CONFRONTI

Si afferma di ordinario dalle persone che non vogliono darsi la pena di

comparare per riflettere ed agire in conformità dei risultati ottenuti

dalla comparazione: i confronti sono odiosi. Dovrebbe dirsi invece:

i confronti sono dolorosi e vergognosi per coloro che sono costretti

a constatare la propria inferiorità e per quanti furono e sono causa

della inferiorità stessa.

La comparazione che s’impone quando si è dato il bando all’assoluto

è di una indiscutibile utilità nella politica, che vuole essere

sperimentale perchè, trovando termini di confronto con dati

avvenimenti, si acquistano elementi per una specie di giudizio di

appello, ammaestramenti ed indicazioni sulle conseguenze non remote

degli avvenimenti comparati a seconda della diversità delle misure

adottate di fronte ai medesimi.

Non si deve tacere che nella comparazione e nelle induzioni si deve

andare guardinghi, perchè la diversità delle condizioni tra popolo e

popolo ed anche tra periodi diversi nella vita di una stessa nazione,

può indurre in errore e far formulare previsioni che non si realizzano

generando meraviglia e disillusioni; ma, oltrecchè nella fase presente

di evoluzione la diversità delle condizioni è in continua attenuazione

tra i popoli europei, è innegabile che la comparazione rimane come

il metodo migliore per fare della politica sperimentale, pur facendo

riserve sulle indicazioni che somministra e ricorrendo a tutti i

temperamenti nell’applicazione, che possono essere suggeriti dalla

conoscenza delle più salienti diversità di condizioni.

Convinto della eccellenza di questo metodo, mi pare che non si

potrebbe conchiudere più opportunamente questo studio sui tumulti della

primavera del 1898 e sulla conseguente reazione se non coi confronti

sul rispetto delle leggi e delle costituzioni, sulla libertà lasciata

ai cittadini, sulle misure adottate dai vari Stati d’Europa in casi

analoghi a quelli italiani.

Se si dovesse prestar fede ai grotteschi apologisti del vigente regime

italiano, i quali non esitano ad affermare che in fatto di libertà e

di osservanza della costituzione il nostro paese nulla ha da invidiare

agli Stati più liberi del mondo, e che arrivano all’impudenza di

dire che ne gode una maggiore della Francia, si potrebbe stabilire

un contrasto stridente ed umiliante per noi, ponendo il paragone tra

l’Italia e la Svizzera, tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America;

ma queste vanterie si devono prendere per quello che sono: per

ridicolaggini divulgate con serietà o per ignoranza compassionevole

o per insigne e interessata malafede. Perciò rinunzio a qualunque

paragone non solo con detti Stati retti a repubblica, ma anche colle

monarchie scandinave, dove da anni i tumulti per cause economiche e

politiche sono sconosciuti è dove è illimitata la libertà e tutto vi si

discute: dal Re alla organizzazione sociale; da questa alle compagine

nazionale[114].

I nostri millantatori si avrebbero a male il paragone tra l’Italia,

paese a regime rappresentativo, con la Germania o con l’Austria, stati

semplicemente costituzionali. Invece sono le due nostre alleate che

avrebbero giusto motivo di offendersi del paragone. Il Cancelliere di

Ferro, quando volle darsi nelle braccia della reazione, prima contro

i cattolici e poscia contro i socialisti, si armò di leggi. Tra noi

invece vige da anni, intendiamoci, e non da ieri soltanto, il cosidetto

_piccolo stato d’assedio_, senza che leggi, e nemmeno i famosi

decreti-leggi lo abbiano autorizzato. Le leggi talora sono applicate

severamente in Germania; ma quando esistono queste leggi, almeno

ogni cittadino sa a che cosa attenersi e a quali rischi si espone

violandole. Tra noi l’arbitrio sostituito sistematicamente alla legge

produce in tutti una incertezza ed un perturbamento, che sono tra le

cause maggiori della nostra decadenza politica.

In quanto a libertà di stampa e di riunione, chi legge il _Worwärts_

e gli altri giornali e riviste dei socialisti, chi ha conoscenza delle

conferenze innumerevoli che si tengono in tutte le birrerie di Berlino

e della Germania, chi ha seguito l’ultimo congresso socialista di

Stuttgart, in cui si affermò la dottrina collettivista da un lato e

dall’altro si manifestarono voti aperti per la repubblica e si lanciò

una sfida solenne all’Imperatore sulla famosa questione degli scioperi

— si convincerà che il confronto non regge.

Non regge neppure coll’Austria, che siamo abituati a considerare come

sinonimo di dispotismo. Ha certi freni la stampa e i sequestri qualche

volta colpiscono anche le riviste — ad esempio, Die Zeit di Vienna; —

ma c’è una misura, vi sono criteri stabili. Non parliamo del diritto

di riunione; quando i socialisti austriaci promossero l’agitazione

pel suffragio universale a Vienna, si fecero dimostrazioni di venti e

quarantamila persone, che procedettero ordinate per lo più.

Qualche volta ci furono colluttazioni, anche gravi, colla forza;

avvennero arresti e condanne severe — conformi alle leggi; ma il

governo austriaco non pensò di sopprimere il diritto di riunione.

Gravi tumulti in Austria sono avvenuti negli ultimi anni e qualche

volta fu proclamato lo Stato di assedio, consentito dalle leggi. Ma nè

per la durata, nè per gli episodi che lo contrassegnarono in Boemia per

la questione recentissima delle lingue, nè nell’Istria alcuni anni or

sono, per l’altra analoga delle tabelle bilingui, si rese odioso come

in Italia dal 1894 in poi. Nemmeno il più lontano paragone è possibile

per le condanne dei tumultuanti, che furono mitissime anche quando

andavano a colpire i cittadini rei di manifestazioni anti-nazionali,

come fu il caso nei tumulti per le tabelle bilingui nell’Istria. Chi

avrebbe potuto immaginare che l’Austria ci avrebbe dato lezioni di

liberalismo e di costituzionalismo?

Il paragone prediletto ai nostri monarchici costituzionali è quello

coll’Inghilterra. Essi ci tengono, o meglio ci tenevano[115], a dire

che in Italia, in grazia della _lealtà_ di Casa Savoja e dell’affetto

popolare da cui è circondata, è stato possibile il godimento

della massima libertà e del più perfetto svolgimento del regime

rappresentativo. Nulla, intanto, di più grottescamente falso.

Il paragone, sotto tutti i punti di vista, non regge ora; e non reggeva

neppure pei tempi migliori della libertà italiana.

Rimontando a sessant’anni or sono per la libertà di stampa ed a più di

settant’anni per il diritto di riunione, per i criteri repressivi, per

le condizioni lavoratori, deisi potrebbe trovare qualche somiglianza

tra l’Inghilterra di allora e l’Italia odierna. Non più oggi.

Due parole sulla libertà della stampa, che è divenuta la libertà

fondamentale: essa sola vale quanto gli articoli più larghi di una

carta costituzionale, che possono rimanere lettera morta dove c’è un

esercito stanziale numeroso e disciplinato[116]; essa sola sostituisce

efficacemente ogni più severo controllo sull’opera politica e morale

del governo.

