LE CAUSE ECONOMICHE DEI TUMULTI

I giudici più benevoli dei governanti italiani, i cittadini che non

sono complici o comunque interessati nella repressione, riconoscono

che nell’ultima, ancor prima che si tramutasse in confessata reazione,

vi fu eccesso di difesa. Pochi hanno formulato questa colpa del

governo italiano con tanta precisione quanto l’on. Galimberti, la cui

opinione non è sospetta perchè anche lui è uomo di ordine come vogliono

essere chiamati i nostri monarchici. Egli, trattando della _vera

responsabilità_, riconosce che essa sta nell’eccesso della repressione

— specialmente a Milano, dove fu adoperato il cannone contro gli

inermi. «Contro gl’inermi il cannone! egli continua. Ecco la colpa

di tutti i governi deboli, francesi e spagnuoli, da che si dettero le

costituzioni: aver adoperato le armi da fuoco contro gl’inermi... Chi

si è assimilato la vita inglese, sa molto bene che le dimostrazioni

in Inghilterra assumono proporzioni maggiori che da noi. Si dicono e

rimangono infatti dimostrazioni pacifiche solo perchè il governo si

guarda bene dal provocare la rivoluzione adoperando le armi da fuoco.

Esagerare i movimenti popolari, cambiare le dimostrazioni in tumulti,

per mezzo di agenti provocatori, e i tumulti in rivoluzioni per mezzo

di cannonate contro castelli in aria, è anche rivelazione d’insipienza

politica».

Così scrive saviamente e onestamente un ex sottosegretario di Stato e

non c’è da aggiungere che questo corollario: chi commette un eccesso

di difesa è colpevole in diritto privato e merita una condanna — anche

lieve. Non può essere diversamente in politica, dove dal diritto

privato, male a proposito, è stato trasportato il principio della

legittima difesa[53]. In Italia, nell’anno 1898 — in altri tempi le

cose procedevano diversamente: lo vedremo — ai colpevoli anzichè pena

toccò in sorte l’apoteosi: l’abbiamo visto. Di più: gli strumenti

principali dell’eccesso di difesa, i militari, furono chiamati a

giudicare le vittime!

Era possibile, era umano supporre, che essi sarebbero stati imparziali

nella causa propria?

Intanto, per assurda ipotesi, si conceda che non ci sia stata

sproporzione tra i tumulti e la repressione; che non ci sia stato

l’eccesso di difesa esplicitamente ammesso dal Galimberti. Accettata

questa ipotesi, sorge il dovere di un’altra disanima: perchè

gl’italiani si abbandonarono alla sommossa?

In nome del diritto della difesa dello Stato si può ammettere che i

rivoltosi, i tumultuanti siano anche impiccati; ma più che nel nome

della giustizia, in quello della sapienza politica e della vera ragione

di Stato, bisogna ricercare quali furono le cause che spinsero i

cittadini al tumulto, o alla rivolta.

Questa indispensabile ricerca causale ha doppio interesse: 1.º assegna

la vera responsabilità — massime in coloro, che col loro mal governo

resero fatale la ribellione; 2.º provvede per lo avvenire: uomini

veramente di Stato, infatti, non si contenteranno del ristabilimento

momentaneo dell’ordine materiale, ma penseranno ad eliminare le

cause che provocarono i tumulti, affinchè questi non si riproducano

a scadenza più o meno lontana. Poichè, come ha riconosciuto un

pubblicista dei più devoti alle istituzioni, «le cause delle ribellioni

non sono mai negli uomini, ma nelle _cose_; e ogni provvedimento,

giudiziario o di polizia, contro gli uomini, non serve a nulla, finchè

le cose restino dopo, quali erano prima degli avvenimenti» (RASTIGNAC).

La causa occasionale degli ultimi dolorosi avvenimenti è nota: il

rincaro fortissimo del prezzo del pane. Questo fenomeno, però, non fu

che la scintilla, la quale dette fuoco alle mine preparate e pronte.

