottrina di politica interna nella formula negativa: _la legge è
atea_; oggi federati, pur disprezzandoli in core, cogli ultimi fautori
del _diritto divino_ che alla volta loro li sprezzano, inneggiano
congiunti al papa e imposturano parole di venerazione al cattolicismo,
gli uni col piglio ignaziano di Mefistofele, gli altri con amarezza
d'intolleranza domenicana, taluno per nullità d'ingegno servile a tutto
ciò ch'è _fatto_ o lo sembra. Cospiratori, per impazienza di potere,
com'oggi sappiamo sotto Carlo X, taluni d'essi membri di società segrete
repubblicane, pur protestando con calore, in pubblico, riverenza alla
carta monarchico-costituzionale, tremanti e adulatori davanti al popolo
quando sorge nell'onnipotenza rivoluzionaria, poi feudalmente insolenti
quando il leone s'acqueta, cospirano oggi contro l'instituzione
repubblicana alla quale tutti--anche il signor Montalembert--giurarono
fede. Persecutori, per irritazione di rimorso, dei loro antichi
compagni; persecutori, per terrore del vero, di quei che non mutarono
mai credenza o linguaggio; essi mutarono tante volte che non è sillaba
nei loro discorsi dell'oggi alla quale non potesse trovarsi confutazione
in quei d'un anno o di mesi addietro--e cito a pie' di pagina un esempio
per saggio[106].
Son questi i nemici di Roma repubblicana. Ah! ben è vero: la libertà,
come disse un dei loro, non suscita più nel core degli uomini in Francia
quel culto di sagrificio serenamente incontrato, quel santo giovanile
entusiasmo puro di sdegni e vendette, nudrito di fiducia e speranza, che
fremeva anni sono sotto l'alito dell'amore. Ma chi n'è in colpa? Non i
rari fatti consumati dalle insurrezioni su taluno fra gli oppressori,
che noi deploriamo, ma che voi, veneratori di Carlotta Corday, non avete
diritto d'anatemizzare: a quei fatti noi possiamo contrapporre
carnificine regie recenti, e centinaja di vittime scannate ad arbitrio.
Non qualche assurdo esclusivo sistema di sovversione violenta, mormorato
da qualche individuo e rifiutato universalmente da noi, che si
sperderebbe nel soddisfacimento dei veri bisogni del popolo. Se quel
culto si contamina talora di meschine passioni--se quell'entusiasmo
sembra infiacchirsi nello sconforto--spetta a voi tutti la colpa.
Mallevadori delle tristi conseguenze che possono escire da condizioni
siffatte son gli uomini, che, da ormai vent'anni, hanno fatto scuola
della delusione; son gli uomini che, amati un giorno per apostolato di
libere dottrine dai giovani, li hanno freddamente traditi; son gli
uomini che avean detto al popolo: _la libertà è il diritto d'ogni
creatura umana al proprio sviluppo, il mezzo di miglioramento
progressivo alle moltitudini_, e dicono oggi cogli atti loro: la libertà
è l'aristocrazia dell'egoismo potente sostituita a quella del sangue: la
libertà è il monopolio e il privilegio dei forti capitali: la libertà è
la via schiusa agli uffici e al dominio per un piccolo numero d'ingegni
scettici e raggiratori. Non cercate altrove cagioni al dubbio e alle
diffidenze.
Saggio della immoralità alla quale io accenno sono i discorsi
ministeriali sulla questione romana. Alla parte del diritto nessuno
allude. L'inviolabilità della vita d'un popolo, la missione repubblicana
scritta nello parole: _libertà, eguaglianza, fratellanza_ della bandiera
di Francia, non entrano elementi del problema da sciogliersi. _Bisognava
davanti al fatto di Roma_, argomenta il presidente del Consiglio,
_rimanersi inerti, ed era disonore--riconoscer sorella la repubblica
romana, e correr pericolo di guerra europea--o intervenire a suo danno,
e questo scegliemmo. Se noi non facevamo, l'Austria faceva_. Così,
perchè il ferro dell'assassino minaccia un onesto e voi non avete il
coraggio d'interporvi a difenderlo, v'affrettate a vibrar primi il
colpo. Rallegratevi, o signori: il pugnale infitto nel core di Roma è
vostro: ciò che palpita sotto le pieghe della bandiera tricolore di
Francia è una vittima, e voi potete ricevere le felicitazioni di Welden
e del re di Napoli: giungeste primi.
