PREFAZIONE

Come abbiamo accennato nella prefazione al vol. I, riassumiamo qui la

vita politica e i fatti salienti dell'apostolato di G. Mazzini dal 1853

al dì della sua morte, a complemento delle note autobiografiche nello

stesso primo volume raccolte ed a commento degli scritti politici ed

economici in questo contenuti.

De' concetti filosofici del Mazzini, de' suoi pensamenti intorno

all'arte, non che della sua vita privata, parleremo nelle prefazioni ai

volumi _Filosofia_, _Letteratura_, _Epistolario_, man mano che verranno

pubblicati.

E se i brevi e rapidi cenni, che le proporzioni della presente edizione

ci consentono, son troppo inferiori al soggetto e non danno che una

pallida idea dell'azione indefessa, magnanima del grande Italiano, nella

cui formula _Dio e il Popolo_ è la fede dell'avvenire, nondimeno

crediamo che possano bastare per mostrare ai lettori come quella fede si

esplicò nel suo pensiero; come il Dio ch'egli portava in petto,

talismano contro ogni debolezza, ogni vigliaccheria, nulla avesse di

comune cogli Dei invocati a giustificazione d'ogni nequizia, d'ogni

reazione. Come quel Dio inspirò e sollevò in alto colui che con lo

sguardo fisso nel progresso dell'umanità ne interrogò la legge.

Chi desidera più particolareggiate e copiose notizie su questo

importante periodo dell'apostolato mazziniano, consulti i proemi

premessi dal Saffi agli ultimi nove volumi delle opere complete, e gli

scritti contemporanei, fra i quali citiamo a titolo d'onore quelli della

signora J. W. Mario e dell'Anelli, a cui abbiamo largamente attinto.

*

* *

Quando la Russia nel 1853 manifestò l'intenzione di risolvere la

questione d'Oriente a modo suo, pigliandosi Costantinopoli,

l'Inghilterra, risoluta di attraversarne i disegni, iniziò le trattative

per un'alleanza con la Francia in difesa dell'Impero Turco, facendo

conto eziandio sul concorso dell'Austria. E il degenere nipote di

Napoleone Bonaparte di buon grado accoglieva quelle proposte, nella

speranza di acquistare popolarità in Francia col prestigio della gloria

militare, e predominio morale in Europa.

Il Mazzini vide quel disegno funesto alla causa della libertà, e

specialmente all'Italia coll'accrescer potenza alla nemica Austria[1], e

pubblicò varî scritti indirizzati alla nazione inglese, nei quali

indicava l'onta d'un'alleanza con l'uomo del 2 dicembre, l'errore

massimo di porre fede nell'Austria, e la necessità di non trasfondere

sangue nuovo nelle vene di uno Stato che rappresentava il _dispotismo_,

la _ferocia_, l'_immobilità_. Affermava essere invece degno della libera

Inghilterra il fare appello, in nome del santo principio della

nazionalità, alla Polonia, alla Germania, all'Ungheria, all'Italia e a

tutti gli elementi rumeni, serbi, bulgari, albanesi, per sottrarli

all'influenza russa ed _inalzare intorno all'Impero moscovita una

barriera vivente di giovani nazioni associate_[2].

Ma sebbene queste idee del Mazzini fossero divise dai più eminenti

uomini di stato inglesi, come Gladstone, Stansfeld, Forster, Roebuck ed

altri, pure quell'alleanza _assolutamente torta e immorale_[3] fu

conchiusa in nome del sempre invocato equilibrio europeo. E di

quell'alleanza, per opera del Cavour, entrava a far parte il Piemonte,

che spediva in Crimea 15 000 valorosi soldati, mentre questi associati

al _resto dell'esercito ed a tutto il popolo_[4] avrebbero potuto

costringere l'Austria ad abbandonare il Po.

Il risultato di quella guerra, che costò tante nobili vite, è noto; e

l'Europa ne risente ancora i tristi effetti[5]. Il Piemonte ottenne la

soddisfazione di presentare al Congresso di Parigi il famoso

_memorandum_ cavouriano al quale gli scrittori di parte attribuirono

tanta importanza. Ma l'effetto del prendere in tal guisa un posto umile

e tollerato intorno al tappeto verde della diplomazia imperante, fu di

legare da quel tempo in poi il Cavour alla vacillante e personale

politica di Napoleone: nulla più faceva senza il beneplacito suo, pronto

a soffocare qualunque tentativo d'iniziativa nazionale[6] quando

piacesse all'imperatore da cui pendevano le sorti d'Italia[7]. E per il

Cavour quelle sorti--è bene notarlo subito--si confinavano in

un'ingrandimento dello Stato piemontese; chè all'Unità d'Italia egli non

credette fino a quando gli eventi, da lui non preveduti, lo costrinsero

a riconoscerla inevitabile[8].

