LE CAUSE POLITICHE E MORALI

Ebbi occasione di avvertirlo: i tumulti, appena risalgono dal

mezzogiorno verso il nord e si ripetono a Milano, avviene un

perturbamento profondo nell’animo e nella mente dei monarchici tutti.

Essi non sanno o non vogliono rendersene ragione e mutano linguaggio

e dopo essersi confessati rei, perchè autori del malgoverno fatto

dall’Italia per quarant’anni, si fanno accusatori degli avversari

politici, alla cui propaganda sovversiva attribuiscono in Milano ciò

che in tutto il resto della penisola avevano attribuito all’azione

della collettività governante.

Spiegano e giustificano — spesso in buona fede — il mutamento

dell’attitudine colle condizioni economiche di Milano: non intendono

che Milano ricca e prospera possa abbandonarsi a quelle sommosse, che

altrove scoppiarono improvvisamente per fame.

Questo mutamento, che — è bene ripeterlo — non sempre è suggerito

dalla mala fede, più che ignoranza della storia e della scienza

politica, indica l’accecamento, cui tutti andiamo soggetti di fronte

a certi avvenimenti che ci scuotono profondamente e ci producono un

risveglio doloroso. La paura, il dispetto, la sorpresa, allora riescono

all’amnesia più o meno completa; pare che subiamo un improvviso tuffo

nel fiume Lete e così dimentichiamo ciò che la storia di tutti i tempi

e di tutti i paesi, a qualunque grado di civiltà, ci ha insegnato; e

il suo insegnamento chiaro e costante è questo: tumulti, sommosse,

insurrezioni, rivoluzioni spesso non traggono origine immediata

da cause economiche; e tumulti sommosse e risurrezioni precedono

e preparano quasi sempre le rivoluzioni. Sicchè governi e classi

dirigenti, che hanno interesse ad impedire le rivoluzioni, nei tumulti

dovrebbero scorgere degli avvertimenti salutari.

Riguardo all’etiologia di questi perturbamenti politico-sociali,

senza voler fare dell’ecletismo comodo, ma per semplice ossequio

alle realtà, ci si deve tener lontani tanto dalle esagerazioni del

Loria, che nei medesimi sempre scorge il _substratum_ economico se

non l’azione diretta ed immediata delle cause economiche; quanto delle

altre di Lombroso, che soverchiamente riduce l’influenza del fattore

economico contraddicendo alle teorie del determinismo economico.[77]

La verità è che i vari fattori sociali — economici, politici, morali,

intellettuali, ecc. — alternano la loro azione nella determinazione dei

perturbamenti politici di vario grado; e che tutti, poi, essendo tra

loro intimamente connessi, non riesce agevole scinderli ed assegnare a

ciascuno di essi l’efficienza precisa ed esclusiva.

Queste considerazioni si applicano a rigore di termini ai tumulti

di Milano; i quali inducono a ricercare se nella _capitale morale_

d’Italia, in mancanza delle cause economiche, non avessero potuto agire

le cause politiche e morali.

La ricerca sulle condizioni politiche e morali del regno va preceduta

da qualche osservazione che ha speciale importanza tra noi.

L’influenza delle condizioni politiche e morali, alcuni, a torto,

vorrebbero deriderla e metterla in cattiva luce sotto il nome

d’idealismo politico; certo è che tutti, anche i derisori, s’inchinano

riverenti verso le manifestazioni di questo idealismo, quando si

constatano in casa altrui o si riferiscono a tempi remoti. Così tutti

leggono ammirando ciò che Louis Blanc scrisse nella sua magnifica

_Storia dei dieci anni_ sulle cause essenzialmente politiche e morali,

che determinarono in Francia le due rivoluzioni del 1830 e del 1848.