E argomentazione siffatta riscote gli applausi della _diritta_. E quando
taluno rammenta i patti e le promesse dell'intervento, il ministro
risponde con piglio di Brenno: GUAI A CHI È VINTO! _A che parlate di
patti e promesse? La guerra li infranse._ La guerra! ma non fondaste
tutti i vostri discorsi anteriori sull'oppressione esercitata da una
mano di faziosi sulle popolazioni romane? non vi diceste liberatori? non
si facevano più sacre le vostre promesse quando appunto, cacciati quei
pochi, cominciava per voi possibilità di compirle?
* * * * *
La Francia ha fatto in Roma quello che l'Austria avrebbe potuto fare: ha
ristabilito il papa nella pienezza del suo potere temporale assoluto;
stolta e nulla è dunque la difesa che poggia sui pericoli che noi
correvamo dall'Austria. Ma erano pericoli insuperabili?
Ho certezza morale--e non sarebbe difficile accumulare gli indizî--che
l'intervento fu concertato a Gaeta fra i quattro governi invasori. Ma or
non importa appurarlo. Che avremmo noi fatto se all'Austria, e non alla
Francia, fosse stato conferito l'incarico di rovesciare la repubblica
romana? Giova, per gl'Italiani, accennarlo.
L'esercito romano sommava dai 14 ai 15 mila combattenti. La divisione
lombarda, forte d'8 000 uomini, era pronta all'imbarco alla nostra
volta: gli ostacoli veri, come ognun sa, non vennero che dai legni da
guerra francesi e dall'impossibilità, dove si fossero superati, di
scendere a Civitavecchia. Stava in Marsiglia un nucleo di legione
straniera assoldata da noi, forte d'800 volontarî, francesi i più. In
Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila
fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in
Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s'aspettavano
dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d'aprile, le forze
repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini.
Gli Austriaci giunsero sotto le mura d'Ancona con soli 12 000 uomini, e
la lunga loro linea d'operazione rimase, per difetto di forze,
sprovveduta, indifesa. Disegno premeditato nostro era quello di fare una
dimostrazione a Tolentino, quindi movere con rapida marcia e rovesciando
ogni ostacolo per la via di Fano, e presentarsi riconcentrati alle
spalle del nemico nelle Romagne. Operazione siffatta, consumata da un
ventotto mila uomini, doveva infallantemente o cacciare gli Austriaci a
fuga precipitosa o distruggere intero quel corpo d'esercito.
O gli Austriaci dunque--e questo è il vero--sentendosi ancora deboli,
ritardavano l'invasione, e ci davano campo di trovarci alla metà del
maggio largamente provveduti di materiale da guerra, e forti d'un 45 000
uomini:--o invadevano, e la repubblica iniziava la difesa del suo
territorio con una prima e certa vittoria. Chi può calcolare le
conseguenze morali d'una vittoria sull'armi austriache, cacciata come
guanto di sfida tra popolazioni frementi di lungo odio contro l'Austria,
e facili all'entusiasmo, chiarite or prodi e vogliose di battersi? A noi
sorrideva nell'animo la speranza di stendere una mano all'eroica Venezia
e ricominciare, poi che la guerra regia s'era spenta in Novara, in nome
di Dio e del Popolo, la guerra sacra dell'indipendenza italiana.
Comunque, l'impresa fidata all'Austria, ricinta di nemici com'era, e
costretta a serbare la più gran parte delle sue forze fra il Piemonte,
la Toscana e la Lombardia, era più che dubbia nell'esito; e il parlarne
come d'impresa infallibile ad uomini che privi di tutte le forze
accennate, e alle quali chiuse il varco Civitavecchia francese,
combatterono la giornata del 30 aprile, e costrinsero in città non
forte, trentamila Francesi a un mese d'assedio, aggiunge il ridicolo
alla coscienza della menzogna.
