SIGNORE,

Voi ci chiedete alcune note sulle condizioni presenti della repubblica

romana. Le avrete da me, dettato con quella sincerità che fu, in venti

anni di vita politica, mia norma inviolabile. Noi non abbiamo bisogno di

nascondere o mascherar cosa alcuna. Fummo, in questi ultimi tempi, segno

di strane calunnie in Europa: ma noi dicemmo sempre agli uomini che

udivano le calunnie: _Venite e osservate_. Voi siete ora, signore, fra

noi; siete mandato a verificare la realtà delle accuse: fatelo. La

vostra missione può compirsi con libertà illimitata. La salutammo noi

tutti con gioja, perchè essa non può che giustificarci.

La Francia non intende, senza dubbio, contenderci il diritto di

governarci come a noi piace, il diritto di trarre, per così dire, dalle

viscere del paese il pensiero regolatore della sua vita e porlo a base

delle nostre instituzioni. La Francia non può che dirci: «Riconoscendo

la vostra indipendenza, io debbo accertare ch'essa esce dal voto libero

e spontaneo della maggioranza. Collegata coi governi d'Europa e

desiderosa di pace, se fosse vero che una minoranza soggioga tra voi le

tendenze nazionali--se fosse vero che la forma attuale del vostro

governo non è se non il pensiero capriccioso d'una fazione sostituito al

pensiero comune, io non potrei vedere con indifferenza la pace d'Europa

messa continuamente a rischio dalle passioni e dall'anarchia

inseparabili ad ogni governo di fazione».

Noi concediamo questo diritto alla Francia, perchè crediamo alla

solidarietà delle nazioni pel bene. Ma affermiamo a un tempo che se fu

mai governo escito dal voto della maggioranza, quel governo è il nostro.

La repubblica s'impiantò fra noi per volontà d'un'Assemblea escita dal

suffragio universale; fu accettata con entusiasmo per ogni dove; in

nessun luogo fu combattuta. E notate, signore, che rare volte

l'opposizione fu così facile e poco pericolosa; direi anzi così

provocata, non dagli atti, ma dalle circostanze singolarmente

sfavorevoli nelle quali la repubblica si trovò collocata nei primi suoi

giorni.

Il paese esciva da una lunga anarchia di poteri inseparabile

dall'interno ordinamento del governo caduto. Le agitazioni inevitabili

in ogni grande trasformazione e a un tempo fomentate dalla crisi della

questione italiana e dagli sforzi di parte retrograda, lo avevano

cacciato in un eccitamento febbrile che apriva il campo ad ogni ardito

tentativo, ad ogni cosa che suscitasse interessi e passioni. Non avevamo

esercito, non forza capace di reprimere; e in conseguenza degli abusi

anteriori, le nostre finanze erano impoverite, esaurite. La questione

religiosa, maneggiata da uomini capaci e interessati a trarne tutto il

partito possibile, era facile pretesto a torbidi con un popolo dotato di

splendidi istinti e di aspirazioni generose, ma intellettualmente poco

educato. E nondimeno, proclamato appena il principio repubblicano, un

primo fatto innegabile sottentrò a quelle condizioni pericolose:

l'ordine. La storia del governo papale offre sommosse frequenti,

periodiche: la storia della repubblica non ne ha una sola. L'uccisione

di Rossi, fatto deplorabile ma isolato, eccesso individuale rifiutato,

condannato universalmente, provocato forse da una condotta imprudente,

d'origine a ogni modo ignota, fu seguito dall'ordine più mirabile[96].

La crisi finanziaria intanto saliva. Raggiri colpevoli riuscirono a far

cadere di tanto il credito della carta della repubblica, da non potersi

scontare se non al 41 o al 42 per %. Il contegno dei governi d'Italia e

d'Europa si fece sempre più ostile. Difficoltà materiali e isolamento

politico non valsero a turbare la calma di questo popolo. Era in esso

una fede incrollabile nel futuro che doveva escire dal nuovo principio.