La causa occasionale, del resto, in sè e da per sè era bastevole a

produrre i più gravi perturbamenti; poichè il caro del pane fu davvero

straordinario: arrivò a 54 centesimi il chilogramma a Soresina; da 50 a

60 in Napoli. L’efficienza di questo prezzo elevatissimo del principale

alimento degli italiani — alimento quasi esclusivo nelle masse

del mezzogiorno — potrà valutarsi al giusto ponendo mente a queste

circostanze: 1.º salari bassi; 2.º disoccupazione prevalente; 3.º

consumo del pane scarsissimo, anche prima del suo rincaro. Nel 1895 il

consumo giornaliero del grano era in Italia di grammi 330 per abitante,

mentre elevavasi a grammi 533 in Francia[54]. Figuriamoci se non si

doveva trattare di vera fame nel 1898 quando il prezzo del pane venne

raddoppiato!

Ma se il pane divenne carissimo in Italia, perchè prendersela col

governo e coi municipi? Le folle furono guidate dall’intuito, che non

le ingannò: le imposte dirette ed indirette di ogni genere che governo

e municipi fanno gravare su di un quintale di pane, rappresentano il

42,85% del suo prezzo totale. (FIORETTI).

Nè si dica che questo abbandonarsi ai tumulti ed alle sommosse per

il prezzo e per la scarsezza del pane, cui si riduce nella sua più

semplice e genuina espressione il disagio economico, sia propria

caratteristica degli italiani: i famosi anglo-sassoni subiscono la

stessa influenza ed agiscono alla stessa guisa degli italiani quando

stanno male economicamente. Uno dei protagonisti del _cartismo_,

lo Stephens, diceva che il movimento non fu solo politico, ma fu

sopratutto una _quistione di forchetta e coltello_. E più di recente,

celebrandosi il 60.º anniversario del regno di Vittoria, un altro

scrittore constatava: «John Bull al verde è il più persistente dei

malcontenti e svolge principi politici — ma sempre con un occhio volto

agli affari futuri. Ma quando è sazio di carne e di birra, ha poche

idee e la sua soddisfazione è completa.»[55].

Altri, riferendosi a questi avvenimenti del 1898 esclusivi dell’Italia,

giustamente osserva: il nostro paese è assai sciagurato, è il solo in

cui fenomeni economici comuni a tutta Europa abbiano una ripercussione

così terribile; altrove, mali come questi si sopportano e si tollerano:

da noi divengono insopportabili e intollerabili e provocano alla

disperazione. Una crisi economica genera subito qui una grande miseria

e la miseria genera un movimento tumultuario e folle che lungi dal

diminuire il male, lo fa più acuto e lo aggrava di mille doppi; quale

speranza di posare, di respirare, di risorgere possono nutrire regioni

intere in cui la vita normale, il lavoro, i commerci sono sospesi?»

Così il Deputato Oliva nel _Corriere della Sera_ (1898 N. 122).

Poteva aggiungere che tumulti per il pane non ce ne furono — almeno

nelle proporzioni dell’Italia — nemmeno nei paesi, nei quali, sotto

la pressione del forte rincarimento del prezzo dei cereali, i governi

rifiutaronsi ad abolire, anche temporaneamente, il dazio doganale sui

medesimi.

La ragione per cui una crisi economica comune a tutta l’Europa produce

soltanto in Italia effetti che non produce altrove, è chiara, evidente

e nota da alcuni anni: da noi questa crisi rappresenta la goccia,

che fa traboccare il liquido dal vaso; non è una vera crisi, ma la

fortissima riacutizzazione di una grave malattia cronica preesistente.

Di una condizione economica morbosa della Italia veramente eccezionale

si conoscono da tempo gl’indici diretti ed indiretti — analfabetismo,

delinquenza, contrazione di consumi, espropriazioni per inadempiuto

pagamento d’imposte, emigrazione, ecc., ecc. — e fu cecità dei nostri

uomini di governo e delle nostre classi dirigenti il non avere tenuto

conto degli ammonimenti severi ed inesorabili, che venivano fuori da

tutte le pubblicazioni statistiche ufficiali del Comm. Bodio e dei loro

illustratori.

Non c’era bisogno di attendere i tumulti di Sicilia del 1893-94,

nè quelli del resto d’Italia, per prevedere che ogni ulteriore

aggravamento del disagio economico esistente — ogni altro accidente

che presso popoli in condizioni normali sarebbe passato inosservato,

fra noi avrebbe prodotto conseguenze gravi, che all’osservatore

superficiale sarebbero sembrate sproporzionate alle cause[56].

I fatti recenti — tumulti di Sicilia, dei Castelli romani, ecc. —

aprivano gli occhi anche ai ciechi; figuriamoci a coloro che avevano

scienza e coscienza delle vere condizioni economiche dell’Italia!