Per dare la misura di questa libertà di stampa in Inghilterra, bisogna

leggere la collezione del _Truth_, del _Reynold’s News paper_, della

_Modern Society_, dell’_Irish Weekly Independent_, del _Labour Leader_,

di altre riviste o giornali socialisti, repubblicani, radicali e

irlandesi. Indarno si cerca nella storia dei processi da anni ed

anni qualche cosa che rassomigli all’applicazione dell’articolo

247 del Codice penale e di altri articoli consimili. Le istituzioni

politico-sociali vi sono discusse e attaccate con una violenza di

linguaggio inaudita; la Camera dei lords, nell’anno di grazia 1898,

dal _Reynold’s Newspaper_ viene considerata come un’assemblea di

speculatori, di usurai, di ladri.... E non sono meglio trattati

la Regina e tutti i membri della famiglia reale. Su i Re tutti

d’Inghilterra, da Guglielmo il conquistatore a Vittoria, circola

liberamente il libro di I. Morrison Davidson — _The New Book of Kings_:

Il nuovo libro dei Re — di cui si sono fatte parecchie edizioni, e

che riporta tutti gli aneddoti più feroci e più scostumati che possano

discreditare le persone reali e le istituzioni monarchiche.

Questa non è la libertà che si esercita su coloro che già appartengono

alla storia — e che in Italia sono sempre _sacre ed inviolabili_; — ma

si esercita piena, illimitata, sui contemporanei. Nel numero del 17

aprile 1898, _Gracchus_ scrive una lettera al _Reynold’s News paper_

nella quale dimostra il nessun valore politico, intellettuale e morale

degli illustri parenti della Regina e della regina dice: «_Vittoria

ha schivato l’adulterio_. E sta bene: l’ammiriamo. E l’ammiriamo

in quanto, convinti del dogma della ereditarietà, chiunque avrebbe

giurato, che essa avrebbe seguito la grossolana immoralità, che

caratterizza i suoi zii particolarmente....».

Ma se la Regina viene risparmiata da _Gracchus_ — nessuno risparmia

il Principe di Galles, ch’è stato messo alla gogna nei Tribunali, nei

giornali, nei _meetings_ — non la è da altri. Così l’_Irish Weekly

Independent_ nel febbraio 1898 pubblicò un articolo: _Is the Queen

mad?_ — La Regina è pazza? — dove si facevano allusioni agli amorazzi

antichi della Regina con un suo prediletto e notissimo servitore, che

— si assicura — la confortò dopo la morte del Principe-sposo Alberto.

Nel numero del 1º maggio, lo stesso giornale, ch’è illustrato, in

prima pagina, sotto il titolo: _A Jubilea Idyll_ si vedeva la Regina

Vittoria, volante come una furia orrida, con la face in mano, portar

la guerra dapertutto, mentre intorno e sotto di lei i cannoni che

scoppiano producono incendii, rovina e desolazione... In Italia, un

giornale fu sequestrato perchè mise in caricatura... gli speroni del

generale Pelloux!

Gli emblemi, i motti allegorici, che si portano in processione, i

discorsi che si pronunziano nei _meetings_ sono dello stesso genere; e

questo genere violento non è escluso dal Parlamento; dove, ad esempio,

il Wakley, direttore del _Lancet_ e deputato di Londra, domandando

l’amnistia pei condannati cartisti di Monmouthshire, chiama _traditori_

i Re e parla di _royal miscreants_, di _royal ruffians_ — canaglie

reali, banditi reali...

Questi saggi di massima libertà di linguaggio, che si potrebbero

moltiplicare a piacere, rispondono alla sciocca obbiezione che si

sente spesso ripetere in Italia: in Inghilterra si può concederla

perchè non se ne abusa. Ed a questa obbiezione rispose qualche anno

fa Pasquale Villari, senatore, conservatore ed ex ministro del regno,

col seguente giudizio: «La stampa più moderata usa in Inghilterra un

linguaggio che a noi parrebbe sovversivo, ma che colà è giudicato prova

di un vero spirito conservatore. _Da noi si direbbe, che questo è un

eccitare i tumulti colà si crede che questo sia un conoscere i propri

tempi...._[117]».

E parliamo di tumulti e di sommosse, ch’è quello che maggiormente

importa.

La storia dell’Inghilterra — proprio per ismentire anche su questo quei

capi ameni i quali vogliono stabilire certe differenze di trattamento

politico in ragione delle differenze di temperamento tra gli italiani e

gl’inglesi — è piena di tumulti e di sommosse assai più gravi di quelli

che abbiamo deplorato in Italia nella primavera del 1898.

Se ci rifacciamo alla storia del primo quarto di questo secolo, anche

al di là della Manica riscontriamo un periodo agitatissimo di fame, di

prepotenze, di tumulti, di repressioni, di reazione, che nulla o ben

poco ha da invidiare al nostro presente.

È il periodo dell’_ultratorismo_ contrassegnato dal sistema iniquo

delle imposte, dalla niuna protezione sociale ai lavoratori, dalla

prevalenza megalomaniaca e militaresca, dalla mancanza di libertà

politica e di giustizia penale. Fu la vergogna dell’Inghilterra e

scomparve più di settant’anni or sono.

Sorpasso sui tumulti del 1829 e accenno appena a quelli che si

riferiscono alla prima riforma, per fare comprendere a coloro che

non conoscono gli inglesi quale sia la _flemma_ e il _rispetto_ delle

persone e delle leggi di questi famosi anglo-sassoni.

Nel 1831, appena Lord Russell presentò il _bill_ di riforma, vi furono

luminarie e dimostrazioni di gioia. In Italia gli amici delle riforme

si sarebbero contentati di manifestare la propria soddisfazione con

degli evviva! In Inghilterra si sentì il bisogno di una vigorosa

sassaiuola contro i nemici del _bill_; e la sassaiuola degenera in

gravi tumulti dopo il rigetto da parte dei lords (18 ottobre 1831). Si

fanno le elezioni generali sulla questione della riforma e riescono

favorevoli al _bill_; e allora, in previsione della opposizione

della Seconda Camera, i lords vengono minacciati e scoppiano

dappertutto tumulti sanguinosi. Viene bastonato il duca di Newcastle;

schiaffeggiato il marchese di Londonderry; gettato da cavallo il duca

di Cumberland — un membro della famiglia reale!

Si riesce ad immaginare che cosa avverrebbe in Italia se casi simili

si verificassero? Un milione almeno di cittadini sarebbe gettato

in galera; della costituzione non rimarrebbe traccia; meno ancora

del disegno di legge. Cedere in Italia alla pressione della piazza:

vergogna! orrore! Nulla di tutto ciò in Inghilterra. Il _bill_ ebbe il

suo corso e i _lords_, ammoniti a scongiurare bufera più tremenda, non

osarono più respingerlo. Non solo: il Re — oh scandalo! — favorevole al

_bill_, annunziò che avrebbe licenziato le persone di casa reale, che

non si adoperassero pel suo trionfo.

Ancora un dato interessante. Scoppia un altro tumulto in Londra il 13

maggio 1833; un policeman viene ucciso, altri feriti. Ebbene, i giurati

mandarono assolto l’uccisore per _omicidio giustificato...._ In Italia,

per Decreto reale, sarebbe stata soppressa la giuria. Fermiamoci ai

tumulti più caratteristici: a quelli che si riferiscono al movimento

_cartista_ durato dieci anni e più — dal 1837 al 1848. Ci dobbiamo

fermare a questi tumulti perchè hanno qualche analogia coi nostri e per

questo aneddoto di dolorosa attualità.