Giuseppe Zanardelli, con parola elevata ed opportuna, nella Camera dei

Deputati, onde stigmatizzare le violazioni dello Statuto perpretate

da Crispi nel 1895 ricordò, per lodarla, la resistenza del Parlamento

e del popolo francese agli arbitri di Carlo X e del suo ministro

Polignac, resistenza che doveva fatalmente condurre alle barricate

di Luglio. Ed è caratteristico, che le barricate di Febbraio 1848 in

Parigi ebbero a pretesto la proibizione dei banchetti elettorali, in

risposta sdegnosa al materialismo volgare di Guizot, che da Lisieux

aveva gridato ai francesi: _arricchitevi!_ quasi a distorli da ogni

preoccupazione di ordine politico e morale.

Non basta. Quanto più le rivoluzioni sembrano sottrarsi alla

influenza delle cause economiche, dei disprezzati impulsi partiti

dalle contrazioni dello stomaco, tanto più esse vennero esaltate e

glorificate da poeti e da storici, da romanzieri e da politici come la

espressione ideale dei più nobili sentimenti umani. Questa esaltazione

per oltre cinquant’anni formò specialmente tutta la educazione politica

e intellettuale degli italiani; e ad essa consacrarono le forze i

migliori ingegni del paese, che fecero fiere campagne contro coloro

che, immemori delle origini e delle vicende dello Stato italiano, i

precedenti rivoluzionarî, con tutti gli annessi martiri ed eroismi,

non tennero abbastanza in onore. Chi lo crederebbe? Anche oggi alcuni

contro i socialisti non sanno scagliare altra accusa se non quella di

sacrificare tutto al culto della materia!

«Se una suggestione più vicina ha potuto favorire l’irreparabile

esplosione di malcontento, scrive il Ciccotti, lo si può e deve cercare

altrove che non nella propaganda socialista.

«I fasti della rivoluzione borghese italiana rigurgitano di congiure,

di rivolte, di resistenze continue e violente: e il trionfo di quel

movimento rivoluzionario ha portato all’apoteosi di tutti questi

episodi.

«In ogni città d’Italia si trovano lapidi e monumenti eretti per

glorificare quei fatti. Lo stesso regicidio è glorificato nella persona

di Agesilao Milano, e una forma di attentato, che in altri casi destò

tanta indignazione, ha avuto anch’esso il battesimo della gloria

nei nomi di Monti e Tognetti, cantati da poeti di grido (Carducci),

raccomandati all’ammirazione dei venturi perfino su mura di pubblici

edifici.

Il cinquantesimo anniversario del 1848 ha riportato quest’anno, in

folla, la rievocazione e il riconoscimento ufficiale del diritto di

rivolta.

«Già, parecchi anni addietro, il re aveva contribuito all’erezione di

un monumento a Giuseppe Mazzini, condannato a morte un tempo sotto la

monarchia[78].

«Quest’anno le barricate del quarantotto sono state commemorate,

festeggiate, ribenedette, in adunanze ufficiali da senatori e

conservatori di ogni calibro.

«Un senatore, già ministro e vice presidente del Consiglio superiore

dell’istruzione, ha pubblicato con accompagnamento di parole laudative

e pietose in una rivista le memorie dell’ex deputato Polti dei Bianchi,

che organizzò il moto abortito del 6 febbraio 1853: e quella congiura

segreta si proponeva — come lo stesso Polti dice — di pugnalare

all’impensata sulle vie i soldati austriaci, di sterminarli con bombe,

di fomentare la diserzione e i tradimenti nella loro fila»[79].

Nulla c’è adunque di più illogico in Italia quanto il biasimo inflitto

dalle attuali classi dirigenti a coloro che cercano nella violenza la

soluzione dei problemi politico-sociali, la via per porre termine ai

tormenti che subiscono. Si risponde dai rivoluzionari antichi, chiamati

volgarmente _quarantottisti_, che bisogna sempre saper distinguere;

ed è giusto infatti, che respingendo l’assoluto, si esamini se le

condizioni che giustificarono la rivoluzione contro gli antichi regimi

sussistano ancora per ispiegare i moti contro l’attuale. È l’esame cui

si procederà ora.