Ed oggi, di mezzo alla crisi, di fronte all'invasione francese,

austriaca, napoletana, il nostro credito si rafforza; la nostra carta

non soggiace che allo sconto del 12 per %; il nostro esercito ingrossa

di giorno in giorno; e le popolazioni s'apprestano a farci riserva. Voi

vedete Roma, signore, e sapete l'eroica lotta or sostenuta da Bologna.

Io scrivo solo, di notte, in seno a una città profondamente tranquilla.

Le milizie che custodivano Roma l'abbandonarono jersera per compire una

impresa; e innanzi all'arrivo d'altre milizie, che non ebbe luogo se non

a mezzanotte, le nostre porte, le nostre mura, le nostre barricate

erano, in conseguenza d'un semplice avviso trasmesso, guardate, senza

romore o millanteria, dal popolo in armi. Vive in core a questo popolo

una profonda determinazione: il decadimento della potestà temporale

attribuita al papa; l'odio del governo pretesco sotto qualunque forma,

anche temperatissima, esso tenti di riproporsi; l'odio, io dico, non

agli uomini, ma al governo. Verso gli individui il nostro popolo,

dall'impianto della repubblica fino ad oggi, s'è mostrato, la Dio mercè,

generoso; ma la sola idea del governo clericale del re pontefice lo fa

fremere. Combatterà energicamente ogni disegno di ristorazione: si

travolgerà nello scisma anzichè subirlo.

In conseguenza d'oscure minaccie, ma segnatamente del difetto

d'abitudini politiche, un certo numero di elettori non avea contribuito

alla formazione dell'Assemblea. E quel fatto sembrava indebolire

l'espressione del voto generale. Un secondo fatto decisivo, vitale,

rispose poc'anzi ai dubbî possibili. Poco tempo innanzi alla

costituzione del Triumvirato, si rieleggevano i municipî. L'universalità

degli elettori si accostò all'urne. Dovunque e sempre l'elemento

municipale rappresentò l'elemento conservatore dello Stato. Taluni

paventavano che tra noi s'insinuasse in esso uno spirito di

retrogressione. Or bene, sotto il rugghio della tempesta, iniziato già

l'intervento, mentre le apparenze accennavano a una vita di giorni per

la repubblica, esciva dai municipî l'adesione più spontanea, più unanime

alla forma scelta. Agli indirizzi dei Circoli e dei Comandi della

guardia nazionale s'unirono nella prima metà di questo mese i municipî

tutti, da due o tre infuori. Io ebbi l'onore di trasmettervene la lista,

o signore.

Essi dichiararono devozione esplicita alla repubblica e convincimento

che i due poteri sono incompatibili in un solo individuo. È questo,

concedetemi di ripeterlo, un fatto decisivo; una seconda prova legale

confermante la prima e fondamento irrecusabile al nostro diritto.

Quando le due questioni--repubblica e abolizione della potestà

temporale--furono poste all'Assemblea, alcuni fra i membri, più timidi

dei loro colleghi, stimarono che l'inaugurazione della forma

repubblicana fosse prematura e di fronte agli ordini attuali d'Europa

pericolosa: non un solo votò contro il decadimento del papa re, destra e

sinistra si confusero in un solo pensiero.

A popolo siffatto oserebbe un governo libero comandare, senza delitto e

contradizione, il ritorno al passato? Quel ritorno, pensateci bene,

signore, equivarrebbe a un ripristinamento dell'antico disordine, delle

società segrete consacrate alla lotta, dell'anarchia nel core d'Italia,

della vendetta innestata in un popolo che oggi non chiede se non

d'obliare. Quel ritorno sarebbe una fiamma di guerra permanente in

Europa, un programma di partiti estremi sostituito al governo

repubblicano ordinato ch'oggi rappresentiamo. Può voler questo la

Francia? Lo può il suo governo? Lo può un nipote di Napoleone? La

persistenza in un disegno ostile di fronte alla doppia invasione

napoletana ed austriaca ricorderebbe lo smembramento della Polonia. E

pensate inoltre, signore, che disegno siffatto non potrebbe compirsi

fuorchè risollevando la bandiera che il popolo rovesciò sopra un cumulo

di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.

Riceverete fra poco, signore, una seconda mia lettera sulla questione...

_16 maggio 1849._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 43 / 227 题