Egli è così che un conservatore liberale vero e sincero, quale

il Marchese De Viti De Marco, nell’Ottobre 1897 spiegava col

generale malessere economico quei fenomeni. E l’eminente professore

dell’Università di Roma soggiungeva: «La politica del governo va in

cerca dei _sobillatori_; invece è dessa che crea i pericoli.»[57]

La miseria dei lavoratori era trovata eccessiva e tale da non trovare

riscontro in Europa se non in Irlanda, sin da quando Stefano Iacini

— quale sobillatore! — scriveva il prezioso _Proemio all’Inchiesta

agraria_. D’allora ad oggi la situazione, specialmente pei contadini, è

peggiorata.

Quale si era ridotta la situazione giova conoscerlo dalla confessione

consacrata in un documento ufficiale ancora più prezioso del _Proemio_

di Iacini. Eccolo: «Il progressivo e costante aumento dell’emigrazione

che in un decennio ascende all’altissima cifra di 2,391,139, come si

rileva dal prospetto qui unito desunto dall’annuario statistico del

1895, la permanenza delle cause che ingenerano le manifestazioni di

questo fenomeno sociale, e cioè il malessere profondo che affligge

l’economia nazionale, la depressione generale dell’agricoltura e

dell’industria, dovuta a ragioni di concorrenza mondiale e alla

mancanza di capitali disponibili a miti condizioni per l’insufficienza

del risparmio nazionale, la miseria dolorosa di alcune popolazioni

agricole, la sovrabbondanza di lavoratori avventizi ognor crescente

di fronte allo estendersi dei latifondi, alla soppressione dei grandi

lavori pubblici, l’aumento stesso troppo rapido della popolazione

povera, sono fatti di così grave importanza etico-sociale, che esigono

la più alta e profonda considerazione da parte del governo.»

Chi è dunque quest’altro pericoloso anarchico, meritevole del domicilio

coatto, che denigra l’Italia in faccia al mondo? L’on. Di Rudinì!

Col brano sopra riportato, comincia, infatti, la relazione al disegno

di legge: _Costituzione dei Comuni rurali e delle borgate autonome_,

presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 13 Aprile 1897....

Potrei centuplicare le citazioni delle previsioni e dei giudizî

analoghi al precedente, se non temessi di annoiare; ma non so

resistere alla tentazione di riprodurre un brano di un discorso

ispirato pronunziato da Giustino Fortunato in mezzo alla religiosa

attenzione della Camera: «Io sono stato lungamente l’autunno scorso,

diceva il rappresentante della Basilicata, in un angolo remoto del

nostro Appennino, ove ho molto guardato intorno, molto osservato,

molto ascoltato in tutte le classi sociali; ci sono tornato durante il

periodo elettorale, e a me corre l’obbligo di dirvi _che noi dormiamo

sopra un vulcano!_ I lavoratori della terra nell’Italia meridionale,

_che nulla sanno di repubblica, nè di socialismo_ non hanno bisogno

di essere agitati dalla propaganda dei partiti estremi _perchè essi

sono già abbastanza agitati e sospinti alla disperazione per conto

loro_; i lavoratori della terra tacciono laggiù, perchè credono di

essere ancora deboli, ancora impotenti contro un ordine politico, la

cui funzione principale è quella dell’esattore, la cui organizzazione

tributaria rasenta il regime della confisca. _Ma c’è nell’aria qualche

cosa di quell’afa che annunzia e precede gli uragani, qualcosa, non

so, come una tempesta sorda di odii e di rancori, che non può, a quanti

aborrono, come io ne abborro, dalla violenza e dalla lotta di classe,

non farci paventare e prevenire il pericolo. Il_ =disagio economico=;

_questa è la vera debolezza d’Italia; questa la sola forza dei suoi

nemici_. E la scienza politica non è così miseramente superba, che

debba, io credo, non solo rifiutare gli avvertimenti, ma sdegnare

financo gli avvisi»[58].

Nelle parole di Giustino Fortunato che furono materialmente ascoltate

con attenzione ed anche con emozione, c’è qualche cosa di fatidico;

ma le parole non si tradussero in quella forza affettiva, che conduce

all’azione; ed ebbero egual sorte di quelle pronunziate da me il 31

Gennaio 1893 all’indomani della strage di Caltavuturo.