Paolo Valera — oggi in carcere e ch’era vissuto parecchi anni in

Inghilterra — impressionato degli avvenimenti italiani del 1893-94,

volle fare conoscere il movimento cartista in una serie di articoli

della _Critica sociale_ raccolti in opuscolo con una prefazione di

Filippo Turati, nella quale si leggono queste parole:

«Collo studio sul movimento chartista, noi squaderniamo al lettore

un brano di storia inglese vecchio di mezzo secolo che varcando la

Manica e il Gottardo, si ringiovanisce, diventa quasi dell’attualità.

Più ancora: _diventa forse ad un dipresso, la storia nostra di

domani_»[118].

Filippo Turati fu profeta. La storia di 60 anni fa è divenuta la storia

di oggi.... peggiorata. Niuno lo sa meglio di lui, che soffre nella

tetra cella di Pallanza!

Peggiorata? Vediamo.

In Inghilterra ci furono condanne severissime durante il movimento

chartista; Iohn Frost ed alcuni altri furono condannati a morte: la

pena fu commutata. Ma queste condanne furono conforme alla legge; non

stati di assedio; non Tribunali militari; non processi senza difesa e

senza garanzia. Si vide anzi questo caso strano: scambi di cortesia, di

parole di stima, di ringraziamenti tra.... giudici e condannati. Cose

dell’altro mondo!

Non solo questo; ma le condanne, dal punto di vista della legalità,

furono meritate e corrispondevano esattamente ai reati commessi. È

facile dimostrarlo perchè i fatti abbondano.

In Inghilterra i tumulti non avvennero improvvisi come in Italia; ma

furono voluti e preparati. Quando la _carta_ chiesta dai riformatori

venne seppellita legalmente, cominciarono a prevalere i così detti

_cartisti della forza fisica_, la cui denominazione dice chiaramente,

che la violenza era l’ingrediente principale del loro programma.

Non si trattava di chiacchiere. In quasi tutte le officine

d’Inghilterra si lavorava giorno e notte a preparare picche a tre

scellini e mezzo per una per la rivoluzione di domani; e i capi

volevano che tutti preparassero armi e alle armi si addestrassero. Il

reverendo Stephens invitò le moltitudini ad andare ai _meetings_ con

un pugnale nella destra e una face nella sinistra; al _meetings_ in

Ashton-Under Lyne, dopo una furiosa requisitoria contro il Ministero

Whig, domandò alla folla: _siete armati?_ Parecchi gli risposero con

delle scariche in aria. — _Va bene_, disse il ministro di Dio. _Buona

notte!_

Questi comizi notturni e con gli intervenuti armati; dovevano allarmare

naturalmente il governo, che li proibì. In questa proibizione di

_meetings_ con esercizi militari illuminati dalle torce si vide un

insulto al popolo oppresso e una violazione della costituzione; perciò

anche alcuni, che deplorarono le violenze dei _cartisti della forza

fisica_, come Feargus O’ Connor, si resero solidali con Stephens.

I motti sulle insegne e i discorsi che si tenevano in questi

comizi erano la prova lampante delle intenzioni dei promotori

ed organizzatori: erano schiettamente rivoluzionari. Stephens si

proclamava rivoluzionario _fino al coltello_ ed alla morte ed insegnava

che «riprendere le ricchezze male acquistate» «non è altro che atto

di giustizia». Parlando dei padroni delle fabbriche, incitò la folla

a coprire di pece e di penne Iones (un padrone) ed a dargli fuoco.

Insegnò ai presenti come prendersi del pane: «colla picca sul petto

dite ai prestinai che alla prossima volta vi prenderete la pagnotta

colla sua punta».... Il farmacista Pott — un altro fanatico _cartista_

— appendeva alle sue finestre palle di piombo dorate con questa

scritta: _pillole pei tories!_

Dalla preparazione si passò all’azione; e bande armate, con un capo

— Iohn Frost — con un programma preciso, il 4 Novembre 1839 dettero

l’assalto a Newport. Vi fu conflitto con undici morti e molti feriti;

e fu questo l’avvenimento che dette luogo nel 1840 alle severe condanne

emanate dalla giuria, di cui si fece precedente menzione.

In Italia non si può trovare un solo fatto, che si possa paragonare

a questo assalto di Newport; eppure, data la diversità dei Codici,

le condanne pei tumulti di Sesto Fiorentino furono infinitamente

più severe. Volendo essere generosissimi coi nostri giudici militari

e col governo che li mise a funzionare, i reati maggiori avrebbero

qualche lontana, stentata, artificiosa analogia con quelli attribuiti a

Stephens. Ebbene, mentre i Rondani, i Turati, i De-Andreis, i Chiesi,

i Romussi, per articoli o discorsi scritti e pronunziati alcuni anni

prima e che erano infinitamente meno eccitanti di quelli del prete

inglese, ebbero dai sedici ai sei anni di reclusione, lo Stephens fu

processato a piede libero e non ebbe che _diciotto_ mesi di carcere!

In Italia, in mancanza della pena di morte, lo avrebbero condannato

al massimo della reclusione o della galera e i giudici sarebbero

rimasti dolenti di non potergli dare gli anni di vita di Matusalem per

appioppargliene novecento...

I tumulti del periodo _cartista_ non durarono un mese o un anno, ma

con maggiore o minore intensità si riprodussero per dieci anni: la

fame li rese acuti nel 1842, quando si assaltarono e saccheggiarono

anche le _Workhouses_. Dettero luogo al cosidetto processo _mostruoso_

dei 59, durante il quale ci fu il discorso lunghissimo, commovente

e convincente di O’ Connor, che indusse i giudici a dichiarazioni

pubbliche di stima e di simpatia verso gli accusati. Si ebbe la

sentenza; ma ne venne sospesa l’esecuzione per un errore di forma:

l’Inghilterra non ha una Cassazione disciplinata! Il processo non

venne ripreso perchè il governo non se ne occupò più. «I Ministri,

dice Valera, avevano fiutata l’opinione del paese contraria a questi

processi contro le manifestazioni del pensiero».

La diversità dei criteri di governo, del rispetto per la libertà, per

le leggi e per la costituzione tra l’Inghilterra e l’Italia, in questi

dolorosi casi risulta all’evidenza dalla differenza tra i generali

preposti alla repressione. Conosciamo i nostri Bava Beccaris, gloriosi

vincitori all’interno; il Valera, e fece bene, ci presentò il generale

Napier, che fu mandato a schiacciare il _cartismo_ in undici contee

settentrionali. Il generale Napier fece il suo dovere di soldato; ma

quale uomo fosse, si può scorgere dal modo come pensava. Dei tumulti

riteneva responsabili i governanti e malediceva coloro ch’erano causa

delle guerre civili. Le insurrezioni, egli diceva, non sono provocate

dai capi del _cartismo_, ma dal debito nazionale, dalle leggi sui

cereali, dalle nuove leggi sulla carità pubblica. Il _cartismo_ è il

prodotto della ingiustizia dei Tories e della imbecillità dei whigs.