E mentre il primo ministro piemontese limitava il suo lavoro a preparare

con ajuti stranieri l'annessione della Lombardia e, tutt'al più, del

Veneto, Mazzini invece trattava in Lugano col Garibaldi intorno ad una

spedizione in Sicilia, dov'era già fondato, fino dal 1850, un Comitato

nazionale col duplice intento di sradicare dall'Isola ogni idea

d'autonomia e di costringere i governanti o ad abbandonare il meschino

concetto cavouriano d'un Piemonte ingrandito, o a rovinare con esso.

Quella spedizione non ebbe luogo allora, bensì sei anni dopo, e

gloriosamente, mercè appunto la lunga, costante, efficace preparazione

degli animi alla santa causa dell'unità e indipendenza nazionale.

Intanto per le brighe di Napoleone e de' suoi devoti si divulgava nella

penisola l'idea di dare a Luciano Murat il regno di Napoli; idea non

favoreggiata solamente dal governo piemontese[9], ma per un momento

anche da uomini come Saliceti, Lizabe Ruffoni, Montanelli, i quali, dopo

la caduta della Repubblica romana esuli in Francia, troppo presto

disperavano della causa dell'unità.

Contro quell'intendimento antiunitario ed antinazionale protestavano

bensì i più insigni patrioti d'Italia; e Poerio, Spaventa, Mauro,

Bianchi e Settembrini rispondevano dalle prigioni «preferir di morire in

carcere piuttosto che stender le loro mani a quell'avventuriere

straniero»[10]. Il Mazzini, appena ne ebbe sentore, scriveva fiere

parole dirette specialmente all'esercito, e opportunamente ricordava il

voto dato da Murat a favore della spedizione francese del 1849.

Di quel vano tentativo del Bonaparte, per spegnere ogni speranza di

unità, non si parlò più: sparve come tanti altri disegni architettati

dal nipote nella solitudine per emulare le gesta dello zio.

E sebbene in quel tempo--per opera specialmente di Giorgio Pallavicino,

monarchico unitario, cittadino integro e forte, che per la dura scuola

dell'esperienza dovette ricredersi e morire convertito al culto della

fede repubblicana[11]--molti si fossero distaccati dal Mazzini per

avvicinarsi al governo costituito, quegli si dette con tutta l'anima a

tenere alta la bandiera dell'unità nazionale, osteggiata allora, come

sempre, dalla monarchia che sognava in accordi federativi fra principi

regnanti _quattro o cinque Italie_, come egli dice nelle stupende

lettere a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino[12]. Nè contento di sole

esortazioni, preparava, organizzava moti, fra i quali, degni di glorioso

ricordo, la spedizione di Sapri e la sollevazione di Genova.

Come tutti i tentativi generosi, per l'una o l'altra circostanza non

riusciti, sollevarono contro gl'iniziatori ed in ispecie contro l'anima

dirigente, il Mazzini, un'ondata di recriminazioni, accuse e calunnie;

ma non valsero a scuotere chi ben sapeva essere il bene premio di

sacrificio e l'audace iniziativa indispensabile per scuotere e mantenere

vive le inerti aspirazioni[13].

Fallita la sollevazione di Genova, non per colpa del popolo, che si

mostrò, come sempre, pronto ed animoso, ma per colpa dei capi che

dovevano dirigerla, il gran Proscritto cercato ovunque a morte dalla

polizia sarda, _ajutata da cagnotti còrsi e francesi_[14], potè a stento

mettersi in salvo. Fu bensì con altri patrioti condannato in contumacia

alla pena di morte; ricompensa decretata dai giudici della monarchia

costituzionale di Vittorio Emanuele, non diversa da quella venti anni

prima assegnatagli dai giudici del padre Carlo Alberto.

Tornò a Londra e riprese con lo stesso ardore il suo lavoro di

cospirazione ed organizzazione per muovere le popolazioni centrali e

meridionali all'azione unitaria, protestando in pari tempo, in nome

della dignità nazionale, contro la politica governativa che spingeva il

Piemonte ad allearsi con Napoleone III, fra tutti i regnanti il più

pericoloso ed abjetto. E l'uomo del 2 dicembre, spinto agli estremi,

impose al ministero di chiedere al governo inglese l'estradizione del

Mazzini, del Ledru Rollin, del Kossuth e di Simon Bernard, sotto lo

specioso pretesto che fossero complici nell'attentato di Felice Orsini.

L'Inghilterra, gelosa delle sue tradizioni di libertà, protestò

sdegnosa, e lord Palmerston, che aveva presentato un progetto di legge

per ottenere la facoltà di limitare quelle libertà ed applicare lo

sfratto quando si trattava di sudditi esteri, dovette lasciare il

potere. Anche il Belgio e la Svizzera resistettero alle pretese

imperiali: soltanto il conte di Cavour si piegò, per compiacere il

futuro alleato, a proporre e a fare approvare alcune disposizioni

limitanti la libertà della stampa e ad imaginare, coll'ajuto delle

compiacenti autorità di pubblica sicurezza, un complotto contro la vita

sua e quella di Vittorio Emanuele[15]. All'ingiustissima accusa il

Mazzini rispose da par suo con la lettera al Cavour, riportata in questo

volume, nella quale rampogna altresì i meschini concetti, le arti

subdole di un governo, che non aveva fiducia nel popolo, e tutto

aspettava dall'ajuto straniero.