Ma vi sono fronti, come dice Giorgio Sand, alle quali non è più dato
arrossire.
* * * * *
La questione, per ciò che spetta all'invasione, ai motivi e ai
particolari del fatto, è, ripetiamolo, questione oggimai decisa; e noi
possiamo da questo fango di menzogne, di contraddizioni e d'ipocrisie,
levarci a contemplarla in più alta sfera. Gl'inetti eredi della
_dottrina_ si trascineranno come potranno di difficoltà in difficoltà,
di vergogna in vergogna, tentando sempre e inutilmente di transigere tra
i due principî rappresentati in Roma dal Papa e dal Popolo, finchè
piaccia alla Francia o all'Italia di tollerarli. Ma lo scioglimento
della questione non è nelle loro mani.
Lo scioglimento della questione spetta all'umanità. UMANITÀ e PAPATO:
son questi i due termini estremi d'una controversia, inerente
all'educazione progressiva e provvidenziale dello spirito umano, e che
s'agita apertamente in Europa da ormai quattro secoli. Chi muta quei
nomi in _Libertà_ e _Autorità_ fraintende ad arte, o per grettezza di
mente, i termini del problema, falsa gli elementi della decisione, e
assegna all'umanità un carattere d'_opposizione_ che tende a negarne la
stessa essenza.
Unico il signor Montalembert intravvide, nell'Assemblea di Francia,
l'altezza della contesa: sdegnò i particolari, e assalì di fronte, con
coraggio degno di miglior causa, la parte repubblicana: inferiore
anch'egli al soggetto, in virtù appunto dell'errore, ch'io noto. Pur
tanto giova trattar le questioni nella sfera dei principî, che dal suo
discorso scese più luce a rischiarare la vera condizione delle cose e
degli animi, che non da tutti i discorsi ministeriali dall'assedio di
Roma in poi. E noi rendiamo grazie, come Italiani e come repubblicani,
al Montalembert. Egli ci ha dato il programma della parte cattolica; e
questo programma è una solenne conferma delle nostre credenze. Le
transazioni ideate dagli uomini della _dottrina_ son nulle, impossibili.
Il _sint ut sunt_ è anch'oggi il simbolo del cattolicismo. La libertà è
inconciliabile col papato. L'autorità assoluta della chiesa cattolica
incarnata nel papa deve rimanersi qual era ai tempi di Gregorio XVI,
libera d'inspirarsi alla propria coscienza senza vincoli, senza patti,
senza istituzioni che possono menomarla. Così parla l'oratore della
parte cattolica; e perchè quant'ei parla sia il vero dell'avvenire come
è del presente, non gli manca che di cancellare una cosa sola: la
coscienza del genere umano.
E la coscienza del genere umano, superiore al papa e a ben altro; la
coscienza del genere umano, che ha costituito per molti secoli, col
proprio consenso, la potenza e il diritto del papa; protesta in oggi, in
nome, non della Libertà ma dell'Autorità, contro l'instituzione in nome
della quale il signor Montalembert vorrebbe sopprimere il libero
sviluppo della vita romana.
Noi non siamo continuatori di Voltaire e del secolo XVIII. Essi
distrussero, negarono; e perchè distrussero, noi cerchiamo fondare;
perchè negarono, noi affermiamo. L'umanità, oggi come sempre, è
profondamente, inevitabilmente religiosa; e perchè religiosa, move
guerra al papato, forma, fantasma di religione, non religione.
L'accusa d'irreligione, di pura e semplice negazione d'_ogni_ autorità
gittata alla democrazia, è indegna oggimai di chiunque guardi con occhio
imparziale alle sue più pure e potenti manifestazioni. Noi tutti
combattiamo per conquistare al mondo un'autorità; noi tutti invochiamo
il termine d'un periodo di crisi nel quale dei due criterî di verità,
_coscienza dell'umanità e coscienza dell'individuo_, che la provvidenza
ci ha dati, ci rimane solo il secondo. Chiediamo un patto, una fede
comune, un interprete alla legge di Dio. Ma perchè questo patto sia
religioso ed abbia mallevadrici dell'osservanza l'anime nostre, è
necessario che la nostra coscienza lo accetti liberamente: perchè
quest'autorità possa dirigere la nostra vita, è necessario che essa
abbia fede in sè, che il mondo abbia fede in essa, che essa sia _verbo_
d'unità, di progresso continuo, di scoprimento incessante del vero[107].
