La lettera che il signor de Corcelles vi scrive con data del 13, e che
m'è da voi cortesemente comunicata, non invalida affatto, dovete
ammetterlo, la risposta data dall'Assemblea costituente romana alla
intimazione del generale Oudinot. Poco monta la data di uno o di altro
dispaccio francese; poco monta che il signor Lesseps fosse o no
richiamato al momento della firma apposta da lui alla convenzione del 31
maggio.
Una sola parola risponde a ogni cosa: _l'Assemblea ignorava; essa non
ebbe mai comunicazione officiale di quei dispacci_.
La questione diplomatica è dunque, per noi, posta in questi termini:
Il signor Lesseps era ministro plenipotenziario della Francia in Roma.
Egli era tale per noi il 31 maggio come prima d'allora. Nulla ci aveva
avvertiti d'una modificazione o d'un annullamento de' suoi poteri.
Trattavamo noi dunque con lui in piena buona fede come se trattassimo
colla Francia: e questa nostra buona fede ci valse, nella notte dal 28
al 29 maggio, l'occupazione di Monte Mario. Addentrati in una
discussione assolutamente pacifica col signor Lesseps, ansiosi d'evitare
quanto avrebbe potuto trascinare gli spiriti su direzione avversa ai
nostri voti e non sapendo indurci a credere che la missione protettrice
della Francia comincerebbe coll'assedio di Roma, guardavamo ogni
incidenza senza commoverci. A ogni movimento delle vostre truppe, a ogni
operazione tendente a restringere la cinta militare e a ravvicinarsi
gradatamente a posizioni che noi avremmo potuto difendere, il signor
Lesseps s'affrettava a dirci che i Francesi non operavano a quel modo se
non per quetare la concitazione febbrile delle truppe affaticate dalla
lunga inerzia; in nome dei due paesi, in nome dell'umanità, ei ci
supplicava d'evitare ogni conflitto, d'aver fede in lui, di non
paventare conseguenza alcuna da quei fatti anormali. E noi cedevamo
volonterosi. Oggi, io sono costretto, per quanto a me spetta, a pentirmi
di quella arrendevolezza; non già ch'io tema per Roma, ma perchè petti
di prodi difendono ciò che buone posizioni avrebbero potuto difendere.
Il 31 maggio, alle otto di sera, furono firmati gli accordi tra il
signor Lesseps e noi. Ei li portò seco al campo affermandoci ch'ei
considerava la firma del generale Oudinot come semplice formalità
intorno alla quale non poteva esistere dubbio. Eravamo tutti coll'animo
lieto. Le cose stavano per ripigliare, tra la Francia e noi, la loro
naturale tendenza.
La notte, parmi, ci giunse il dispaccio del generale Oudinot contenente
rifiuto d'adesione agli accordi e l'affermazione che il signor Lesseps,
firmandoli, aveva oltrepassati i poteri affidatigli.
Un secondo dispaccio, con data del 1.º giugno, a tre ore e mezzo dopo
mezzodì, e firmato dal generale, ci dichiarava «che i fatti avevano
giustificato la sua determinazione e che in due dispacci del ministro di
guerra e degli affari esteri, in data 28 e 29 maggio, il governo
francese gli annunziava il termine della missione del signor Lesseps.»
Ventiquattro ore ci erano concesse per accettare l'_ultimatum_ del 29
maggio.
V'è noto come lo stesso giorno il signor Lesseps c'indirizzasse una
comunicazione nella quale è detto: «Mantengo l'accordo firmato jeri.
Parto per Parigi onde ottenergli ratifica. Quell'accordo fu conchiuso in
virtù d'istruzioni che mi davano facoltà di consacrarmi esclusivamente
ai negoziati e alle relazioni da stabilirsi colle autorità e le
popolazioni romane.»
Lo stesso giorno, in ora più inoltrata, il generale Oudinot ci
dichiarava che ricomincerebbe le ostilità, ma che «su richiesta del
cancelliere dell'ambasciata francese... l'assalto sarebbe differito fino
a lunedì mattina, almeno».
Fummo assaliti la domenica, e la conseguenza di questa violazione di
fede era per noi l'occupazione di Villa Panfili e la sorpresa operata su
due compagnie, la cui cifra entra senza dubbio nel _bollettino_ della
giornata del 3. Quei duecento uomini, còlti nel sonno, sono ora, insieme
ai 24 prigionieri fatti nella giornata, in Bastia nella Corsica.
Dopo ciò, che importa a noi, vogliate dirmelo, signore, il dispaccio del
26 maggio citato la prima volta nella lettera del signor de Corcelles?
Che importano al governo romano i dispacci citati dal generale Oudinot?