Sferzava i magistrati pusillanimi che divenivano leoni dietro le

baionette dei soldati. Deplorava che il Parlamento avesse votato 12,000

sterline per le scuderie reali, mentre altrove si moriva di fame.

Sconsigliava l’arresto di O’ Connor e voleva che si dasse la _Carta_.

E concludeva: _È crudele ed inutile sopprimere la vita per delle

idee. Non è giustizia, è barbarie, è vendetta di partito dominante.

Magistrati, lords, duchi_ =sono tutti assetati di sangue=.

Ecco in bocca ad un generale la frase, che doveva procurare sei anni di

reclusione a Gustavo Chiesi...

Tutto questo sfata l’umoristica ed accreditata leggenda sul carattere

inglese e prova a luce meridiana che gli inglesi abusano più dei latini

della libertà di parola; che gl’inglesi tumultuano tanto frequentemente

quanto gl’italiani quando soffrono ed hanno fame.

Se le cose procedono diversamente, in ultimo, in Inghilterra e in

Italia, egli è che le moltitudini inglesi sanno farsi rispettare

e difendono la libertà. Pare che essi abbiano letti i commentarî

di Blackstone e vi abbiano imparato che il popolo ha il diritto

di manifestare la sua volontà primo colla petizione, secondo colla

rimostranza, terzo colle armi. Così il Valera.

Se le moltitudini sono impregnate dallo spirito di Blackstone, i

governanti, in generale, da oltre cinquant’anni in qua, sono del

pari convinti che il loro dovere è quello di rispettare i diritti del

popolo. E rispettandoli, sanno di fare un buon affare nello interesse

sociale e delle classi che rappresentano. Se ne dimenticano qualche

volta ed avvengono allora perturbamenti gravissimi. Tale quello della

_domenica sanguinosa_ (13 Novembre 1887), quando la polizia volle

impedire, la riunione di un _meeting_ in Trafalgar-Square e il popolo

scatenossi come una furia su Londra, provocando conflitti sanguinosi,

devastazioni di ogni genere. Così avviene sempre, ogni volta che la

polizia interviene per impedire una manifestazione; il suo intervento

in Italia come in Inghilterra genera la sommossa. La sua assenza è

la migliore garanzia dell’ordine, sia in Italia come in Inghilterra.

Roma vide trentamila cittadini protestare pacificamente per

l’assassinio _Frezzi_ con tanto ordine e con tanta compostezza, quanta

se ne può riscontrare a Londra durante le più ordinate e pacifiche

manifestazioni. Mancava la polizia[119]. E ci fu in Parlamento chi

trovò da rimproverare all’on. Di Rudinì questo atto politico e questo

rispetto alla legge e ai diritti dei cittadini!

I nostri monarchici — distinzione, onestamente, non si potrebbe fare

fra la _destra_ e la _sinistra_ — messi colle spalle al muro dalla

eloquenza dei fatti, non si danno per vinti e dopo aver blaterato per

tanto tempo sulla solidità delle nostre istituzioni e sulla popolarità

della nostra monarchia, confessano umiliati che ciò che riesce

innocuo in Inghilterra, dove la monarchia ha secolari radici, non si

può consentire in Italia, dove le istituzioni vigono appena da mezzo

secolo.

L’obbiezione, mentre li umilia, perchè sfronda molte aureole, si

mostrerà che è infondata da un altro punto di vista. Ma prima di venire

a questa dimostrazione, ce n’è un’altra da fare, ricorrendo alla storia

e alla vita politica del Belgio.

La dinastia che regna nel Belgio non vanta la durata della Sabauda: è

nata ieri — nel 1830; le istituzioni presenti non godono del benefizio

della tradizione come le inglesi. Le condizioni, adunque, vi sono molto

rassomiglianti a quelle dell’Italia. Ed ecco che cosa ci apprende la

storia e la vita politica del Belgio.

Non discutiamo sul diritto di associazione e di riunione; una

sola parola lo qualifica: è illimitato per tutto e per tutti — pei

socialisti e pei clericali, pei monarchici e pei repubblicani. Bandiere

rosse, fiori e nastri rossi, _marsigliese, carmagnola_, ecc., sono

ingredienti immancabili d’ogni comizio republicano o socialista e nel

quale la polizia brilla per la sua assenza: perciò vi mancano del pari

i disordini. E si grida _Viva la repubblica!_ nei comizi, come lo si

grida alla Camera dei Deputati, dopo che vi entrarono i socialisti.

Altrettanto illimitata è la libertà di stampa. Giornali e riviste

pubblicano continuamente articoli contro il Re, contro la famiglia

reale, contro l’esercito, contro tutte le istituzioni e contro tutti

gli individui dichiarati in Italia sacri, inviolabili, intangibili e

che sarebbero tra noi severamente puniti come _sovversivi_. Là passano

inosservati in tempi ordinari; ed anche all’indomani dei gravissimi

tumulti del 1886, il De Fuisseaux — un _sovversivo_ per eccellenza

— potè pubblicare un giornale, il cui semplice titolo tra noi

costituirebbe un reato: _La repubblique belge_.

La misura vera di questa illimitata libertà di stampa viene data da

ciò che si scrive sulla vita pubblica e privata del Re e della famiglia

reale.

Non esiste l’ipocrito rispetto alla formola menzognera: _il re regna

e non governa_, e al Re si fanno rimontare le responsabilità tutte che

tra noi si preferisce addossare ai ministri responsabili. Ci vorrebbe

un volume, per riassumere soltanto ciò che si è scritto nella forma

più violenta contro Leopoldo II a proposito del Congo; a lui si fa

colpa anche di qualche inezia: De Fuisseaux lo attaccò vivacemente nel

celebre _Catechismo del popolo_ perchè venne annullata la decisione del

Comune di Lacken, che lo sottoponeva all’imposta come qualunque altro

cittadino[120]. Questi attacchi sono divenuti violenti nell’està del

1898 per il progettato porto militare di Bruges, combattuto aspramente

alla Camera dei Deputati da Anseele come una impresa di Re Leopoldo.

Su questo porto militare un giornale di Bruxelles pubblica un articolo

dal titolo caratteristico: _Un roi encombrant_ nel quale riassumeva i

pareri assai violenti contro il Re di altri giornali — tra i quali _La

Patrie_ e _Le bien public_, monarchici e clericali.

Meno male se il Re lo si attaccasse soltanto come capo dello Stato;

ma lo si tratta peggio nella sua vita privata. Così nel _Peuple_ (15

Settembre 98) leggevasi un articolo sul _Pericolo congolese_ nel quale

lo si consigliava di andarsene nel Congo e costatava con rammarico che

egli _preferiva di andare a Parigi per trovarvi Emilia d’Alençon e Cleo

de Merode_. Il Bertrand aveva già accennato alle relazioni scandalose

di Leopoldo II con Madame Ieffries. Al Re non si rinfacciarono soltanto

le debolezze per le _cocottes_ parigine, ma gli si rimproverò di essere

associato negli utili di una _bisca_ ad Anderme e che stava fondando

ad Ostenda un gran Casino da giuoco — uso Montecarlo — insieme al suo

amico e protetto Colonnello North.