E diciamo che non uno di questi essenziali caratteri fa sacro in oggi e
fecondo il papato. Il grido di libertà che s'inalza in mezzo ai popoli è
grido d'emancipazione da un'autorità incadaverita, inciampo alla nuova.
Ogni grande rivoluzione è segno di morte a un potere esaurito, e
iniziativa d'un altro che intenda la _vita_ e ne consacri tutte le
manifestazioni a progresso coordinato e pacifico.
Perchè nessuno, nell'assemblea di Francia, pose in questi termini la
questione al signor Montalembert? Perchè non una voce si levò a
gridargli: «Voi poggiate sul vuoto; voi discutete intorno a ciò ch'era e
non è. Il papato, signore, è morto; morto nel sangue: morto nel fango:
morto per aver tradito la propria missione di protezione del debole
contro il potente che opprime: morto per avere da oltre a tre secoli e
mezzo fornicato coi principi: morto per avere crocefisso una seconda
volta Gesù, in nome dell'egoismo, davanti all'aule di tutti governi
tristi, scettici o ipocriti: morto per aver proferito una parola di fede
senza credere in essa: morto per aver negato la libertà umana e la
dignità dell'anime nostre immortali: morto per aver condannato la
scienza in Galileo, la filosofia in Giordano Bruno, l'aspirazione
religiosa in Giovanni Huss e Girolamo di Praga, la vita politica
coll'anatema al diritto dei popoli; la vita civile col gesuitismo, coi
terrori dell'inquisizione, coll'esempio della corruttela; la vita della
famiglia colla confessione fatta spionaggio e colla divisione seminata
spesso tra padre e figlio, fratello e fratello, consorte e marito: morto
pei principî del trattato di Vestfalia: morto pei popoli, dal 1378, con
Gregorio XI, e col cominciar dello scisma: morto per l'Italia dal 1530,
quando Clemente VII e Carlo V, il Papato e l'Impero, segnarono un patto
nefando e trafissero la morente libertà italiana in Firenze, come oggi i
vostri tentarono trafiggere la libertà nascente d'Italia in Roma: morto
perchè il popolo è sorto; perchè Pio IX fugge; perchè le moltitudini gli
maledicono; perchè gli uomini che in nome di Voltaire fecero guerra al
prete per quindici anni, lo difendono in oggi coll'ipocrisia; perchè
voi, signore, ed i vostri, lo difendete coll'intolleranza e colle armi,
e dichiarate che il papato non può vivere allato della libertà! Voi
chiedete a Vittore Hugo, d'additarvi una idea che abbia ottenuto un
culto di diciotto secoli? È quella, signore, che voi giudicate
irreconciliabile col papato e che dura da quando il soffio di Dio trasse
dal nulla l'umanità; l'idea che ha sottratto al vostro cattolicismo metà
del mondo cristiano, l'idea che vi ha strappato Lamennais e il fiore
degli intelletti europei, l'idea di Gesù, la pura, la bella, la santa
libertà, che voi invocavate pochi anni addietro per la Polonia, che
l'Italia invoca oggi, sotto forma e mallevadoria di nazione per sè e che
non può, quando voi non crediate parte di religione il costituire un
popolo-_paria_ nel seno dell'umanità, esser buona cosa per una contrada
e triste per l'altra. Ah! è grave condanna al papato, o signore, grave
conferma alle nostre credenze questa contraddizione che le vostre parole
confessano tra l'eterno elemento d'ogni vita umana e l'instituzione che
dovrebbe, anzichè cancellarlo, benedirgli e promoverlo.
* * * * *
È questa contraddizione somma per noi alla negazione, non solamente, del
diritto ingenito nelle popolazioni romane, ma della NAZIONE.