Premio a tanta condiscendenza fu il triste patto di Plombières.

Appena il Mazzini ne ebbe notizia, fieramente e italianamente scrisse

contro; perchè mentre confidava, e non a torto, che l'Italia avrebbe

potuto far da sè, temeva le mire interessate dell'infido alleato; e il

15 novembre 1858, quasi vaticinando Villafranca, scriveva:

«Il re, circondato, assediato, tormentato dalle mille influenze, che le

tradizioni monarchiche, la diplomazia, la paura d'inimicarsi altri

governi, gli stenderanno intorno, porgerà orecchio alle prime proposte

di pace--_pace all'Adige o a Campoformio non monta_--che gli assicurino

un ingrandimento territoriale e un addentellato a più larga conquista

nell'avvenire»[16].

Molti esuli del partito d'azione avevano pubblicamente dichiarato che se

la guerra fosse stata iniziata e condotta da Napoleone, non vi avrebbero

preso parte; ma quando videro muover prima l'Austria e gli Stati

d'Italia insorgere in nome della libertà, abbandonarono tosto il primo

proposito, chè in cima ai loro pensieri tenevano quello dell'unità della

patria. «E Giuseppe Mazzini diè mano--come uomo di stato nel più alto

senso della parola, ed esperto misuratore dei rapporti possibili fra il

suo Ideale e la realtà--a promuovere, con ogni poter suo, nell'elemento

italiano del moto, caratteri recisamente nazionali ed unitarî»[17].

Giunto in Toscana, rincorò i patrioti, che erano indignati e stupiti per

l'inattesa tregua di Villafranca, con la singolare efficacia della sua

parola, e formulò un nuovo piano d'insurrezione in questo semplice

motto: _al centro mirando al sud_; invasione cioè dell'Umbria e dello

Stato Romano per muovere quindi verso il regno delle Due Sicilie. E

sebbene egli e gli altri suoi compagni d'azione avessero lealmente

dichiarato di tacer di repubblica se la monarchia piemontese si fosse

dichiarata alla sua volta unitaria e si fosse attivamente accinta

all'opera, furono, ciò non ostante, cercati, perseguitati dalla polizia

come traditori e peggio. Al Saffi, giunto a Torino, fu intimato di

ripassare entro ventiquattr'ore la frontiera. Sicchè alcuni si

affrettarono a riprendere la via dell'esilio, altri si nascosero, mentre

altri ancora, o meno cauti o più fidenti, venivano chiusi in

carcere[18].

Indignato il Mazzini dello sleale ed iniquo trattamento, da Firenze, ove

rimase nascosto per circa tre mesi, in casa Dolfi, scrisse al re, cui

egli giudicava migliore de' suoi ministri, la nota lettera qui

riportata.

Al pari di quella indirizzata a Pio IX, lo scritto produsse una profonda

impressione e fu argomento di chiose ed interpretazioni le più erronee.

Come il Mazzini si rivolse al papa, quando questi aveva in mano

l'iniziativa, per mostrare al popolo come dal successor di san Pietro

non v'era da aspettarsi opera di vera libertà e rigenerazione, così, a

sua volta, quando la sorte si volse propizia al re, volle che la lezione

si ripetesse, sapendo quanto eran discosti gl'interessi dinastici da

quelli del popolo. Trattò con Vittorio Emanuele per mostrare, colla

evidenza del fatto, che ogni speranza di generosa ardita iniziativa si

infrangeva dinanzi alle preoccupazioni, ai timori, alle tradizioni della

politica dinastica.

Qui giova riprodurre, dalla lettera accennata, il brano seguente:

«L'unità è voto e palpito di tutta Italia. Una patria, una bandiera

nazionale, un solo patto, un seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a

metropoli: è questo il simbolo d'ogni italiano. Voi parlaste

d'indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50.000 volontarî... Ma era

la metà del problema. Parlatele di libertà e d'unità: essa ve ne darà

500.000... Ma voi non siete più vostro. Fatto, a Villafranca, vassallo

della Francia imperiale, v'è forza chiedere, per le vostre risposte

all'Italia, inspirazioni a Parigi. Sire! sire! in nome dell'onore, in

nome dell'orgoglio italiano, rompete l'esoso patto! Non temete che la

storia dica di voi: ei fece traffico del credulo entusiasmo

degl'Italiani per impinguare i proprî dominî?... I padri nostri

assumevano la dittatura per salvare la Patria dalla minaccia dello

straniero. Abbiatela, purchè siate liberatore. Dimenticate per poco il

re, per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato

della Nazione. Siate grande come l'intento che vi ho posto davanti,

sublime come il dovere, audace come la fede. Vogliate e ditelo. Avrete

tutti, e noi primi con voi.»

