Abbiamo l'onore di trasmettervi la decisione dell'Assemblea concernente
il progetto da voi comunicato alla sua commissione. L'Assemblea non ha
creduto di poter accettarlo. Essa c'incarica d'esprimervi a un tempo le
ragioni dell'unanime suo voto e il rincrescimento ch'essa ne prova.
Ed è pure con profonda mestizia, naturale a uomini che amano la Francia
e pongono tuttavia fede in essa, che noi compiamo con voi, signore, la
missione affidataci.
Quando dopo la decisione della vostra Assemblea _che invitava il governo
a far sì, senza indugio, che la spedizione d'Italia non si sviasse più
oltre dal fine assegnatole_, noi sapemmo del vostro arrivo, ci balzò il
core per gioja. Credemmo nella immediata riconciliazione, in un solo
principio proclamato da voi e da noi, tra due popoli, ai quali tendenze
naturalmente amichevoli, ricordi, interessi comuni e condizione politica
comandano stima e amore. Pensammo che, scelto a verificare la condizione
delle cose e colpito dall'accordo assoluto che annoda in un solo
pensiero quasi tutti gli elementi del nostro Stato, voi avreste coi
vostri ragguagli distrutto il solo ostacolo possibile ai nostri voti, il
solo dubbio che potesse ancora indugiare la Francia nel compimento del
nobile pensiero espresso dalla decisione della vostra Assemblea.
Concordia, pace interna, determinazione ponderata, entusiasmo,
generosità di condotta, voto spontaneo e formale dei municipî, della
guardia nazionale, delle truppe, del popolo, del governo e
dell'Assemblea sovrana in favore del sistema d'instituzioni esistente,
tutto questo v'è riuscito evidente; voi lo diceste, non ne dubitiamo,
alla Francia; e speravamo quindi a buon dritto che, parlando in nome
della Francia, voi avreste con noi proferite parole diverse da quelle
che formano il vostro progetto.
L'Assemblea ha notato il modo col quale la parola _repubblica romana_ è
studiosamente evitata nel primo vostro articolo; e ha indovinato in quel
silenzio una intenzione sfavorevole ad essa.
Parve all'Assemblea che, dalla maggiore importanza in fuori data dal
vostro nome e dalla vostra autorità al progetto, non fosse quasi in esso
più che non in alcuni atti del generale prima della giornata del 30
aprile. Accertata una volta in modo innegabile l'opinione del popolo,
perchè insistere ad affrontarla coll'occupazione di Roma? Roma non ha
bisogno di protezione: nessuno combatte nella sua cerchia; e se un
nemico si presentasse appiè delle mura, Roma saprebbe resistergli con
forze proprie. Roma può in oggi proteggersi sulla frontiera toscana e in
Bologna! L'Assemblea ha dunque intravveduto egualmente nel vostro terzo
articolo un pensiero politico, inaccettabile da essa oggi, tanto più che
il decreto dell'Assemblea francese sembra risolutamente avverso a una
occupazione non provocata, non richiesta dalle circostanze.
Noi non vi nasconderemo, signore, come la funesta coincidenza di una
relazione risguardante la cinta di difesa contribuisse alla decisione
dell'Assemblea. Un nucleo di soldati francesi varcava, in questo stesso
giorno e violando lo spirito della tregua, il Tevere presso a San Paolo,
stringendo sempre più in tal modo il cerchio delle operazioni militari
intorno alla capitale. E non è questo, signore, un atto isolato. La
diffidenza del popolo, già suscitata dal pensiero di veder la propria
città occupata da truppe straniere, s'è intanto accresciuta, e sarebbe
difficile, forse impossibile, una transazione su cose che l'Assemblea
considera da canto suo come pegno vitale d'indipendenza e di dignità.
Per queste e altre ragioni, il progetto fu, comunque a malincuore,
giudicato inammissibile dall'Assemblea. Noi avremo l'onore di
trasmettervi domani, signore, conformemente alle sue intenzioni, una
proposta inferiore di certo alle nostre giuste speranze, ma che avrebbe
non foss'altro il vantaggio d'allontanare ogni pericolo di collisione
tra due repubbliche fondate su diritti identici e congiunte da simili
aspirazioni.
Accettate, signore, ecc.
_19 maggio 1849._