Ricevemmo la dichiarazione che indirizzaste a noi il 29 maggio. Avendo
l'Assemblea, alla quale copia della dichiarazione fu pure trasmessa,
riconfermata l'autorità già accordataci per ogni negoziato, è debito
nostro rispondervi; e lo facciamo solleciti. Se indugiammo a rispondere
alla vostra nota del 26, vogliate considerare ch'essa non conteneva
proposte in nome della Francia, nè discuteva le nostre.
Abbiamo esaminato accuratamente il vostro progetto; ed ecco quali
modificazioni vi proponiamo. Esse riguardano più assai la forma che non
la sostanza.
Noi potremmo svolgere lungamente le cagioni dei mutamenti che
proponiamo; mutamenti, vogliate crederlo, signore, richiesti, non
solamente dal mandato trasmessoci dall'Assemblea, ma dal voto esplicito
del nostro popolo contro il quale nessuna convenzione sarebbe possibile;
ma il tempo stringe e ci è forza rinunziare ai particolari. E preferiamo
inoltre affidarci, per supplire a questa omissione, alla vostra lealtà e
al favore con cui sovente guardaste alla nostra causa e a' suoi fati. La
nostra, signore, non è nè può essere diplomazia; è una chiamata di
popolo a popolo, libera e cordiale, senza minaccia come senza pensiero
segreto. Più d'ogni altra nazione, la Francia è capace d'ascoltarla e
d'intenderla.
La condizione anormale di cose esistente fra la repubblica francese e
noi riescirebbe, prolungandosi, segnatamente dopo la dichiarazione della
vostra Assemblea e le recenti manifestazioni del popolo francese a
nostro riguardo, inconcepibile. E la proposta che tende a far sì che
cessi v'è inviata da noi, signore, con tutta la potenza di convincimento
e di desiderio che vive in noi. Abbiatela sacra, però che essa compendia
la fede incrollabile ai fervidi desiderî d'un popolo, piccolo per numero
ma prode e leale, che ricorda i suoi padri e ciò che compirono sulla
terra e che, combattendo oggi per una causa sacra, quella
dell'indipendenza e della libertà, è irrevocabilmente deciso a imitarli.
Questo popolo, signore, ha diritto d'essere compreso dalla Francia e di
trovare in essa un appoggio, non una potenza ostile; ha diritto di aver
dalla Francia non _protezione_, ma fratellanza. Ogni domanda di
_protezione_ proferita da esso sarebbe interpretata dall'Europa come un
grido di disperazione, come una dichiarazione d'impotenza e lo farebbe
indegno di quell'amistà della Francia sulla quale ei facea calcolo prima
dei fatti recenti. Quel grido di disperazione non può suonargli sul
labbro. Non esiste impotenza per un popolo che sa morire; e mal
s'addirebbe a generoso sentire da parte d'una grande e altera nazione di
sconoscere il nobile impulso che muove il popolo di Roma.
Bisogna, signore, che questa condizione di cose cessi. La fratellanza
non è oggi fra noi se non parola vuota di senso pratico: diventi una
realtà. Sia lecito ai nostri corrieri, alle nostre armi, alle nostre
truppe di circolare liberamente a nostra difesa su tutte quante le
nostre terre. Non sian i Romani condannati come oggi sono a guardare con
sospetto uomini ch'erano avvezzi a considerare siccome amici. Ci sia
schiusa la via di difenderci con tutti i nostri mezzi dagli Austriaci
che bombardano le nostre città. Non rimangano più dubbie le buone e
leali intenzioni della Francia. Non sia più possibile all'Europa di dire
ch'essa, la Francia, ci sottrae le difese per imporci poi una
protezione, mercè la quale si serberebbe inviolato da altri il nostro
territorio, ma colla perdita di quanto abbiamo più caro, del nostro
onore e della nostra libertà.
Fate questo, signore. Svaniranno le difficoltà che or ci separano: gli
affetti, oggi illanguiditi, potranno rivivere; e la Francia
riconquisterà il diritto di consigliarci che l'attitudine ostile assunta
le toglie.
Gli accantonamenti che ci sembrano più opportuni per ora si
stenderebbero sulla linea da Frascati a Velletri.
Accettate, signore, ecc.
_30 maggio 1849._
Ecco ora le proposte:
I. I Romani, fidenti oggi come sempre nell'appoggio fraterno della
repubblica francese, reclamano la cessazione d'ogni ostilità reale o
apparente e lo stabilimento delle relazioni che devono esprimere
quell'appoggio fraterno.
II. I Romani hanno pegno di libero esercizio dei loro diritti politici
nell'art. 5 della costituzione francese.
III. L'esercito francese sarà considerato dai Romani come un esercito
amico e accolto siccome tale. In accordo col governo della repubblica
romana, esso stanzierà in accantonamenti convenevoli così per la difesa
del paese come per la salubrità. L'esercito francese rimarrà estraneo
all'amministrazione del paese.
Roma è sacra pe' suoi amici come pe' suoi nemici. Essa non fa parte
degli accantonamenti scelti dalle truppe francesi. Il prode suo popolo è
la sua migliore difesa.
IV. La repubblica francese difenderà da ogni invasione straniera il
territorio occupato dalle sue truppe.