Il discorso del Deputato di Melfi è del Maggio 1897, quando non era

sopraggiunta e non era prevedibile la crisi eccezionale del pane,

quando non erano scoppiati i moti dei Castelli Romani e meno ancora

erano alle viste quelli delle Marche (Ancona, Sinigaglia, Macerata,

ecc.); ma non c’era bisogno di questi ultimi svegliarini per sentire

ch’era tempo ed era dovere di cittadino e di politico il dare il grido

di allarme, perchè la condizione generale, che andavasi maturando da un

pezzo era evidentemente disastrosa.

La visione chiara di tale situazione non l’avevano soltanto gli

studiosi solitari, che hanno agio di ricercare i dettagli e l’insieme

ad una volta, ma s’imponeva anche agli uomini di governo ai quali

spesso, per voler guardare lontano e nel complesso, sfugge la

percezione esatta della realtà e non si accorgono delle piccole

magagne, che, talora all’improvviso, fanno scoppiare una caldaia e con

essa tutta la macchina dello Stato.

Per citarne pochi ed autorevoli, ricorderò che ebbe questa percezione

esatta della realtà Ruggero Bonghi — un ex ministro di _destra_ —

che nel monito famoso dato al _principe_ avvertiva: «Il pericolo

di offendere le istituzioni attuali in Italia è maggiore che in

Inghilterra perchè l’Italia è messa insieme appena da un terzo di

secolo, malamente cementata, vanamente inquieta, conquassata da

dolori di ogni sorta, ma tutti pungenti, economicamente disagiata,

finanziariamente squilibrata, incerta in tutte le istituzioni sue

civili e sociali, incalzata dal disavanzo, ed esitante o divisa tra

il mantenere alleanze che le pesano o scioglierle con pericolo di

essere minacciata da altre parti. E questo forse è peggio: _che ciò

che altrove è effetto di ricchezza mal distribuita_, =qui è effetto di

miseria ugualmente distribuita=.»[59].

Da Bonghi a Saracco, dalla _destra_ alla _sinistra_, da un temperamento

e da una origine tanto diversa nell’uno e nell’altro, il salto è

grande; ma a quattro anni di distanza, il secondo riesce alla esplicita

conferma del giudizio del primo; e vi riesce con una dimostrazione che

si può risparmiare ai lettori, perchè viene magnificamente riassunta

nel titolo dell’articolo: _Siamo poveri o non siamo?_[60]

Lo stesso Saracco, immemore di essere stato compagno al governo di

Francesco Crispi che colle sue follie militari era stato causa precipua

del dissesto finanziario dello Stato ed economico della nazione, in

una critica mordace delle illusioni e dell’ottimismo di Luigi Luzzati

sul _fondo di sgravio_, dopo aver detto che le _leggi in Italia si

fanno per ingannare il prossimo_, riesciva a questa conclusione ultra

sobillatrice: «Che dire della serietà di queste promesse, innanzi ad

un programma che le mette tutte bravamente a dormire? Non sarà ancora

il _protesto_, ma sarà per lo meno la _moratoria_, che precede il

_fallimento_. Ora i popoli sono pazienti, ma non sopportano a lungo di

essere ingannati»[61].

Certamente questo è un linguaggio che se fosse venuto da un

repubblicano o da un socialista, sarebbe stato ritenuto un eccitamento,

una preparazione alla ribellione; ma, ripeto, esso corrisponde

alle verità. Va notato altresì, che la condizione del bilancio, se

direttamente riguarda lo Stato, rimane un indice eloquente della

condizione economica della nazione: l’instabilità o il _deficit_

dell’uno rispecchia la corrispondente situazione dell’altra[62].

Alle illusioni sul bilancio dello Stato fanno riscontro quelle del

risparmio nazionale, che dà luogo a tante volate liriche, basate

esclusivamente sull’aumento dei depositi delle Casse di risparmio

ordinarie e postali. Su questi aumenti in generale deve osservarsi,

che sono un fenomeno naturale derivante dall’aumento parallelo della

popolazione e dello spirito di previdenza che comincia a penetrare da

per tutto e induce molti a collocare a tenui interessi quel peculietto

che prima tenevano nascosto nel fondo di una cassetta; nonchè della

sfiducia crescente in altri istituti ed in altri impieghi. Infatti

l’aumento nelle casse di risparmio ordinarie in lire 277 milioni dal

1886 al 1896 e di lire 205 milioni in quelle postali dal 1886 al 1894

ha la sua dolorosa contro partita nella diminuzione di lire 514 milioni

di altre Banche e società di credito dall’anno 1886 al 1894 per alcune

e 1895 per altre[63].