Ci è nota la condizione economica degli italiani odierni; la quale

certamente non è peggiore di quella di cinquant’anni or sono, ma è

più avvertita e resa più penosa dai cresciuti bisogni da soddisfare,

dai contatti più frequenti tra classi e classi, tra popoli e popoli

che suscitano maggior numero di desideri e che accrescono l’invidia e

l’aspirazione al meglio, che sono le grandi molle di ogni progresso.

L’istruzione maggiormente diffusa dà più chiara coscienza dei torti

che si subiscono e delle iniquità sociali esistenti e lo stesso senso

morale più evoluto spinge a proteste ed a tentativi per eliminare le

più stridenti ingiustizie.

Il criterio relativo, adunque, che s’invoca per le opportune

descriminazioni tra rivoluzioni e rivoluzioni, induce a ritenere che

psicologicamente oggi la rivoluzione dovrebbe essere più facile e più

giustificata.

Ciò dal lato economico. Il risultato non è diverso procedendo alle

constatazioni delle condizioni politiche e morali.

C’è un punto in cui la condizione economica stessa è il prodotto della

vita e delle condizioni politiche. La pressione tributaria schiacciante

ch’è tanta parte della miseria italiana è filiata dalla pessima

politica e dall’amministrazione ora pazza, ora disonesta. Le inchieste,

che rimontano se non erro, al 1865, assodarono tale sperpero del

pubblico denaro, che sarebbe stato sufficiente a gettare il discredito

e la diffidenza sullo Stato, che lo permise o meglio che ne fu l’autore

principale.

Il carattere generale precipuo della politica italiana nei suoi

rapporti colla finanza fu il difetto assoluto di coordinazione della

politica all’economia, della spesa alla ricchezza razionale; sul quale

non è uopo insistere perchè venne lumeggiato dai teorici dell’economia

— ultimi Pareto Flora e Conigliani — e dai politici non sospetti per

idee sovversive da Carmine e Colombo risalendo al marchese Alfieri

di Sostegno, a Stefano Iacini, che primo tale politica combattè come

megalomaniaca.

Questa politica disastrosa ha i suoi capisaldi: le pensioni, le

ferrovie, le spese militari. Le pensioni sono divenute un cancro

roditore; rappresentano oltre ottanta milioni all’anno nel bilancio;

e crescono dando luogo a scandali grossi e piccini — sia che si

riferiscono a cittadini che se la pappano nel fiore degli anni; sia che

si accumulino indebitamente su di una stessa persona.

Conseguenze più gravi sul bilancio ebbero le costruzioni ferroviarie.

I molti miliardi che costarono furono causa d’ira e di sdegno, più

che di critica obbiettivamente economica, tra gli economisti della

scuola ortodossa — e sopratutto da parte del Pareto e del De Viti;

spesso si dimenticò, però, che le spese ferroviarie che gravano sul

bilancio dello Stato, furono causa di risveglio e di prosperità per

la nazione. Il compenso vale la pena di essere messo in evidenza;

nè può dimenticarsi che la configurazione geografica dell’Italia

è tale che necessariamente rende poco remunerative alcune linee —

sempre indispensabili per debito di giustizia distributiva — le quali

però danno il loro contributo per rendere proficue le altre. Dove

la critica si appunta bene e mai abbastanza severa è nella quantità

della spesa e nei modi per procurarsi i mezzi per farla. Fra tanti, un

discorso parlamentare dell’on. Rava, dimostrò che coi metodi adoperati

dai finanzieri italiani per ferrovie e per altre spese si assunsero

prestiti che ci fanno pagare l’interesse su 100 mentre s’incassò poco

più di 50!