Ma fra tutti gli scritti pubblicati dal Mazzini con l'animo amareggiato

dalla triste pace di Villafranca, bellissimo per elevatezza di concetto,

per nobiltà di forma, per una ineffabile malinconia che vi spira o

quello _Ai giovani_, la cui lettura ai giovani d'Italia vivamente

raccomandiamo, chè fra l'immensa congerie dei libri pubblicati in

quest'ultima metà del secolo, raramente troveranno altre pagine capaci

come quelle di elevar l'animo a nobili sensi.

Sulla fine di quell'anno il Mazzini tornò in Inghilterra, «ma non cessò

dal lavoro per le delusioni sofferte, inculcando con lettere ai patrioti

dell'interno e con pubblici scritti al Paese ed al re il dovere comune,

protestando contro la piega servile, che subordinava il diritto,

l'indipendenza e la dignità dell'Italia alla politica del secondo

Impero, e ponendo in rilievo le condizioni dell'opinione europea,

favorevole ad una condotta indipendente e civile da parte degli

Italiani. Voci al deserto! Pur nondimeno perseverava: e, ne' primi mesi

del 1860, mentre, ripresa la pubblicazione del periodico _Pensiero e

Azione_, insisteva, scrivendo, sul da farsi, s'adoprava nello stesso

tempo ad apprestare elementi e mezzi di nuovi moti a primavera,

dirigendo le sue mire alla Sicilia... Al quale intento cooperarono,

arditamente attivi, Rosalino Pilo, Francesco Crispi[19], La Masa, Corao

ed altri patrioti siciliani, devoti alla Patria, visitando segretamente,

a rischio del capo, la serva terra nativa, ordinandovi le prime bande, e

dirigendo il moto che determinò la spedizione di Marsala»[20].

Il 5 maggio il Garibaldi, fin allora raggirato dalle arti della

diplomazia sarda[21], ruppe gl'indugî, salpando da Quarto con la prode

schiera dei Mille, e il 27 entrava trionfante in Palermo, nella nativa

città di Rosalino Pilo, sei giorni dopo che quell'eroe era caduto,

colpito in fronte da una palla borbonica.

Appena fu liberata la Sicilia, il Mazzini, insieme col Bertani ed altri,

diè mano a preparare, secondo il suo antico concetto, mezzi e uomini per

una spedizione che, attraverso l'Umbria e lo Stato Romano, si

ricongiungesse al Garibaldi in Napoli; e fu tosto messa insieme una

brigata di duemila volontarî della quale ebbe il comando G. Nicotera. Ma

inaspettatamente dal Governo di Piemonte--che temeva dei volontarî e che

era geloso e sospettoso del prestigio acquistato dal Garibaldi[22]

--venne ordine d'impedire alla brigata di Castelpucci l'invasione

dell'Umbria e dello Stato Pontificio. Il Nicotera, ad evitare una guerra

civile, ubbidì, pur fieramente protestando contro lo sleale ed inatteso

divieto e dichiarando--gli eventi non giustificarono la promessa--che

non avrebbe più combattuto sott'altra bandiera, all'infuori di quella

repubblicana.

L'ingresso dell'eroico duce in Napoli persuadeva _finalmente_ il Cavour

che l'unità d'Italia era ormai inevitabile, e che perciò la Monarchia

doveva fare qualche cosa per controbilanciare l'influenza di Garibaldi,

e _per riacquistare la forza morale necessaria a signoreggiare la

rivoluzione_[23]. Ed allora fu deliberata l'occupazione delle Marche e

dell'Umbria con l'esercito regio guidato dal Cialdini, e nello stesso

tempo vennero mandati a Napoli abili faccendieri i quali, impazienti di

ottenere la dedizione immediata di Napoli e temendo che ad ottenere ciò

fosse d'ostacolo la presenza del Mazzini, non rifuggirono dall'eccitare

contro di lui i bassi fondi della città, che gli gridarono morte sotto

le finestre del suo alloggio. Alla lettera del prodittatore

Pallavicino--_cuore generoso raggirato nel comune inganno_--che lo

esortava a partire da Napoli, facendo appello al suo patriotismo, egli,

rifiutando, rispose con l'anima piena d'amarezza:

«Il più grande dei sacrificî ch'io potessi mai compiere, l'ho compiuto

quando, interrompendo per amore all'unità ed alla concordia civile

l'apostolato della mia fede, dichiarai ch'io accettava, non per

riverenza a ministri o monarchici, ma alla maggioranza--illusa o no poco

monta--del popolo italiano, la monarchia, presto a cooperare con essa,

purchè fosse fondatrice dell'unità.»

E nello scritto intitolato _Nè apostati nè ribelli_, non solo ribatte la

calunnia che i repubblicani abbiano cercato di attraversare i disegni

del Garibaldi, ma rivendica al partito d'insurrezione tutte le

iniziative d'unità nazionale.