I calcoli e le previsioni degli uomini di governo, colla piccineria

reale o immaginaria della nostra vita politica, si possono supporre

suggeriti da quel pessimismo che viene dalla nostalgia del potere,

quando se ne è lontani. Se così fosse, potremmo contentarcene; ma pur

troppo ci sono i dati statistici obbiettivi che vengano dal Bodio o

dal Mulhall, riescono alla stessa conclusione: alla miseria nostra

assoluta, umiliante, messa al confronto colla ricchezza di altre

nazioni. Egli è così che il Prof. Federico Flora — un avversario deciso

del socialismo — poggiandosi sui dati del Bodio e capitalizzando i 54

miliardi di ricchezza totale della Italia al 5% assegna un reddito

medio per ogni famiglia di lire 350 all’anno: _reddito buono a

lasciarci morire di fame_, egli soggiunge[64].

Questa dolorosa condizione economica si connette intimamente — in

gran parte sta con essa in relazione di causa ed effetto — col regime

tributario italiano, che pare fatto apposta per assottigliare lo scarso

reddito, per impedire la formazione di capitale riproduttivo, per

iscoraggiare le industrie nuove. Un rapido sguardo al nostro meccanismo

finanziario ed alla sua funzione, tradotti in poche cifre, vale più di

molti lunghi discorsi e di qualunque elegante dimostrazione[65].

=Ricchezza privata= =Per capo=

Quinquennio 1873-77 Miliardi 42,2 L. 1507

» 1888-92 » 54 » 1768

Aumento 28% 17%

=Spese pubbliche= =Per capo=

Quinquennio 1873-77 Milioni 1133 L. 40

» 1888-92 » 1626 » 52

Aumento 40% 30%

In Inghilterra il rapporto tra la spesa e la ricchezza è di 1/77; in

Francia di 1/68; in Italia di =1/32=. E più chiaramente: supponendo una

ricchezza di L. 10,000 sulla medesima un inglese pagherebbe L. 130, un

francese L. 147, un italiano L. =307=. (FLORA).

A più amare riflessioni dà luogo la ripartizione del prodotto delle

imposte: la spesa.

Nel bilancio del 1895-96 figuravano:

Spese per debito pubblico Milioni 685 il 42,5 %

» militari » 443 » 27,5 %

» di riscossione » 160 » 10 %

» per servizi civili » 318 » 20 %

Si apprende in questa guisa che le spese improduttive rappresentano

l’80%; mentre per le produttive non resta che il 20% (FLORA). Se si

pensa che nelle spese dei servizi civili ci sono quelli che rendono

— ad esempio poste e telegrafi — si scorgerà che la quota reale

della spesa pei servizi civili è inferiore a quella sopra indicata;

che era del 33% nel 1862. Evidente dunque il continuo peggioramento

sotto questo aspetto: la contrazione delle spese pei servizi civili —

specialmente nei lavori pubblici — spiega il crescente fenomeno della

disoccupazione. (CONIGLIANI).

Ma su chi pesano maggiormente le imposte che alimentano le spese

pubbliche così malamente ripartite? Ecco il lato più doloroso della

questione. Le cifre confermano la sintesi esposta altra volta dall’on.

Giolitti, e cioè: che in Italia c’è una progressione tributaria al

rovescio. Infatti sui 1361 milioni, che rendono i tributi — imposte sui

terreni, sui fabbricati, sugli affari, consumi e lotto — 731 milioni

pesano sui meno abbienti e sulle classi lavoratrici (FLORA) ond’è che

rimangono completamente giustificati questi giudizii manifestati da due

eminenti economisti appartenenti a due scuole diverse: «È cominciato

un moto di reazione generale contro un _sistema tributario selvaggio_.

Tutti gli interessi antagonistici delle classi dirigenti si rimettono

di accordo quando si tratta di scaricare sulla massa dei consumatori

una valanga di balzelli incivili e per affidare ai _pezzenti_ il

patriottico compito di tenere in pareggio il bilancio». (DE VITI DE

MARCO). La disonestà, pari soltanto alla impreveggenza delle classi

dirigenti, rese addirittura intollerabile la condizione delle classi

lavoratrici. «Nei Comuni si può, sotto l’egida delle leggi, col

beneplacito dell’autorità tutoria, dare ascolto alle clientele locali,

alle coalizioni di vergognosi interessi aggravando la mano sui più

deboli contribuenti,» (CONIGLIANI)[66]. L’iniquità tributaria così è

completa: comincia per conto dei Comuni e si completa per conto dello

Stato.