Come si siano spesi i quattrini che lo Stato ottenne a condizioni di

minorenne che fa cambiali a _babbo morto_, si apprenderà da queste

poche cifre: il preventivo della Novara-Pino da 20 milioni salì a

44: della succursale dei Giovi dai 21 ai 78: della Cuneo-Ventimiglia

da 38 a 91; della Faenza-Firenze da 40 a 77; della Parma Spezia da

46 a 119... La litania potrebbe continuare e i commenti potrebbero

essere più pepati ricordando che alcune di queste linee non sono

ancora complete. Queste cifre dicono che le nostre ferrovie avrebbero

potuto costare un terzo di meno se _onestamente_ costruite; e che la

spesa avrebbe potuto ridursi ulteriormente, se alla medesima si fosse

provveduto con intelligenza e prudenza. Non la spesa ferroviaria in

sè, dunque, va condannata — perchè se anche sproporzionata produsse e

produce del bene — ma il modo dello spendere.

La spesa militare sorpassa di gran lungo quella ferroviaria e con

minori risultati: gli _otto_ e più _miliardi_ assorbiti dall’esercito

e dalla marina dal 1871 al 1897 hanno lasciato indifeso lo Stato e

non gli hanno procurato nemmeno il conforto illusorio della gloria:

esercito e marina non possono ricordare che Custoza, Lissa e Abba

Carima — tre date, che rendono acutissimo il dolore della miseria

economica prodotta dalla loro preparazione; dolore che non può essere

lenito in alcun modo dalle _vittorie_ ottenute contro i contadini

inermi di Sicilia e di Molinella, contro gli operai del pari inermi di

Molinella o di Milano![80]

Era il Generale La Marmora, poi, che raccomandava di respingere i

consigli di coloro che credono o fanno credere che all’Italia non deve

bastare la sua indipendenza e la sua libertà e vanno predicando ch’essa

ha bisogno di _gloria militare_, perchè essi sono _scellerati_ e più

che scellerati, _assurdi_.... (_De Viti De Marco_).

Questa enorme sproporzione tra la potenzialità economica della Nazione,

la spesa militare e i risultati suoi fu messa in evidenza centinaia

di volte da scrittori ed oratori d’ogni colore; ma per ragioni facili

ad intendersi mi piace soltanto di far menzione del Jacini, del

Carmine, del Colombo — autentici ed eminenti conservatori lombardi;

l’ultimo, con coerenza che altamente l’onora, due volte abbandonò il

ministero del tesoro perchè si volle continuare nelle follie militari

connesse alla _triplice alleanza_, aggravate dalle follie coloniali.

Affinchè, poi, non si dica che la grettezza e la micromania del Colombo

non possono essere adottate a criteri direttivi della politica di

una grande nazione — stigmatizzata a varie riprese da sinceri amici

dell’Italia nuova, quali Gladstone, De-Laceluy, Castelar, soccorre

opportuno il giudizio di chi fu compagno di ministero del megalomane

tipico: Crispi.

Nel cennato articolo — _Siamo poveri o non siamo?_ — l’on. Saracco

scriveva: «non possiamo sovra tutto non dobbiamo dimenticare questo

vero, che _qualunque svolgimento di militare potenza che uno Stato

intende fare per il mantenimento della sua preponderanza politica,

affinchè non risulti precario ed artificiale, deve essere in armonia

colle forze economiche della nazione_».

La citazione non potrebbe essere più opportuna nel momento in cui si

parla _di 500 milioni_ da spendere per la marina!

Il popolo italiano, benchè incolto, avvertì le conseguenze economiche

delle spese militari: d’onde germogliarono sentimenti politici, ch’è

bene, a scanso di equivoci e di allarmi del Fisco, esporre colle parole

d’un monarchico convinto. «Si pensa che la monarchia costituzionale

da noi o diventa civile sul modello della inglese _o manca alla sua

missione nella terza Italia_; la monarchia civile sarebbe all’unissono

con l’interesse della gran massa dei contribuenti e porrebbe radici

profonde nel sentimento del popolo ch’è sempre monarchico; _la

monarchia militare si mette contro l’interesse della nazione_. Due

crisi extra parlamentari, che hanno eliminato dal governo, prima

uno e poi due ministri lombardi favorevoli alla riduzione delle

spese militari, hanno personificato e drammatizzato nella fantasia

popolare il contrasto tra la Corona e il Popolo. _Così il sentimento

antimilitare è divenuto poco alla volta_ =antimonarchico=». (_De Viti

De Marco_).