Ebbene: Leopoldo II non richiese la punizione degli autori di questi

scritti pubblicati nel Belgio e vendicossi domandandone il sequestro

quando vennero riprodotti in Germania dal _Proletario_ e dall’_Eco_ di

Amburge[121]. Chi vuol sapere come vengono trattati i suoi congiunti,

legga l’opuscolo di Bertrand: _Leopoldo II e la sua famiglia_. Vi

è detto, ad esempio, che il Conte di Fiandra è un vero _tipo di

degenerato_, che gode di un appannaggio di L. 200,000 per la sola

ragione ch’è fratello del re; e _ancora ciò non è provato, perchè nel

Belgio la ricerca della paternità è interdetta_.

Non mi permetto di riprodurre ciò che si scrive nei manifesti e nei

giornali del movimento antimilitarista, perchè, trattandosi di una

istituzione che vive e funziona anche tra noi, darebbe occasione al

Fisco d’infierire; potrà aversene un’idea leggendo tutta la collezione

della _Caserne_ e del _Peuple_ di Bruxelles.

L’eccitamento all’odio di classe e il discredito delle istituzioni vi

sono versati a piene mani. Preferisco arrivare ai tumulti, ai processi

ed alle condanne, che hanno analogia con quelli ultimi d’Italia.

Non rievocherò la lotta per il suffragio universale, strappato al

governo ed al Parlamento clericale per mezzo di un atto veramente

rivoluzionario: lo sciopero generale. Gli animi erano eccitati, la

situazione molto tesa: a Bruxelles e nelle altre città del Belgio

migliaia e migliaia di operai in isciopero domandavano minacciosamente

il diritto al voto e gridavasi a perdifiato: _Viva la repubblica!_ Non

stati di assedio, non arresti, non processo. Fu arrestato uno dei capi

ed organizzatori dello sciopero, Emilio Vandervalde; ma per una sola

notte!

Mancarono i tumulti, perchè mancò la provocazione e mancò l’intervento

della polizia. Ci furono altra volta i tumulti e furono tremendi

e dettero occasione a condanne severe: furono quelle dell’_Année

terrible_ del Belgio, l’anno 1886.

In quest’_année terrible_, ripeto, ci furono condanne severe: a vita, a

15 anni di lavori forzati, ecc., per i fatti dei dintorni di Charleroi.

Ma tutto per le vie ordinarie, per mezzo dei giurati, senza stato di

assedio e senza tribunali militari, non ostante che nel momento della

repressione tutti i poteri fossero stati accentrati nelle mani del

generale Vandersmissen.

Non ostante queste condanne severe, che suscitarono la generale

indignazione, nessuno oserebbe paragonarle a quelle italiane dell’anno

1898, di fronte alle quali risulterebbero assai più miti; e soprattutto

giuste.

I tumulti furono cagionati dallo sciopero tra i minatori, cominciato il

25 Marzo a Fleurus.

Si riproducono al vero le scene di _Germinal_ e di _Happe-Chaire_ e

divengono persone vive i tipi dei capolavori di Zola e di Lemonnier.

Le bande degli operai gridando: _Viva la repubblica!_ cantando la

marsigliese, seguendo le bandiere rosse, percorrono eccitatissime il

paese; pregano, minacciano, impongono lo sciopero e dalle miniere di

carbone lo comunicano alle vetriere.

Da principio il governo non interviene; ma il suo intervento diviene

una vera necessità di ordine sociale. Sono gli scioperanti armati

di revolver, i primi a far fuoco a Gilly sulla guardia civica il 27

Marzo. A Roux, poco dopo, la truppa fa fuoco, ma per difendere uno

stabilimento, che gli scioperanti si ostinavano a voler prendere per

distrurlo.

Di che cosa fossero capaci i tumultuanti, si vide in diversi punti.

Vi furono scene dì orrore vero e se ci si attenesse alle descrizioni

che ne dettero i monarchici e i clericali, si potrebbe credere alla

calunnia suggerita dalla passione di parte; invece sono gli scrittori

socialisti che confessano i saccheggi, i ricatti, le distruzioni,

gl’incendi vandalici degli scioperanti di Marzo[122]. Ciò che fecero

da Baudoux, un industriale odiato per i perfezionamenti introdotti

nell’industria vetraria, fu incredibile. Una banda ubbriacata di

saccheggio e di distruzione, dicono Vandervelde e Destrèe, incendiò

tutto lo stabilimento, e saccheggiò l’abitazione del Baudoux, mentre

una folla immensa assisteva indifferente, senza prestare soccorso ed

aiuto di sorta. Al seguito degli scioperanti, aggiungono gli stessi

scrittori socialisti, sbucarono dalle loro tane oscure tutte le bestie

immonde, i vagabondi, i pregiudicati, i malfattori, che si fanno

innanzi in ogni movimento sociale (pag. 69 e 70).

Scene analoghe non si videro in Italia; ma ciò che rende veramente

caratteristica la differenza fra i tumulti del Belgio e quelli italiani

fu sopratutto la causa.

Si sa che la fame fu la grande sobillatrice fra noi. Nel Belgio i

minatori soffrivano alquanto; ma non in modo eccezionale da spiegare i

barbarici eccessi menzionati. Destrèe e Vandervelde confessano: _questo

sciopero sembrava che non avesse alcuna ragione particolare; era

diretto contro gli speculatori, contro il Governo, contro la Società,

contro chiunque..._ Era una solenne protesta sociale! C’era ignoranza

profonda nel popolo sollevato, che non sapeva ciò che voleva.... _C’era

nella sommossa un desiderio brutale, feroce, incosciente di godimento e

di ricchezza._

Da particolare a particolare, questo si chiama furto. Ma da classe a

classe, da nazione a nazione, ciò cambia carattere e costituisce il

preludio delle grandi rivoluzioni sociali (pag. 65 e 66).

E meno male se gli scioperanti fossero stati i soli minatori; ma i

vetrai, continuano i due scrittori socialisti, non erano miserabili

e non avevano alcuna seria ragione per porsi in isciopero. Forse si

sono esagerate le loro buone condizioni; ma ciò non pertanto esse

erano soddisfacenti: _la maggior parte avevano una casa, dei risparmi,

godevano di un certo comfort, erano una specie di aristocrazia nelle

classi operaie e avrebbero dovuto rimanere estranei allo sciopero_

(pag. 67).

A Milano, a Napoli, a Firenze, nessuno dei condannati si trovò nelle

condizioni dei saccheggiatori e degli incendiari del Belgio; ma le

condanne non furono inferiori. Nel Belgio sembrarono enormi le condanne

di Charleroi, da sei mesi di prigione al disotto, per oggetti rubati

negli scioperi e ci fu uno scoppio d’indignazione perchè un Gillet fu

condannato ad _otto giorni_ di carcere perchè trovato possessore di

un pugnale e perchè minacciò un maggiore dell’esercito. In Italia gli

_otto giorni_ sarebbero divenuti _otto anni_ di reclusione; e nessuno

se ne sarebbe sorpreso!

Ma la iniquità delle condanne italiane diventa spaventevole quando si

paragonano a quelle inflitte nel Belgio agli elementi intellettuali,

ritenuti inspiratori e promotori diretti o indiretti dei tumulti.