Ma vi sono sofferenze e sofferenze; variano per la intensità da una

classe all’altra, dall’una all’altra regione.

Dove sono stabilite delle industrie importanti e che rivestono il

carattere della moderna grande industria, non si può negare una

relativa prosperità non ostante la _intransigenza_ e la _pedanteria

del fisco_, stigmatizzata fieramente da un ex ministro del Tesoro,

che spesse volte la costringe ad emigrare[67]. Ma le miserie

incommensurabili si riscontrano nelle regioni agricole; perchè il fisco

italiano pare che abbia preso di mira specialmente l’agricoltura: con

questa c’è la morte. I dettagli di questa persecuzione del fisco contro

l’agricoltura sono scandolosi; ma qui basta ricordare i termini estremi

di questo esoso e pazzesco fiscalismo. Mentre la terra tra tributi

erariali e locali, paga il 16 per cento in Francia, il 15 in Germania,

dal 13 al 20 in Inghilterra, in Italia le imposte assorbono dal =30= al

=50= per cento del reddito prediale (FLORA). In conseguenza di questo

brutale sistema l’Italia vince il _record_ nelle espropriazioni per

causa d’imposta: ci furono _sessantaquattromila_ vendite d’immobili

rustici ed urbani dal 1 gennaio 1884 al 31 dicembre 1895, cioè 567

espropriazioni per ogni 100 mila abitanti e per ogni 3000 proprietari.

Il 18,90% dei proprietari è stato espropriato! Queste cifre divengono

più imponenti quando si considera: 1.º che nel 1895 il 76 per cento

dei beni espropriati rimase aggiudicato al demanio, perchè non

trovò acquirenti; 2.º che nel 62,49 per cento dei casi il prezzo di

aggiudicazione dello immobile espropriato fu inferiore a 50 lire. Sono

cose orribili e vergognose, esclama il Fioretti[68].

E lo stesso Fioretti saviamente osserva che più iniqua dell’imposta

fondiaria riesce l’imposta agraria di ricchezza mobile sopratutto,

perchè nelle campagne e nei piccoli centri nulla sfugge all’occhio

linceo del Fisco, mentre nelle grandi città si può fortunatamente

calcolare che almeno il 50 per cento del reddito tassabile sfugge

all’imposta. È questa una fortuna singolare, egli soggiunge; se

fosse altrimenti, la vita economica dell’Italia sarebbe materialmente

strozzata da un giorno all’altro[69].

Con ciò rimane dimostrato che l’antica affermazione del De Laveleye

sul collettivismo fiscale non è una immagine rettorica, ma una

rigorosa realtà, che induce il Flora e il Fioretti a riconoscere che

il vero nemico della proprietà privata in Italia è lo Stato e non il

collettivismo; il primo fa fatti; il secondo semina idee; il Fisco

rappresenta un pericolo presente; il collettivismo un pericolo futuro e

assai remoto[70].

Le maggiori sofferenze dell’agricoltura e delle classi agricole dicono

di primo acchito che il disagio economico dev’essere di gran lunga

superiore nel mezzogiorno d’Italia e nelle sue due maggiori isole.

Questo disagio maggiore vi è sottolineato: 1.º dalla più numerosa

emigrazione delle classi agricole; 2.º dai minori consumi; 3.º dal

maggiore numero di espropriazioni; 4.º dalla enorme sproporzione

nello accumolo dei risparmi. E mi fermo a questi soli quattro indici

diretti della condizione economica[71]. Essi bastano ad assodare

irrefragabilmente la miseria squallida del mezzogiorno prevalentemente

agricolo e la relativa agiatezza del settentrione prevalentemente

industriale; o dove, almeno l’industria è tanto prospera che rimargina

le ferite sanguinanti dell’agricoltura[72].

Queste diversità di condizioni economiche spiega tutta la fenomenologia

sociale diversa tra il settentrione e il mezzogiorno e dà la ragione

dei tumulti più frequenti, che si deplorano nella bassa Italia, sebbene

non vi esistano nè socialisti almeno organizzati come partito — nè

propagande socialiste e meno ancora repubblicane[73].