Pensioni, spese ferroviarie, spese militari, che ballano sinistramente

sullo sfondo cupo dello sperpero abituale e della malversazione

generale, hanno generato rapidamente l’enorme debito pubblico — i cui

_quattordici miliardi_ assorbono per interessi gran parte del bilancio

italiano, togliendogli ogni elasticità — sino ad impedirgli per molti

mesi la sospensione del dazio sul grano, reso inevitabile dalla fame,

— circoscrivendolo entro un cerchio di ferro, che costituisce la

corona di spine della nazione, la pompa perennemente aspirante delle

sue risorse. Così queste condizioni economiche generate dalla politica

hanno rigenerato il più profondo e giustificato malcontento politico.

Meno male se l’azione dello Stato avesse trovato un correttivo in

quella delle amministrazioni locali; ma queste hanno creduto bene

di modellarsi sul primo e ne hanno anche esagerato i difetti e gli

errori in tutto e per tutto, aggravando, rispetto ai Contribuenti, le

disastrose condizioni create dallo Stato[81]. Con questo in più: che le

malversazioni locali più note hanno suscitato maggiore risentimento;

che i balzelli si sono resi odiosi; che le passioni locali hanno

inasprito tutte le ferite antiche e recenti.

Che cosa fossero e quanto contribuissero a generare il generale

malessere economico, politico e morale, le amministrazioni locali

fu detto ripetutamente in Parlamento; e più di recente in occasione

dei moti di Sicilia del 1893-94 e della legge pel Regio Commissario

straordinario civile per la stessa isola in Luglio 1896[82]. Ma nessuno

con sintesi mirabile poteva e con maggiore autorità ne scrisse meglio

dell’attuale ministro dell’Interno. Proprio il Generale Pelloux in

una circolare ai Prefetti del Settem. 1898, rubando il mestiere ai

sobillatori, dice:

«Ho potuto nel mio breve soggiorno nelle Puglie nella scorsa primavera

e nei pochi mesi dacchè mi trovo alla direzione del ministero

dell’interno, rilevare che, in parecchie località, lo stato delle

cose lascia a desiderare.... La disonestà nella amministrazione

va colpita subito, senza misericordia, con tutta la severità delle

leggi.... E la disonestà nelle amministrazioni, bisogna pur dirlo, si

può manifestare e si manifesta sotto le forme più svariate: con ogni

sorta di abusi, a cominciare talvolta col colpevole favorire gli amici

e i congiunti mediante la creazione per essi d’impieghi non necessari;

colle destinazioni abusive di essi a posti che non potrebbero coprire;

col fare eseguire lavori, e permettere spese non necessarie, a solo

scopo partigiano, andando fino alle alterazioni delle liste elettorali

comunali; alle falsificazioni dei ruoli d’imposte a danno degli altri

(pur troppo anche talvolta a danno dai meno abbienti); al non esigere i

pagamenti dovuti alla amministrazione dai proprii amici; al creare così

contabilità artificiali che diventano presto indecifrabili e permettono

poi ogni specie d’inganni e di frodi; rasentando o toccando persino

talvolta l’appropriazione indebita collo storno dei mezzi destinati

al servizio pubblico, impiegandoli invece a scopo ben diverso. Se

ciò non si frena con tutto il rigore, con tutta l’energia che è del

caso, _invano si può tentare di sperare di fare argine alle dottrine

sovversive alle propagande ostili, le quali diventano tanto più facili

in quanto che trovano un terreno preparato a far germogliare le loro

idee_».

Meglio e più onestamente non si potrebbe dire; in quanto al fare è un

altra cosa. Si sa che tra il dire e il fare c’è il mare!