Consegnato a Vittorio Emanuele il regno delle Due Sicilie e ottenutone

in compenso la più nera ingratitudine[24], il Garibaldi salpò povero e

solo da Napoli per Caprera, dopo aver fissato col Mazzini di fondare il

giornale quotidiano l'_Italia del Popolo_ e di promuovere una

sottoscrizione a favore di Venezia e di Roma.

Ed anche il gran Genovese partì da Napoli _con l'anima in pianto_, e

riprese la via dell'esilio; ma, sempre tenace ne' suoi generosi

propositi, tutto si dette a ordinare il lavoro che doveva redimer Roma e

Venezia; ed a vantaggio delle due oppresse provincie usò d'ogni onesto

accorgimento, non escluso quello dell'azione parlamentare; tanto che il

Saffi ed altri di parte repubblicana, da lui non dissuasi, si risolsero

d'accettare il mandato di rappresentanti della Nazione in Parlamento

Egli però non ci volle entrare mai, sebbene per tre volte consecutive

eletto, sui primi del '66, dai cittadini di Messina con plauso e

commozione del non immemore popolo d'Italia. Il quale avvenimento giova

ricordare ad onore dell'eroica città, che protestava con quel nome

contro la subdola e servile politica d'allora, ed a severa rampogna

verso la maggioranza parlamentare, che per ben due volte annullò quella

elezione, invocando, senza rossore, la sentenza della Corte d'appello di

Genova del 20 ottobre 1858.

Il programma del Mazzini per la redenzione del Veneto e dello Stato

Romano era riassunto in queste parole: _A Roma per la via di Venezia_;

chè egli per l'azione nelle provincie venete contro l'Austria faceva

molto assegnamento sull'Ungheria, sulla Polonia e sulle altre

popolazioni slave gementi tutte e frementi sotto il bastone

austriaco[25]. E mentre con siffatto intendimento attendeva a preparare

armi e danaro, cercava anche di mantener _viva la protesta morale contro

la occupazione francese in Roma; nè solo in Italia, ma in Inghilterra e

nella Francia stessa. D'onde le_ =Petizioni=--_proposte e scritte da lui

medesimo--al Parlamento Italiano, alla Camera dei Comuni inglesi, e la_

=Rimostranza= _a Luigi Napoleone_[26].

Il 28 giugno dell'anno 1862 giunse improvvisa la notizia da Palermo che

il Garibaldi, accompagnato dal figlio Menotti, dal Guastalla, Missori ed

altri, era colà sbarcato, accolto con grande onore e con grande

esultanza del popolo e che, avendo fatto suo il grido uscito dalla folla

plaudente «_O Roma o morte_» preparava una spedizione contro lo Stato

Pontificio, fidando ancora nel tacito assenso del governo del re non

ostante il recentissimo tradimento di Sarnico[27].

Appena ebbe di ciò avviso il Mazzini, benchè dissentisse dal Garibaldi

circa il programma militare, dichiarò che _non era più tempo di

discussioni, ma d'ajutare quel moto con tutte le forze_! E lasciata

Londra, s'avviò in Italia. Ma era appena giunto a Lugano, che ebbe

notizia del luttuoso e codardo fratricidio d'Aspromonte, e, pochi giorni

dopo, dell'efferato assassinio di Fantina[28].

Era colmo e traboccava il vaso delle nequizie governative: con gente

capace di simili azioni nè accordo nè tolleranza potevano più a lungo

perdurare, e G. Mazzini nella sua lealtà denunciò a' governanti ed al

popolo la tregua fin allora subita con la seguente dichiarazione:

«La palla di moschetto regio che feriva Garibaldi ha lacerato l'ultima

linea del patto che s'era stretto, or sono due anni, tra i repubblicani

e la monarchia... Noi ci separiamo oggi per sempre da una monarchia che

combatte in Sarnico per l'Austria, in Aspromonte pel papa».

A questo breve ma triste periodo della nostra storia, pieno di forti

propositi, di generosi ardimenti da parte del popolo; di titubanze, di

raggiri, di colpe da parte del Governo, si riferiscono gli scritti

compresi nel presente volume: _Una dichiarazione_, _I Monarchici e noi_,

la _Lettera a Campanella_ e l'altra agli _Editori del_ =Dovere=.

Quando poi il Governo firmò la indegna _Convenzione di settembre_, con

la quale rinunziava a Roma, il Mazzini protestò contro quell'atto con

diversi scritti: _La Convenzione_, _La Convenzione e Torino_, _Ai

giovani delle Romagne e delle Marche_, _Roma è dell'Italia_, _Ai miei

fratelli delle Romagne_, dal primo dei quali togliamo il brano seguente,

profezia di ciò che avvenne tre anni dopo alla gloriosa e sventurata

spedizione nell'Agro Romano:

«La Convenzione, se il Governo mantiene i patti, decreta Roma

abbandonata fra due anni a una lotta feroce senza pro: l'Italia legata

ad assistervi immobile: Aspromonte in permanenza: decreta--se il Governo

non li mantiene--il disonore della Nazione; la guerra della Francia per

violazioni di trattati liberamente sanciti; l'incredulità dell'Europa in

ogni promessa dell'Italia.»