Un anno addietro, i ministri di Francia salutavano come immancabile e
prospero evento lo sviluppo dell'italiana nazionalità. Lamartine
dichiarava _con certezza di non essere smentito mai dai fatti possibili,
che, con intervento di Francia o senza, l'Italia sarebbe libera_;
l'Assemblea costituente _invitava la potestà esecutiva a serbare norma
alla sua condotta il voto unanime dei rappresentanti; emancipazione
d'Italia_. Oggi adoratori dei fatto e della cieca forza che soggioga per
un giorno l'idea, rappresentanti e ministri dimenticano, cancellano la
nazione e trattano la questione siccome puramente locale. Or, la Nazione
e Roma sono una sola cosa per noi. Credono essi spento per sempre il
palpito di ventisei milioni d'uomini che hanno imparato a insorgere, a
vincere, a morire in nome dell'Italia futura? E se credono nell'Italia
futura, credono che la nazione possa vivere un giorno libera e
progressiva col dogma dell'autorità assolata impiantato nella sua
metropoli?
L'Italia futura, la nazione una, è fatto inevitabile in un tempo che non
è lontano. Questa fede italiana annunziata, da Dante in poi, nella vita
e negli scritti dei nostri grandi del pensiero, trasmessa da generazione
a generazione dalle aspirazioni della nostra letteratura, trasmessa di
padre in figlio, negli ultimi trenta anni, in seno alle nostre
fratellanze segrete, e nudrita di sangue e di lagrime, noi non la
sagrificheremo, signori, ai vostri meschini concetti di transazione o
perchè a voi piaccia far poesia sulle rovine d'una instituzione che _fu_
sublime, e anteporre al futuro il passato. Papi, imperatori, oppressori
domestici e gelose potenze straniere hanno fatto a gara per sotterrar
dal nascere questa fede; e non valse. Il lento lavoro d'unificazione non
s'arrestò mai in Italia per gli ultimi tre secoli: se un papa volle,
quando il papato era già esoso alla miglior parte della nazione, che il
suo nome rimanesse ricordo d'affetto fidato al genio di Michelangelo e
alla tradizione italiana, gli fu forza cacciare il grido di _fuori i
barbari!_--e quando l'entusiasmo di tutta quella gioventù, che voi
calunniate come anarchica e demagogica, salutò d'un lungo grido d'illusi
applausi il papa in nome del quale gli stranieri stanno oggi in Roma,
quel papa avea proferito con amore la sacra parola ITALIA; e l'applauso
gli fu sottratto, e il popolo si ritrasse fremendo da lui quand'ei si
rivelò avverso alla guerra d'emancipazione. Oggi quel lavoro procede
colle leggi del moto uniformemente accelerato; dalle menti educate al
pensiero è sceso al core d'Italia, alle moltitudini; e voi presumereste
arrestarlo? presumereste convincerci che noi sacrificammo la nostra vita
ad un sogno, ad una illusione colpevole, perchè un vecchio senza genio,
senz'amore, senza forti credenze, senza il coraggio del martirio, e
pochi uomini, corrotti, immorali, irreligiosi, segnati a dito dal
popolo, come Richelieu, col nome di _triumviri rossi_, balbettano un
anatema?
Ed io--è l'unica volta ch'io parlo quasi con rimorso di me--io, signor
Montalembert, che non ho mai firmato dichiarazioni o accettato amnistie,
perch'io non voleva porre una menzogna nella mia vita e perch'_essi_
hanno bisogno della nostra amnistia, non noi della loro,--io che esule
ormai da vent'anni ho dato tutte le gioje della vita, e ciò che più
monta, le gioje de' miei più cari al culto d'un'unica idea, d'Italia
iniziatrice, di patria libera ed una--io che v'ho amato leggendo le
vostre pagine premesse al _Pellegrino polacco_, e vi compiango oggi
persecutore dei miei fratelli e nemico al bene della mia nazione--io
dovrei cancellare la mia coscienza e calpestare questa mia fede di
venticinque anni, sostegno mio contro al dubbio e allo sconforto
attraverso delusioni e sciagure ch'io non vi desidero, perchè i
corruttori della Chiesa non possono conciliare i loro appetiti di
dominio principesco colla libertà dell'Italia e coi progressi del mondo?