Ma rimane d’importanza capitale l’esplicita confessione del ministro

che sta a capo della feroce reazione contro i partiti avanzati: che i

veri e diretti responsabili dei tumulti non sono le vittime colpite.

Sta pure in fatto che i più volgari appetiti, le ambizioni più

sfrenate, i rancori più profondi in tutto il mezzogiorno soffiarono

e soffiano nel fuoco per fare divampare incendi dai quali tutti,

disonestamente sperano trarre profitto. E questi sciagurati provocatori

di tumulti sono stati quasi sempre i più insistenti nell’invocare

misure di rigore contro i _sovversivi_, che spesso furono soltanto

imprudenti e ciechi perchè non si avvidero che servirono di strumento

ai biechi fini altrui[83].

Intanto i veri colpevoli rimasero impuniti — talora premiati colla

conquista del municipio; le masse incoscienti furono massacrate; i

repubblicani, e i socialisti innocenti condannati alla reclusione

per discorsi o scritti di data remota e che non potevano esercitare

influenza diretta sugli avvenimenti.

Questa vita comunale e provinciale, che da se stessa — dati gli stretti

rapporti col potere centrale — deve reagire sulla vita nazionale,

per la grande ignoranza delle masse ha fatto accumulare odî contro

il governo; poichè tali masse per lo appunto tutte le sofferenze,

che loro vengono da cause locali, per la impossibilità in cui si

trovano di discernere con esattezza, le hanno addossate allo Stato.

Nell’errore sono state dolorosamente confermate dalle repressioni

largamente ordinate ed eseguite dalle autorità che lo rappresentano; e

in questa guisa, anche tutte le anomalie più o meno criminose di indole

locale sono andate ad accrescere il torrente impetuoso del malcontento

politico.

A frenarlo, ad inalvearlo per renderlo meno rovinoso, sarebbero occorsi

uomini di Stato di grande levatura al centro ed alla periferia; ma

certamente se l’Italia li avesse avuti, non sarebbe stata ridotta

così a mal partito come si trova oggi. I politici italiani, senza

distinzione di partiti — e sarei disposto ad aggravare la mano più su

quelli di _sinistra_ che di _destra_ — si sono chiariti impulsivi,

impreveggenti, preoccupati degli interessi individuali o di un

minuscolo gruppetto — che non diviene partito — senza alcuna grande

direttiva d’interesse collettivo, nazionale. Quando hanno sacrificato

se stessi ed hanno compiuto qualche atto di abnegazione — caso, del

resto, assai raro — il sacrifizio avvenne a beneficio della dinastia;

giammai della patria. Gli interessi veri dello Stato, quelli superiori

delle Società quasi mai ebbero il sopravvento nelle determinazioni dei

politici nelle cui mani rimase il governo per circa quarant’anni; e

quando gli interessi individuali furono posposti, giova ripeterlo, non

prevalsero che quelli dinastici[84].

Non faccio entrare nel novero dei fattori politici del malcontento

le violazioni ripetute, sistematiche dello statuto, l’adulterazione

sfacciata del regime rappresentativo e la riduzione al minimo delle

pubbliche libertà: sono notissimi, qui stesso vi si è accennato

più volte e basta a proposito di esse rammentare che _da soli_

determinarono in Italia e fuori rivoluzioni, che furono lodate ed

esaltate. Giova invece chiudere questa serie di considerazioni con un

cenno fugacissimo sulla politica ecclesiastica.