È la miseria maggiore, che spinge per fame ai tumulti; e la miseria

è determinata da un sistema tributario la cui rapacità supera quella

deplorata da Salviano; quella descritta da Vauban nella sua _Dime

Royal_ sotto l’_Ancien régime._ Nessuno si meraviglia più che siffatte

cause in Francia abbiano dato come risultato la grande rivoluzione

dell’89; c’è da meravigliarsi come non lo abbiano dato altrove. Lo

daranno in Italia, se non si muterà strada. Di ciò cominciano ad essere

convinti anche i conservatori.

Un conservatore dei più convinti qual’è il Fioretti, nel mezzogiorno

riconosce che gli ultimi moti sono stati l’espressione della profonda

crisi economica che travaglia la patria nostra; e la crisi alla sua

volta è determinata unicamente dalla enormità del nostro sistema

tributario. Di che, in teoria, pare che siano anche convinti i

conservatori lombardi.

La _Costituzionale_ di Milano, il 7 giugno 1898, votò un ordine

del giorno in cui invocava la _sollecita restaurazione degli ordini

economici ed amministrativi del paese affine di scemare il disagio che

lo affligge_.

L’on. Colombo in altra riunione della stessa associazione (17 maggio)

disse _disastrosissime le nostre condizioni economiche_. Non fu meno

severo l’onorevole Prinetti, parlando al _Circolo Popolare_ (20

Maggio), verso il Fisco e verso il nostro sistema tributario; ivi

e allora un Socio dello stesso circolo, l’Albasini Scrosati, disse

_profonda la miseria del paese_. Si commossero anche i giovincelli

dell’Associazione monarchica fra gli studenti che trovarono non solo

soverchiamente fiscale il nostro sistema tributario, ma anche gravante

in modo sproporzionato sulle classi meno abbienti[74].

Mi sono fermato sui giudizi dei conservatori lombardi con particolarità

perchè essi sono stati e sono i più rabbiosi nell’invocare ferro, fuoco

e galera contro i _sovversivi_; essi, perciò, erano i più interessati

nel diminuire l’importanza delle cause vere dei tumulti. Pure

l’evidenza si è imposta anche a loro e li ha costretti a confessioni

che suonano condanna severa dei loro metodi di governo; metodi di

governo che si riassumono nella esclamazione brutale, ma vera di Don

Albertario. «Ah! canaglie, voi date piombo ai miseri che avete affamato

e poi vi lanciate contro i clericali!»[75].

Concludo. Ci furono altri e veri responsabili degli ultimi tumulti;

coloro che li prepararono e li resero fatali: i governanti e le classi

dirigenti[76]. Chi pensa che quei tumulti potevano essere evitati;

chi pensa che non si ripeteranno se si continuerà nei vecchi metodi

di governo ignora la storia. La grande sobillatrice è stata e sarà la

fame; e in Italia il padre premuroso delle sobillatrice è il Fisco.

Ma i tumultuanti, si domanda, colla violenza migliorarono forse

la loro sorte? A questa domanda si può rispondere colla esperienza

politico-sociale; tutte le grande riforme economico-sociali, anche

nella stessa Inghilterra, furono precedute e provocate da tumulti

e da violenze. Il poco che si è ottenuto in Sicilia si deve alla

insurrezione del 1866 e ai tumulti del 1893; il poco che si è ottenuto

in Italia — alleviamento prima, ora abolizione del dazio comunale sulle

farine, la sospensione del dazio governativo sui cereali — si deve

ai tumulti del 1898! Così non dovrebbe essere; ma così è! I tumulti,

perciò, nuociono alle vittime; giovano alle collettività.

A chi biasima e condanna la violenza, che anche io biasimo e condanno,

ritorcendo l’argomento si può chiedere: forse furono permesse le

dimostrazioni pacifiche? forse i ministri non dissero ricca l’Italia e

capace di sopportare nuove imposte? forse la dimostrata irrefragabile

miseria indusse il governo a far senno?

E poi: sotto gli stimoli della fame si pretende che gli uomini

ragionino! Ma ragionarono mai le folle impulsive? e perchè avrebbero

dovuto ragionare in Italia, dove in quarant’anni nulla si fece per

elevarne la cultura intellettuale e morale?

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 31 / 46 题