Alfredo De-Fuisseaux, che col suo _Catechismo del Popolo_, vendutosi

a molte decine di migliaia di copie, aveva certo eccitato moltissimo

gli animi, venne condannato a _sei mesi_ di prigione dalla Corte di

Assise di Bruxelles. Il 4 Giugno, innanzi al giurì di Gand, comparve

E. Anseele sotto l’accusa di avere attaccato la forza delle leggi e di

avere oltraggiato il Re per un articolo pubblicato nel _Vooruit_ nel

quale si scongiurarono le madri di scrivere ai loro figli dell’esercito

perchè non tirassero sugli operai in isciopero e per un discorso

pronunziato in un comizio nel quale, volto agli operai, consigliando la

calma, aveva detto: se voi vi esaltate, il governo non domanderebbe di

meglio che massacrare; _e in questo giorno vi sarebbe festa al palazzo

dell’arcivescovo di Malines ed al castello di Leopoldo II,_ =assassino

I....= Anseele confessò di avere pronunziato queste parole a fine di

bene e nel momento dell’eccitamento; venne assolto e condannato a _sei

mesi_ di prigione per la prima accusa!

_Sei mesi_ di prigione nel Belgio a chi afferma che il capo dello

Stato avrebbe fatto festa per il massacro del popolo, a chi chiama

_assassino_ il Re! li hai ben meritati i tuoi _dodici anni_ di

reclusione, tu, Filippo Turati, che non pensasti mai d’insultare

atrocemente il sovrano d’Italia e che profferisti parole di pace, tali

riconosciute dai tuoi avversari!

Non basta. Si assicura già che il governo prenderà l’iniziativa di una

legge che dichiarerà nulli i voti dati ai condannati politici.

E nel Belgio? Anseele, proclamato candidato in Bruxelles nell’ottobre

1886, viene messo in libertà, affinchè possa sostenere la campagna

elettorale..... Rientra in prigione, perchè non eletto.

Le origini dello sciopero e dei successivi tumulti e gli episodi che

li accompagnarono, i processi — tutto contribuisce a stabilire la

maggiore gravità dei fatti del Belgio. Eppure non venne proclamato

lo stato d’assedio, non sottratti gli accusati ai giudici legittimi,

non proposta alcuna misura restrittiva delle libertà di stampa, di

associazione, di riunione, non pensata alcuna diminuzione del diritto

elettorale.

Appena un mese dopo i tumulti, il 25 e il 26 Aprile, il partito

socialista belga potè riunirsi liberamente a congresso a Gand ed una

colossale manifestazione in favore dei condannati potè farsi in Agosto

a Bruxelles, dove già si era esasperati perchè il borgomastro Buls —

senza ingerenza del governo — l’aveva proibita in Giugno; e solenni

manifestazioni, punite in Italia, come apologia di reati, si svolsero

pacificamente in tutte le città del regno.

Questo avviene nel Belgio, dove la dinastia dei Coburgo regna da

sessant’anni appena ed è straniera e non crede di avere speciali

benemerenze per la liberazione e per l’unificazione del paese...

In Italia... in Italia, — ricordiamolo, per attenuare l’amarezza che

suscita la reazione e l’abbiezione presente, in altri tempi non si

procedeva come si procede al giorno d’oggi. Era maggiore il rispetto

delle leggi, lo Statuto pareva cosa viva, vi si godeva di un _minimum_

di libertà indispensabile in uno stato civile contemporaneo. Le radici

delle istituzioni non erano e non potevano essere più profonde che oggi

non siano e le scosse erano forti; ma la reazione, dopo Aspromonte,

dopo il massacro di Torino — allora il Re licenziò il ministro che

l’aveva consumato — dopo Mentana, dopo i tentativi insurrezionali e le

cospirazioni del periodo 1869-71, non raggiunse mai l’intensità e la

sfacciataggine di quella odierna.

Non rievocheremo i ricordi dei tempi delle lune di miele del popolo

collo Statuto, quando Didaco Pellegrini, eletto mentre era in prigione

per reato politico — 2 Dicembre 1848 — venne convalidato e liberato;

ma è bene ricordare questo episodio, che si riferisce al periodo più

burrascoso della nostra storia. Si era nel 1867 ed a Firenze, appena

conosciuto l’arresto di Garibaldi a Sinalunga, una dimostrazione

imponente protesta; e protesta con intendimenti, che non ebbero mai

i tumultuanti del 1898 nè a Milano, nè altrove; infatti si disarma il

picchetto di Guardia nazionale a Palazzo vecchio e si saccheggiano due

botteghe di armaiuoli; un brigadiere di P. S. viene ucciso e diciotto

agenti feriti. Nulla seguì che possa paragonarsi alla reazione odierna.

Ma il guasto odierno è immenso e nella speranza di suscitare un

salutare risveglio, è necessario che si tracanni sino all’ultima stilla

il fiele dei confronti storici.

Faremo l’ultimo, che riuscirà amarissimo ai bigotti della monarchia

sabauda e che farà rinnovare l’accusa sciocca di leso patriottismo

contro chi lo pone: quello col governo borbonico — col _governo

negazione di Dio_.

Nel mezzogiorno, il popolo ha posto già il confronto; e quando certi

movimenti della pubblica opinione esistono, il dissimularseli non

sarebbe che una ipocrisia, una menzogna pericolosa. Il popolo ha posto

tanto il paragone, che deve riuscire la più degradante condanna della

presente reazione, che il poeta dialettale notissimo, Ferdinando Russo,

la sua canzone per Piedigrotta — per la festa più popolare di Napoli,

la festa nella quale si espande l’anima del popolo, la fa seguire dal

ritornello: _Franceschiello, Franceschiè_....

C’è chi s’indigna ed approva il sequestro di una canzonetta, che

per bocca di un _tipo di plebeo sordidamente ignorante si aggira su

questo ignobile tema:_ =Si stava meglio sotto il Borbone=[123]. Questa

indignazione è del tutto inopportuna o va riserbata tutta, intera,

contro i governanti, che hanno fatto strazio dell’Italia ed hanno reso

possibile il paragone[124].

Ma è proprio possibile questo confronto?

Chi non tiene conto delle mutate condizioni psicologiche, dei

progressi politici e intellettuali, dapertutto compiutisi, nega la

possibilità di questi confronti, soprattutto perchè non trova oggi in

Italia notizia di fucilazioni, che furono tanto frequenti nel regno

delle due Sicilie. Costoro non hanno senso storico e dimenticano che

Ferdinando II, se oggi governasse ancora a Napoli, non sarebbe quello

di sessanta anni fa, anche senza essere stato costretto a trasformarsi

da alcuna rivoluzione. I Borboni di Francia, rimessi sul trono dalla

Santa Alleanza, non si sognarono mai di potere cancellare la storia

— questa stolta idea non albergò che nella mente del Re di Sardegna

— e non ostante gli orrori del _terrore bianco_, nei primi momenti

della restaurazione, non credettero mai più di potere riprendere quei

diritti assoluti che con Luigi XIV confusero lo Stato colla persona

del Re. Dopo l’assassinio del Duca di Berry, i reazionari rovesciarono

il Decazes chiamandolo complice di Louvel: _il principe_, dicevano,

_è stato pugnalato da una idea liberale_. Ma fu cosa transitoria; e

durò meno di quella stessa reazione che in termini identici accusò

Zanardelli e Cairoli di avere armato il pugnale di Passanante. La

ragione dei tempi s’impose, sotto la restaurazione, in guisa che

i più convinti monarchici, che altra volta non si scandalizzarono

delle Saint Barthelemy e delle Dragonnades, per bocca di Demarcay e

di Casimir Perier protestarono fieramente per avere visto i dragoni

caricare la folla inoffensiva; questa ragione dei tempi indusse anche

i legittimisti a protestare contro la soppressione di un giornale e

l’arresto del suo direttore Robert, rese gigante Manuel in Parlamento

sotto la restaurazione e mentre assicura la popolarità al mordace Paul

Louis Courier, induce i De Remusat, i Thiers a protestare in difesa

della libertà della stampa contro le ordinanze di Luglio.