Il Mazzini aveva sperato che i deputati dell'estrema sinistra, indignati

d'un atto che era _violazione della legge fondamentale e dell'onore

della Nazione, si sarebbero ritirati come Trasea da un Senato

irreparabilmente servile e corrotto_; ma fu disingannato; chè anzi il

loro capo, Francesco Crispi, improvvisamente convertito, inalberava, in

una lettera al Mazzini, una nuova bandiera col motto: _la monarchia ci

unisce, la repubblica ci divide_. Il Mazzini a sua volta rispose con la

stupenda lettera, inserita anche in questo volume, la quale segna la

completa rottura fra il partito mazziniano e la maggior parte della

sinistra parlamentare.

«Nel 1866 la rottura dell'alleanza austro-prussiana e la guerra

germanica offersero alla nazione ed alla monarchia la grande, l'invocata

opportunità per l'acquisto del Veneto.» Sotto diverso reggimento,

fidandosi nella iniziativa e nelle forze popolari, non trattenuta da

tutela imperiale, «l'Italia avrebbe potuto coronarsi di gloria,

vincendo, con armi sue, per terra e per mare, e integrando i suoi

nazionali confini»[29].

Pur troppo così non fu. L'esito di quella guerra, che ci diede per le

mani di Napoleone il Veneto, s'associa ai ricordi più tristi ed

umilianti per il paese: Lissa e Custoza segnano la condanna inesorabile

di chi non seppe meglio usare dell'italica forza e valore. La storia

dovrà ripetere la desolante esclamazione di Nino Bixio: _Quello che io

so è che noi siamo disonorati!_

Il Mazzini, che era venuto in Italia a spingere i suoi fra i volontarî

di Garibaldi e a prestare tutta l'opera sua per rinfocolare i santi

entusiasmi; dopo gli inesplicabili disastri, l'armistizio, l'ordine al

Garibaldi di ritirarsi dalle forti posizioni conquistate nel Trentino,

nulla più potendo, ritornava in Lugano. E quando ebbe notizia

d'un'amnistia a lui accordata, la rifiutò sdegnosamente dicendo _che non

gli dava il core di rivedere l'Italia il giorno stesso in cui essa

accettava tranquilla il disonore e la colpa._

Ottenuto il Veneto nel modo inglorioso dianzi accennato, l'objetto del

pensiero nazionale si fissava nella liberazione di Roma; ma mentre da un

lato il _partito d'azione_, capitanato dal Mazzini e dal Garibaldi, si

rivolgeva al patriotismo delle popolazioni tuttora soggette al dominio

teocratico, dall'altro lato il partito del Governo, sempre soggetto alle

istruzioni dell'Eliseo, inculcava doversi rinunziare ad ogni tentativo

armato ed aspettare Roma dalla maturità dei tempi e dalla benevolenza

del Bonaparte[30].

Non a questo fatalismo inerte si rassegnavano i conscienti palpiti

popolari, ed appena il Garibaldi ebbe pronunziato di nuovo il grido:

_Andiamo a Roma!_ la gioventù italiana rispose balda e fidente: _Siamo

con voi!_ E il Governo, coerente alla propria politica, ai patti che

aveva escogitato nella sua alta sapienza diplomatica, volontariamente si

accinse ad inseguire ed arrestare i giovani generosi, che accorrevano a

far sacrifizio della propria vita per la redenzione di Roma e ad

assistere coll'arme al piede, fida sentinella del Bonaparte,

all'ecatombe di Mentana.

Come risulta limpidamente dal proemio del Saffi[31], in quella

sventurata campagna del '67, i seguaci del Mazzini furono, per suo

consiglio, fra i primi a seguire il Garibaldi; e questo giova notarlo,

perchè lo stesso Garibaldi, ingannato da maligni insinuatori, credette

allora e per molto tempo appresso che dell'infelice esito di quella

spedizione fossero responsabili i mazziniani.

Vero è che il Mazzini avrebbe voluto vedere il _popolo d'Italia_ entrare

in Roma a riprendere e continuare le gloriose tradizioni del '49, come

dice anche in un suo scritto _Ai Romani_[32], pubblicato fino dal 1866;

ma appunto per questo egli aveva bisogno di spingere ad arrolarsi

nell'esercito garibaldino gli uomini del suo partito, i quali, dopo la

vittoria, avrebbero potuto risollevare l'antica bandiera

repubblicana[33].

E a buona ragione premeva sventolare quella bandiera gloriosa, perchè la

monarchia s'era macchiata della maggior colpa, rinunziando a Roma;

ond'egli scriveva: «Ho esaurito con la monarchia tutte le prove, tutte

le concessioni, tutta l'obbedienza possibile. Dispero d'essa, non

dispero dell'Italia.» Pur ritenendo il momento non propizio, la bandiera

errata, secondò nondimeno con ogni forza a sua disposizione la

iniziativa del Garibaldi; la secondò pur prevedendone l'esito, perchè in

quella occasione, come in ogni altra, tutto subordinò e sacrificò alla

costituzione della patria unità.