In quasi tutti gli Stati c’è un clero e c’è una religione, che

servono di cemento e che quasi sempre funzionano come strumenti di

conservazione. Ben diversa è la situazione in Italia; nè c’è duopo

rammentare per quali cause lo Stato si trovi in conflitto colla Chiesa

dominante. Ora è precisamente in questo conflitto, che si è mostrata

— fatta eccezione, è notevolissima, della sapiente _legge delle

guarentigie_ del 1871 — tutta l’insipienza e la bestiale indiscrezione

della politica italiana, che ha oscillato continuamente tra principî

cari a Zanardelli a quelli sottolineati da Prinetti colla sua visita

al cardinale Ferrari; contraddizione impersonata talora ed esplicatesi

clamorosamente a piccoli intervalli in uno stesso individuo, che ora

invoca Dio colla formula del più schietto legittimismo clericale ed

ora si affida a Crisostomo per dare consigli al Papato dopo avere

inneggiato alla Dea Ragione. Egli è così che clero e religione, che

altrove sono fattori di stabilità e di conservazione sui quali lo Stato

può contare, tra noi sono divenuti massimi elementi di perturbamento. E

meno male che in Italia è fiacco il sentimento religioso, e sono timidi

i clericali![85].

Il disagio economico, che arriva alla miseria vera, il dispotismo e

l’insipienza dei governanti talora si tollerano e si subiscono in pace

quando un soffio di moralità lambisce gli uomini e le istituzioni

e in qualche guisa li vivifica e li sorregge. Invece tra noi un

fermento putrido virulentissimo s’infiltra dappertutto e spinge alla

dissoluzione.

Il fermento putrido nulla ha risparmiato; dalla vita privata

si è riversato nella vita pubblica — che per comodità di molti

lojolescamente si vollero staccare; e quando nella seconda la sua

azione virulenta ha raggiunto il massimo d’intensificazione, è tornata

a devastare la compagine sociale.

Egli è così che nella delinquenza abbiamo il tristissimo primato che

in Europa nessun altro popolo ci può contendere[86]; e che questa

delinquenza, sotto forma larvata talora e tal altra più imprudente e

sovvertitrice perchè sicura dell’impunità, ha conquistato i municipi,

le provincie, gli uffici pubblici, tutto il complesso organismo dello

Stato. Le cifre delle statistiche penali documentano il primato della

criminalità; la storia di ogni giorno dei cassieri che scappano; degli

istituti che falliscono fraudolentemente; dei commendatori tratti in

arresto.... la storia della inchiesta sulle ferrovie meridionali nel

1864 — inchiesta misteriosamente scomparsa —, delle inchieste sulla

Regia interessata dei tabacchi e del relativo processo Lobbia....

delle inchieste sulla Banca Romana con relativi amminicoli; la _storia

meravigliosa_ sulla influenza che può esercitare un Costanzo Chauvet;

i discorsi da ministri e le relazioni parlamentari — per citare i più

recenti — di Saracco, di Prinetti, di Brunicardi sui lavori pubblici,

ecc., ecc., costituiscono il più doloroso pendant della delinquenza

privata e completano il quadro cupo della pubblica moralità che a

larghe pennellate, per quanto in forma solennemente ufficiale, ci

fece conoscere la circolare del Generale Pelloux sulle amministrazioni

locali[87].

Chi vuole avere un quadro rassomigliante al vero, ma sempre più bello

del vero, legga sulla degenerazione politica in Italia ciò che scrisse

Ruggero Bonghi per commemorare la breccia di Porta Pia[88]. E vorrei

possedere tutta l’autorità di cui godeva Ruggero Bonghi e vorrei

che in Italia si godesse quella poca libertà di cui si godeva ancora

nel 1893, per esporre altre considerazioni importantissime che egli

allora espose, rivolgendosi a chi di dovere, in quei famosi articoli

sull’_Ufficio e sul diritto del Principe in uno Stato libero_ e che gli

valsero la punizione per lui più dolorosa: l’ostracismo dal Palazzo del

Quirinale[89].

Ma se certi tasti oggi non è più lecito toccare senza riportare

gravi scottature, sarà lecito, però, ripetere ciò che opportunamente

disse testè Giulio Prinetti, togliendolo a prestito da Guizot: _nelle

monarchie moderne, che non discendono da Dio, la sovranità risiede

nella_ =giustizia=[90]. Or bene, ciò che manca assolutamente tra noi è

la giustizia!