Questa stessa ragione dei tempi, che comincia ad imporsi alla Russia

e s’imporrà alla Turchia, non ostante la protezione dell’Imperatore

di Germania, avrebbe trasformato Ferdinando II, che si sapeva Re per

diritto divino e che nulla credeva dovesse al popolo. Che cosa avrebbe

fatto Re Bombase il popolo, colle sue battaglie e coi suoi sacrifizî,

lo avesse creato Re d’Italia?

Un parallelo tra le condizioni odierne e quelle del regime borbonico

non si può porre in Sicilia, nè prima del 1848. Non in Sicilia, per lo

stesso motivo per cui delle istituzioni e della educazione politica

inglese non se ne può giudicare vedendole alla prova in Irlanda.

Non prima del 1848, perchè il reame di Napoli era vissuto al difuori

delle correnti innovatrici europee e della ferocia politica era meno

responsabile di quella identica che il governo del Regno di Sardegna

spiegò sino a quell’epoca verso la _Giovine Italia_ o verso i liberali

del 1821.

Non possono sorprendere anche dopo il 1848 le fucilazioni ch’erano

nei codici non solo, ma nella coscienza pubblica. Sarebbero uno

spaventevole anacronismo oggi in Italia pei reati politici, quando la

pena di morte è stata abolita per gli assassini comuni efferati e pei

parricidi.

Comunque, tale quale la consentivano i tempi e le istituzioni

politiche, l’azione del governo borbonico dopo il 1848 nel continente

napoletano non perde nel paragone con quello del governo italiano nel

1898. Questo insegnano i fatti, che desumo dalle sorgenti più ortodosse

per patriottismo o per italianità[125].

Ricordiamo e confrontiamo. L’avvenimento più clamoroso contro i

Borboni fu il sangue versato in Napoli il 15 Maggio 1848. Si disse

che Ferdinando II per fare sorgere le barricate ed avere pretesto

alla repressione, si sia servito di agenti provocatori. L’accusa trova

oggi smentita nella _Nuova Antologia_ per bocca del Masi, e la si deve

considerare come una calunniosa fandonia.

Più interessanti sono gli episodi che si svolsero nella triste giornata

e che la seguirono.

Il 15 Maggio, in Napoli, si contavano 79 barricate vere — e non uso

Milano — con difensori armati, che sparavano ed ammazzavano — difensori

che nessuno potè vedere a Milano: la forza non potè acchiapparne uno

solo!

Verso le 11 e mezza i primi colpi erano tirati; alla caduta di un

granatiere e di un capitano della guardia, il fuoco si accende ben

nutrito. Michelangelo Ruberti fa tirare da Sant’Elmo sulla città; ma

a polvere — i cannoni sparavano a mitraglia nelle strade di Milano.

Un maggiore, sei ufficiali e ventuno soldati vennero uccisi; due

colonnelli, undici ufficiali, centottantuno soldati feriti con arma da

fuoco. Queste sono, del resto, le perdite dei soli _Svizzeri_; non vi

sono comprese quelle della guardia reale e degli altri corpi militari.

A Milano un solo soldato fu ucciso; e nessuno può assicurare che lo sia

stato dai tumultuanti.

Dalle perdite delle truppe si dovrebbe argomentare che a Napoli

gl’insorti — insorti veri — abbiano dovuto avere perdite enormi;

e Nisco calcola che i morti siano stati 500, tra cui 19 donne; ma

l’esagerazione è evidente. Più ragionevole pare quindi la cifra che

altri dà di 132 morti e 600 feriti tra l’una e l’altra parte. Di poco

quindi, in una vera battaglia, sarebbero stati superati i caduti di

Milano.

D’Hervey Saint-Denis — un borbonico — afferma che durante la lotta

nessun cittadino inoffensivo fu colpito se non a caso. A Milano quasi

tutti gli uccisi erano cittadini inoffensivi: non ne fu trovato uno

solo armato. Mac Farlane scriveva a lord Aberdeen che il Re avesse

detto ad un generale che chiedeva istruzioni: _risparmiate i miei

sudditi, fate prigionieri, non uccidete!_ Mettiamo in quarantena questa

pietà di Re Bomba, perchè affermata da uno straniero — uno scultore —

stipendiato dal governo borbonico; mettiamola in quarantena, quantunque

siano numerose le prove della sincerità della pietà di Ferdinando II,

ma c’è un atto che fa onore al tatto politico di Ferdinando II e che

da nessuno è messo in dubbio: _800 prigionieri furono lasciati liberi

all’indomani del 15 Maggio!_ Quest’atto non compensa la fucilazione

dei 27 prigionieri presi coll’arma alla mano, fatta eseguire dal Conte

d’Aquila?[126] Qui manca il termine di paragone per l’Italia... Allora

come oggi venne proclamato lo stato di assedio; ma quanta differenza, a

disdoro dell’Italia una, libera!

Ecco il decreto del Maresciallo Labrano — il Bava Beccaris del tempo —

se si può insultare la memoria di un uomo con questo paragone.

L’art. 1 istituiva una Commissione inquirente.

L’art. 2 diceva: «La Commissione ha l’incarico d’inquisire su tutti

i reati contro la sicurezza interna dello Stato e contro l’interesse

pubblico _che sono stati commessi dal 1º Maggio_ in poi e che si

potranno commettere fin che dura lo stato d’assedio.

Art. 3. Dopo l’inquisizione, la Commissione rimetterà gli atti alle

_autorità ordinarie competenti a norma delle leggi di Procedura

Penale_.

Art. 4. La Commissione avrà facoltà di fare incarcerare le persone per

misura preventiva e ritenerle in carcere _per un periodo non maggiore

di 15 giorni,_ dopo i quali dovrà rimandarli all’autorità competente

per farli giudicare».

Dedichiamo questo decreto a coloro che commemorarono in Napoli il

15 Maggio. In questo decreto, la retroattività era stabilita con

data certa e non si aveva, almeno, un processo per reati commessi

quattordici anni prima... come in Italia.

Lo stato di assedio in Napoli non durò un mese: venne tolto il 14

Giugno 1848. Ma un mese di stato di assedio intensamente applicato in

Napoli avrebbe potuto valere ai servizi della reazione quanto i quattro

mesi di Milano. Adagio, non calunniamo... i borboni.