Ben pochi sono i nomi dei grandi pensatori ed apostoli la cui fede seppe

trionfare di una lunga vita nella quale costanti delusioni, persecuzioni

e calunnie non vennero temperate da periodi di soddisfazioni e di

successo. Fra quei pochissimi si scriverà il nome di G. Mazzini; di lui

che ebbe sempre la terra promessa, a cui avea condotto il popolo

italiano, dinanzi agli occhi, ed esule e ramingo ne fu sempre

proscritto. Irradiato da presciente fede, tetragono al dolore, il forte

animo non vacillò, nè per un istante cedette alle patrie vergogne o alla

ingratitudine ed alle false accuse che ebbe sempre in compenso della

magnanima sua opera; non vacillò nemmeno quando ai dolori morali, per la

fiacchezza del corpo logoro da tanti patimenti, s'aggiunsero quelli

fisici, che lo trassero dopo lunghe sofferenze, stoicamente sopportate,

al sepolcro.

D'ogni breve periodo di sollievo profittava per continuare il suo già

quarantenne apostolato, e così, per esempio, scriveva agli amici di

Bologna: «Miglioro. E in verità il nuovo guanto di sfida che il papato e

lo straniero, protettore del papato, ci mandano coi cadaveri di Monti e

Tognetti, l'ira italiana ed il terrore di scendere nel sepolcro

coll'imagine della mia patria disonorata, inchiodata nell'anima,

operano, credo, a guisa di tonici sul corpo infiacchito.»

«Ma in quel tempo, narra il Saffi[34], i nuclei dell'alleanza

repubblicana stendevano, intrecciavano le loro fila di regione in

regione, avevano aderenti nella bassa ufficialità dell'esercito,

patrocinatori segreti nell'opposizione parlamentare; e i loro atti di

propaganda correvano per ogni terra d'Italia, erano diffusi nelle

officine, penetravano nelle caserme.»

E il Governo impaurito di quella propaganda, ferocemente insaniva,

ordinando sequestri, sciogliendo associazioni e cacciando in prigione i

migliori patrioti; nè di ciò pago, faceva spargere calunnie di

accoltellatori assoldati dal partito mazziniano a dare di piglio negli

averi e nel sangue dei cittadini; e costringeva, d'accordo col

Bonaparte, il Governo federale a cacciare gli esuli raccolti nel Canton

Ticino[35].

Alla volgare calunnia rispose il Mazzini nobilmente, serenamente, come

chi si sente l'animo integro, con lo scritto _Ai nemici_, al quale

mandiamo il lettore[36].

Furono quelli dal '67 al '70 tristissimi anni, chiamati con ragione dal

Garibaldi _tempi borgiani_, i quali forse soltanto nei presenti trovano

riscontro; per la qual cosa mai come allora suonò santa e potente al

cuore della patria la voce del Mazzini, quasi voce della Nemesi

italiana, che in mezzo alle corruzioni, alle viltà, agli arbitrî, allo

sperpero del pubblico denaro si levasse vendicatrice dell'onor

nazionale[37].

Nello scritto _L'iniziativa_, pubblicato nel maggio 1870[38], il Mazzini

riassume con un'abile sintesi le misere condizioni politiche, morali ed

economiche nelle quali dibattevasi la Patria per opera di un Governo

senza fede e senza ideali, e prova alla stregua dei fatti che dal popolo

solo può sorgere una vera iniziativa nazionale.

«Fra quelle congiunture, fermo nell'idea che l'Italia dovesse procedere

e predisporre, anzichè seguire, le combinazioni del tempo, e impaziente

d'inalzare la bandiera, che sola poteva, per suo avviso, rigenerarne la

vita, cedette ad ingannevoli proposte d'azione in Sicilia; e perchè il

moto porgesse malleveria non dubbia di tendere, non a separazione, ma ad

unità, deliberò di recarsi a capitanarlo. Nè valsero a rimuoverlo dal

suo proposito gli avvertimenti degli amici, convinti della vanità del

tentativo. Mosse pertanto, nel luglio del 1870, alla volta dell'Isola,

com'uomo che si consacra all'ultimo sacrificio per la sua fede. Ne

seguì, come tutti sanno, la sua cattura sulla nave che l'avea condotto

nelle acque di Palermo e la reclusione a Gaeta»[39].

Seppe in carcere della fucilazione del Barsanti e ne provò un profondo

dolore, una nuova scossa quel corpo affranto, il quale ormai reggeva a

tante lotte per la sola vigoria dello spirito, che ebbe in lui una

perenne giovinezza[40]; e ne sono mirabile testimonianza gli ultimi

scritti dettati poco prima di morire[41].