Ah! ricordo una madre italiana che dolevasi di non avere due figli da
dare alla patria, e un'altra che a me, vacillante un momento per dolori
taciuti a tutti fuorchè ad essa, scriveva additando il versetto 12 e
seguenti al capo VI dell'epistola di Paolo agli Efesi. La prima di
quelle madri avea perduto il figlio, per opera dei vostri, sotto le mura
di Roma: alla seconda, due erano sottratti dall'esilio, e un terzo da
morte volontaria in una prigione. La voce di quelle due madri, signore,
confuta per me molti studiati discorsi. La religione del sacrificio è
ben altramente vera che non la religione sostenuta da voi colle
bajonette. Perisca dunque il papato, e viva l'Italia! Se la Chiesa,
disse il padre Ventura, non cammina coi popoli, i popoli cammineranno
senza la Chiesa, fuor della Chiesa, contro la Chiesa. Contro la Chiesa!
no: noi cammineremo dalla Chiesa del passato alla Chiesa dell'avvenire,
dalla Chiesa cadavere alla Chiesa di vita, alla Chiesa dei liberi e
degli eguali, dove regge chi più serve i fratelli, dove il seggio della
fede non si puntella colla violenza. V'è spazio che basta per Chiesa
siffatta fra il Vaticano e il Campidoglio.
E questo grido dell'anima mia, questo convincimento che nulla può
svellere, è grido, o signore, è convincimento di tutta la gioventù
italiana che ha palpitato di sdegno leggendo il vostro discorso, che
palpiterà d'affetto leggendo il mio. Voi potreste spegnere il mio, non
il suo grido. Voi potete cancellar molte vite, ma non la vita. La Vita
d'una nazione è cosa di Dio. Tutti i vostri sforzi romperanno contro il
decreto della provvidenza. L'Italia sarà.
E il giorno in cui l'Italia sarà, che avverrà del papato?
* * * * *
Anche cadendo, Roma ha reso servigio alla Francia. Essa ha creato al
governo ch'oggi l'opprime il più grave ostacolo che potesse mai
suscitarglisi: ha logorato la parte della _dottrina_; ha strappato il
segreto alla parte ch'oggi invade il potere: 1815 e _diritto divino_.
La Francia provveda, e s'affretti. Due morti sono pei popoli:
l'assassinio per conquista e il suicidio del disonore. La Francia è
minacciata in oggi di questa seconda.
E non di meno la Francia non deve, non può perire. Un popolo che affida
all'umanità l'ultima parola di un'epoca deve concorrere alla rivelazione
della prima d'un'altra. L'Europa ha bisogno della Francia, del suo
braccio e del suo consiglio. E l'avrà.
Una voce di poeta che amammo giovani e che lamentavamo muta da lungo tra
le nostre file, la voce di Vittore Hugo, s'è riscossa al grido di Roma,
della città madre al genio e alla poesia. E in nome di Roma, noi lo
ringraziamo pel marchio stampato in fronte ai nostri oppressori. Una
voce d'amico, esule come noi siamo, ha scritto belle e forti parole a
scolpare la Francia, la vera Francia, del delitto commesso contro la
nostra nascente nazionalità[108]; e a lui con affetto riconoscente
diciamo: non temete, fratello; lasciate al vostro esilio e al nostro
cuore le discolpe della vera Francia. Le anime nostre sono tranquille e
serene come dopo una vittoria. Noi amiamo come combattiamo, ora e
sempre. E il nostro amore è il vostro amore, le nostre battaglie sono le
vostre battaglie. La falsa _parola d'ordine_, gettata fra noi da uomini
disertori dalla bella vostra bandiera, non dividerà i soldati dello
stesso campo. Noi gemiamo e speriamo per voi come per noi. E quando voi
ci vedete segregati in Roma, in Italia, da uomini che parlano la lingua
di Francia, ma non ne rappresentano l'idea, la missione, dite: _essi
vogliono serbarsi puri all'abbraccio della Francia redenta_;--quando
udite la nostra parola escire concitata ed amara contro fatti ed uomini
che disonorano la Francia, dite: _essi s'irritano, come per la loro, per
la nostra patria; ma non dimenticano in cuore un solo dei fatti e degli
uomini che la redimono_.
_28 ottobre 1849._