Si potrebbe pensare che durante lo stato di assedio siano stati

arrestati e processati tutti i liberali — almeno i capi più noti —

punita qualunque manifestazione sovversiva; — così almeno si è fatto

in Italia. Nulla di tutto ciò. A Napoli avvennero cose addirittura

sbalorditive.

A Napoli la _Gazzetta Ufficiale_ pubblicava la lista di sottoscrizione

in favore... dei liberati dal carcere politico. A Napoli il tenente

De Sauget — morto generale del Regno d’Italia — e il tenente di

artiglieria Bellelli rifiutarono le onorificenze date loro per la

repessione dei moti rivoluzionarï... e non furono molestati[127]. A

Napoli si trovò un Procuratore del Re, De Horatiis, che rifiutossi di

sottoscrivere l’ordine di arresto per Silvio Spaventa. Mancano i fatti

analoghi nell’Italia nuova e libera.

A Napoli — caso ancora più sbalorditivo — furono imputate 321 persone

immediatamente dopo il 15 Maggio; ma solo contro 59 arrestati e 11

contumaci continuò il processo. I capi, i veri promotori del movimento,

liberali del resto, non vennero arrestati durante lo stato di assedio —

pare impossibile a chi ricorda i recentissimi casi nostri. Ferdinando

II, l’odiato e odioso _Re Bomba_, non voleva abusare della vittoria;

non ne abusò sino a quando non ricominciarono le manifestazioni

rivoluzionarie e le cospirazioni. Occhio alle date. Il primo arresto

pel processo cosidetto dell’_unità italiana_, nella persona di Nicola

Nisco, avveniva in Novembre del 1848; Silvio Spaventa venne arrestato

il 13 Marzo, Settembrini il 23 Giugno, Poerio il 19 luglio, Scialoia

il 26 Settembre 1849... Un anno e più mesi dopo le barricate di Maggio!

Forse il processo non sarebbe continuato se altri gravi avvenimenti non

avessero allarmato il Re; il 16 Settembre 1849 un gruppo di liberali

volle turbare la benedizione data dal Papa dalla terrazza del Palazzo

Reale, gettando delle vipere; e Faucitano veniva arrestato colle vesti

abbruciate e le mani annerite per una bomba, che gli scoppiava in

tasca.

E come condotti i processi sotto i borboni! Durò otto mesi il processo

cosidetto dei 42; si svolse innanzi ai magistrati ordinari; i migliori

avvocati difesero gl’imputati[128]. Gli storici liberali deplorano

che si sia prestata fede alle deposizioni dei birri del tempo e che si

siano istruiti i processi in base a denunzie anonime.... Sappiamo ciò

ch’è avvenuto in Italia![129].

Le condanne? Severe: tra le quali sette di morte, tutte commutate, nel

solo processo dei 59.

C’è ancora una statistica più eloquente: quella delle condanne. Mariano

D’Ayola, vittima dei borboni, assicura che dal 1815 al 1856, sotto

il _governo negazione di Dio_, ci furono 2067 condanne politiche — in

_quarant’uno anni!_[130] In Italia, in _pochi mesi_, i soli Tribunali

militari di Napoli, Firenze e Milano ne condannarono circa 2500!! E

non si aggiungono le condanne dei Tribunali ordinari in tutto il resto

d’Italia.

Un ultimo confronto: Il trattamento dei detenuti politici. Il governo

borbonico si disonorò trattandoli come i detenuti comuni; questo

trattamento suscitò l’indignazione di Gladstone. Ma che cosa fa di

diverso il governo italiano? Fa qualche cosa di peggio: non concede

ai socialisti e ai repubblicani — anche deputati — quella libertà

di studio concessa da Ferdinando IIº alle sue vittime: Settembrini

traduceva in carcere le opere di Luciano ed a Spaventa si permettevano

libri che per quei tempi erano rivoluzionari[131].

Tivaroni, sdegnoso, protesta perchè si rasero barba e capelli ai

detenuti politici e fossero stati condannati come rei comuni sotto il

borbone; e dice che a quarant’anni di distanza, certe cose sembrano

impossibili. Che diranno i posteri, per lo stesso trattamento fatto

subire a Barbato, a De Andreis, a De Felice, a Turati, a Romussi, a

Chiesi?

Non lo sappiamo. Sappiamo ciò che pensano i contemporanei — tra i

popoli civili e liberi. E sappiamo che l’associazione dei giornalisti

inglesi si è rivolta al Re, invocando un trattamento umano; e

che questo intervento degli stessi giornalisti inglesi, cui sono

associati quelli del Belgio, fa discendere l’Italia a livello della

Turchia; sappiamo che _Ouida_ in Inghilterra, Mead negli Stati Uniti

hanno rievocato il giudizio di Gladstone e lo proclamano a maggior

ragione meritato dal governo italiano. Il Mead, anzi, vorrebbe che

l’ambasciatore degli Stati Uniti protestasse ufficialmente in nome

della lesa umanità. Sappiamo, dunque, che _il libero_ regime italiano

viene giudicato alla pari del _dispotico_ regime dei Borboni[132].

Tutto questo è grave e pericoloso sia per l’Italia che per le sue

istituzioni. Credono alcuni, stoltamente, che a garanzia delle medesime

stia l’esercito; ma anche i Borboni pensavano lo stesso: fu proprio

Silvio Spaventa a constatare, che tutte le cure del governo _negazione

di Dio_ erano state rivolte all’esercito e che la reazione che li aveva

separati dalla parte morale e intelligente della popolazione, li aveva

gettati nelle braccia dei militari. Ma l’esercito non li salvò.

Il Tivaroni, chiudendo il suo studio sul regime borbonico, ricordati

i processi, le condanne e i mali trattamenti fatti subire ai detenuti

politici, osserva: «con tali mezzi la dinastia borbonica scavava con le

sue mani la propria tomba».

Che la dinastia savoiarda possa finire in ugual modo nessuno crede;

— _honny soit qui mal y pense!_ — ma è innegabile che alcuni suoi

consiglieri mettono dell’impegno per rovinarla. Dopo tutto, se la

reazione durerà, sarà la prima volta nella storia, che essa avrà

salvato una istituzione ed una dinastia.

Le lezioni della storia, però, non devono essere rammentate soltanto

ai conservatori ed agli uomini dell’ordine. La storia insegna pure:

«che il quarantotto italiano, compiuto poi nel sessanta, non fu

neppure politico, fu strettamente nazionale e meschinamente unitario

e dinastico. L’Italia attende ancora il suo quarantotto politico, che

le dia le condizioni essenziali della vita moderna e le permetta di

studiare il passo sulla via già percorsa dalle nazioni sorelle».

Questo insegnamento dovrebbero ricordare tutti i democratici italiani;

e non dovrebbero dimenticare un solo istante soprattutto i socialisti

italiani, che la pacifica ed onesta voluzione economica da loro

vagheggiata non sarà possibile senza la preliminare conquista della

libertà politica. L’ammonimento viene a loro da Filippo Turati; ma se

la voce eloquente del recluso di Pallanza non potesse essere ascoltata,

dovrebbe essere inesorabilmente ascoltata quella che vien fuori dagli

ultimi tumulti, che somministrarono il pretesto alla presente reazione.

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 38 / 46 题