Seppe pure in carcere della presa di Roma; ma tale avvenimento non

poteva dargli allegrezza, chè nella Città Eterna, non il popolo entrava

altero e cosciente de' proprî destini, ad iniziarvi la terza civiltà; ma

la monarchia, quasi riluttante e supplichevole in atto, a continuarvi la

pedestre politica d'ipocrisie e di volgari espedienti[42]; e nello

scritto _Ai miei fratelli repubblicani dopo la prigionia di Gaeta_[43]

raccomandò in Roma e per Roma l'apostolato dell'_Alleanza repubblicana_.

Uscito di carcere per atto d'amnistia, correva a Staglieno a sfogare la

suprema angoscia dell'animo invitto sul sepolcro materno; quindi, mesto

e sdegnoso di dover la propria libertà ad un reale decreto, riprendeva

ancora una volta la triste via dell'esilio.

«Cessato l'arringo dell'azione armata--continua il Saffi--dinanzi

all'unità _materialmente_ compiuta, sentì più che mai profondo il

bisogno di volgere quell'avanzo di vita, che la natura fosse per

concedergli, all'arringo dell'azione pacifica, cercando preparare nella

mente e nella virtù della nuova generazione, l'unità morale della patria

risorta. Al quale effetto egli volse l'animo a due principali intenti:

l'ordinamento cioè delle società operaje d'Italia a nazionale

fratellanza, e la fondazione, nella capitale, d'un periodico: _La Roma

del Popolo_, inteso a riassumere, sotto forma d'apostolato civile, la

tradizione della scuola repubblicana unitaria, discesa dalla _Giovine

Italia_, interpretandone al Paese le dottrine religiose, politiche o

sociali»[44].

Sono frequenti in quel tempo gli scritti di G. Mazzini che apparvero

nella _Roma del Popolo_--come può vedersi in fine del presente

volume--indirizzati ad associazioni operaje, alle quali specialmente e

continuamente raccomanda di non separare la questione economica da

quella politica, e di stare in guardia contro esotiche dottrine tendenti

o ad abolire ogni legittimo principio d'autorità o a distruggere nella

patria, nella famiglia, nella proprietà individuale i cardini su cui si

svolge oggi ogni progresso di civile consorzio.

«Nè mai forse come in quell'estremo periodo del viver suo--continua il

Saffi--la parola del Grande Italiano penetrò così addentro nella mente,

non che dei suoi discepoli, ma di coloro stessi tra i suoi compagni di

Patria, che avevano per lo innanzi ignorato o frainteso i veri

intendimenti delle sue dottrine.»

Ed a queste dottrine facendo, com'era suo costume, seguire

l'applicazione pratica, fece sì che in Roma convenissero i

rappresentanti dei varî sodalizî operaî della Penisola a stringere un

patto di fratellanza, che doveva organizzare tutto _il ceto artigiano in

un gran corpo od ordine nazionale_[45]. In quel Congresso fu proclamato

mezzo efficace all'emancipazione economica delle classi operaje, la

costituzione delle cooperative di consumo e di produzione, le quali, da

quel tempo in poi, crebbero continuamente di numero e d'importanza,

tanto nei piccoli come nei vasti centri, avviamento lento ma sicuro

verso quell'ultimo assetto sociale da lui vagheggiato: _la riunione_,

cioè, _del capitale e del lavoro nelle stesse mani_[46].

Ma questa propaganda morale e sociale, a cui consacrò le rimanenti forze

dell'anima sua, gli fruttò, come di consueto, accuse, calunnie, amarezze

infinite, e, come di consueto, ei continuò impavido nella lotta: e con

lo scritto intitolato _Il Comune e l'Assemblea_[47] pubblicato il 3

maggio 1871 nella _Roma del Popolo_, egli respinse il consiglio di

coloro che lo esortavano a tacere di questione religiosa e sociale per

non suscitare discordie nel partito. Lo respinse perchè, oltre ad essere

il Mazzini sinceramente e profondamente convinto, giudicava che tacendo

o mentendo, non si ottengono mai unioni efficaci e durevoli[48].

«Al cadere dell'anno 1870--scrive il Saffi[49]--quasi presago della sua

fine, volle rivedere i suoi amici inglesi a Londra, serbando l'antica

consuetudine di celebrare con essi a domestico ritrovo l'ora del

passaggio dell'anno che muore all'anno che nasce. Mosse nel cuore

dell'inverno da Lugano, in compagnia del suo giovane amico Giuseppe

Nathan, passando il Gottardo, mal riparato dal freddo e dalla neve; onde

gli si aggravò la tosse, che da tempo lo affaticava. Fatta breve dimora

in Londra, si ricondusse nei primi giorni del '71 a Pisa, per dar mano

più da vicino alla collaborazione della _Roma del Popolo_; poi di nuovo

a Lugano nell'autunno di quell'anno, e vi si trattenne fino al febbrajo.

Ma in principio di quel mese, non curando la rigida stagione, volle

tornare a Pisa; e quel viaggio, molestato com'era dalla bronchite,

l'uccise.»

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. II · 第 9 / 227 题