Noi non vedemmo mai quei dispacci; ci è ignoto ciò che contengono;
nessuna comunicazione officiale c'informò della loro esistenza. Da un
lato abbiamo le informazioni del generale Oudinot; dall'altro quelle del
ministro plenipotenziario; le une contradicono le altre. Esca la Francia
da viluppo siffatto e salvi l'onore se può. Posta fra un ministro
plenipotenziario e il generale d'una divisione d'esercito, la nostra
Assemblea ha stimato di conformarsi alla tradizione dei fatti stabiliti
dal plenipotenziario. Io consento in ciò ch'essa fece e vi ricordo,
signore, che oggi soltanto, decimo giorno dell'assedio, la presenza del
signor de Corcelles nel campo, con attribuzioni di ministro
straordinario, ci è fatta indirettamente nota.
Meditate, signore, le date delle note ufficiali, paragonatele colla data
dell'occupazione di Monte Mario o d'altre operazioni dell'esercito
francese; poi diteci se, esaminando freddamente la questione
diplomatica, l'Europa non dovrà dire: «Il governo francese non ha voluto
se non deludere il governo romano. Il generale Oudinot s'è giovato della
buona fede degli uomini che lo compongono per restringere il cerchio
dell'assedio, per occupare posizioni favorevoli, per agevolarsi la
possibilità d'impossessarsi della città. O il dispaccio del 26 non
esiste o non fu comunicato in tempo al signor Lesseps.»
Il dispaccio del 29 maggio era difatti noto nel campo francese nella
mattina del 1.º giugno; quello del 26 poteva dunque essere in mano al
generalo Oudinot fin dal 29 maggio. Se il generale non lo esibì fin
d'allora per sospendere negoziati e poteri del negoziatore, sorge il
pensiero ch'ei volesse trarre partito da quei negoziati, che inceppavano
la vigilanza e le forze del popolo romano, per impadronirsi a poco a
poco, senza incontrare resistenza, dalle posizioni migliori; certo
com'egli era di porre fine quando giovasse, rivelando il dispaccio del
26, agli accordi e di rompere, pronta ogni cosa per assalire, la tregua.
Concedete, signore, ch'io vi dica colla libertà che si addice a un uomo
leale e d'indole non servile: la condotta del governo romano non
s'allontanò mai d'una linea, nelle trattative ch'ebbero luogo, dalle vie
dell'onore. Il governo francese potrebbe difficilmente affermarlo di sè.
Ciò non tocca, la Dio mercè, menomamente la Francia; prode e generosa
nazione, essa è, come noi, vittima d'un basso indegno raggiro.
Oggi, i vostri cannoni tuonano contro le nostre mura, le vostre bombe
scendono sulla città sacra; la Francia ebbe questa notte la gloria
d'uccidere una povera fanciulla del Trastevere che dormiva a fianco
della sorella.
I nostri giovani ufficiali, i nostri militari improvvisati, i nostri
popolani, cadono sotto i vostri projettili gridando: _Viva la
repubblica!_ I prodi soldati di Francia cadono, senza grido, senza
mormorare accento, come uomini disonorati. Io son certo che non havvi un
solo cuore tra voi che non dica internamente a sè stesso ciò che uno dei
vostri disertori ci diceva oggi: _Non so qual voce segreta ci dice che
combattiamo de' fratelli_.
E perchè questo conflitto fraterno? Io nol so; voi nol sapete. La
Francia non ha qui bandiera; essa combatte uomini che l'amano e che,
pochi giorni addietro, fidavano in essa. Essa cerca l'incendio di una
città che non l'ha menomamente offesa, senza programma politico, senza
fine determinato, senza diritto da esercitare, senza dovere da compiere.
Essa gioca, per mezzo de' suoi generali, la partita dell'Austria e senza
il tristo coraggio di confessarlo. Essa trascina il suo stendardo nel
fango dei conciliaboli di Gaeta e retrocedendo davanti a una schietta
dichiarazione di ripristinamento sacerdotale. Il signor de Corcelles non
s'avventura più a parlare d'anarchia, di fazioni; ma scrive, come chi è
turbato nell'anima, queste parole, senza senso: «La Francia ha per fine
la libertà del capo riverito della Chiesa, la libertà degli Stati romani
e la pace del mondo!»
Noi sappiamo almeno perchè combattiamo, e perchè lo sappiamo, siam
forti. Se la Francia rappresentasse qui tra noi un principio, una di
quelle idee che fanno grandi le nazioni e la fecero grande in passato,
il valore de' suoi figli non si romperebbe contro il petto dei nostri
giovani militi.
È trista pagina davvero, signore, quella che sta ora scrivendosi dai
vostri generali nella storia di Francia; è un colpo mortale vibrato al
Papato che voi pretendete proteggere e che affogate nel sangue; è un
abisso incolmabile scavato fra due nazioni chiamate a movere insieme pel
bene di tutti e che si stendevano, vogliose d'intendersi, la mano da
secoli; è una violazione profonda della morale che dovrebbe governare le
relazioni tra popolo e popolo, della comune credenza che dovrebbe
guidarli, della santa causa della libertà che vive in quella credenza,
dell'avvenire non dell'Italia--i patimenti sono per essa un battesimo di
progresso--ma della Francia, che non può serbarsi in prima fila tra le
nazioni se non colle maschie virtù della fede e dell'intelletto della
libertà.
_15 giugno 1849._