Questa mancanza cominciò ad essere avvertita più di venti anni or

sono da Marco Minghetti in un libro, che rimase classico; ora non è

più da alcuno negata o attenuata e se ne discorre come del fenomeno

più pericoloso e meglio constatato. Sin dal principio della XIV

legislatura, il Re, nel discorso inaugurale dei lavori parlamentari,

promise provvedimenti per ristaurare il regno della giustizia; ma

ancora non c’è stato il tempo di prenderli. E senza la giustizia non si

sorregge alcuna società civile![91].

Il popolo, che conosce queste condizioni deplorevoli, diffida sempre

della giustizia legale e crede spesso di esercitare un sacrosanto

diritto facendosela da sè ed a modo suo: _more barbarico_.

È questo l’ultimo fattore di ordine politico-morale del presente

perturbamento italiano su cui ho creduto di dovermi fermare; ed esso

solo è tale da rendere possibile qualunque movimento violento inteso a

provvedere. Ed il popolo da gran tempo avrebbe provveduto, se in esso

la coscienza dei mali e del loro esatto rapporto colle cause vere che

li hanno generati non fosse ottenebrata dalla ignoranza crassa e dalla

deficentissima educazione politica; avrebbe provveduto, se ogni energia

non fosse stata fiaccata dalla lunga servitù ed esaurita da oltre

settant’anni di lotta per conquistare l’unità e la indipendenza della

nazione.

L’insieme di queste condizioni economiche, politiche, intellettuali

e morali quale è stato riconosciuto ed esposto dagli scrittori di

ogni colore politico in occasione degli ultimi tumulti,[92] spiega

esaurientemente la genesi di questi fenomeni, che mi piace segnalare

colla parola di tre uomini, dei quali nessuno metterà in dubbio la

devozione all’Italia, alla dinastia, alle presenti istituzioni.

1. Coloro che amano le istituzioni e vogliono conservarle in Italia

hanno poca fiducia in se stessi; e questa poca fiducia ne turba le

menti. La confessione amara è dell’on. Di Rudinì in una circolare del

Maggio 1898 a tutte le Autorità del Regno, in cui deplorava il malvezzo

delle continue richieste di truppa, nella quale soltanto scorgevasi la

salute.

2. Nel disagio pubblico, nel disordine delle istituzioni liberali

e nello aumento della immoralità si trovano le propizie condizioni

della cresciuta forza del brigantaggio e del clericalismo e della

_diminuzione_ del _sentimento unitario_. Ciò riconobbe Ruggiero

Bonghi[93].

3. «Le nostre popolazioni sono _malcontente e sentono disgusto di

un regime_, che le condanna ad una vita di privazioni e di stenti,

che possono talvolta apparire incomportabili». Questo è il giudizio

del Senatore Giuseppe Saracco, che viene ribadito da cento altri

pareri, altrettanto espliciti, e tutti di monarchici che constatano

con infinito dolore la diminuzione o la scomparsa della fede nelle

istituzioni[94].

Per dire come e perchè gli errori e le colpe degli uomini possano far

perdere la fede nelle istituzioni buone — le nostre sono eccellenti!

— occorrerebbe lungo discorso. Dal quale mi dispensa il parere

autorevole.... di Vittorio Emmanuele II. Fu il _gran re_ per lo appunto

che in uno dei discorsi della Corona saviamente ammonì: _I popoli

apprezzano le istituzioni in ragione dei risultati che danno_.

Che cosa abbiano dato le istituzioni sinora in Italia abbiamo visto:

i loro prodotti si assommano nel tumulto e nel delitto anarchico.

Questi risultati si devono all’opera costantemente sovvertitrice

degli uomini che ebbero in mano la cosa pubblica da quarant’anni in

qua;[95] e questi uomini meritevoli di gogna o di galera si sono eretti

a giustizieri ed hanno punito negli altri le colpe proprie: hanno

mandato alla reclusione coloro che altro reato non commisero se non

quello di denunziare e di stigmatizzare l’opera di sovvertimento delle

istituzioni da loro compiuta!

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 33 / 46 题