LA CONDANNA DELLE IDEE

Avvenne dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali Militari ciò ch’era

avvenuto pei tumulti: l’attenzione del pubblico concentrossi a Milano.

Quasi tutte le udienze del Tribunale di guerra consacrate ai

tumultuanti di Maggio ebbero la loro speciale importanza in quanto che

somministrarono gli elementi migliori pel retto giudizio sull’indole

vera dei moti; la sintesi sui vari elementi, poi, si desume chiara

e completa dei due processi dei _giornalisti_ e dei _deputati_, come

vennero denominati.

La qualità degli accusati e la natura dei reati che vennero loro

imputati spiegano il fenomeno e danno ragione del vivo interesse

col quale gl’italiani ne seguirono lo svolgimento. Allora venne in

discussione esplicitamente il _complotto_.

È chiaro: se si fosse provato che le sommosse della primavera del

1898 furono la conseguenza della preesistente organizzazione e della

decisa determinazione di un partito per provocarli e riuscire ad una

rivoluzione, la gravità delle prime sarebbe stata enorme ed avrebbe

potuto giustificare sino ad un certo punto l’allarme delle classi

dirigenti e dei conservatori e l’azione spiegata dai governo. Ma la

dimostrazione mancò completamente.

Nei moti del mezzogiorno non si tentò neppure di accennare alla

esistenza di un complotto, tanto essi furono improvvisi, disordinati,

apolitici. Se ne parla in Toscana. Ma a Firenze dove avrebbe dovuto

farsi più palese, il complotto fu escluso quando più la paura spingeva

alle esagerazioni, anche sincere, dall’organo massimo dei conservatori:

dalla Nazione. L’importanza e la natura reale dei tumulti, quando

più viva era l’impressione dai medesimi suscitata, può dedursi dai

seguenti brani, che tolgo da quel giornale: «Dopo il giorno 6 Maggio,

non una mosca venne molestata; nessun disordine fu segnalato dentro

le mura cittadine; _e nemmeno nel giorno sei nessun disordine sarebbe

accaduto... se si fosse operato in altro modo... Questi fatti dolorosi

non si sarebbero certo prodotti se, mentre si era esagerato l’allarme

con la ingiunzione di chiudere le botteghe e dopo aver fatto uscire

la truppa, quando meno ve n’era bisogno, non si fosse abbandonata la

Piazza Vittorio Emanuele, lasciando rinchiusi, poco lontani, interi

battaglioni di truppa_».

Così la _Nazione_ del giorno 7 Maggio, che rincalzava il 9: «_Il

panico fu superiore ai fatti avvenuti_. Giornali esteri e, sopratutto

i giornali di certe regioni, che hanno interesse a far concorrenza a

Firenze, diffondono le notizie più esagerate. — _Ed è obbligo delle

autorità il farle smentire_».

Ci fu tanto il complotto, che l’avvocato Fiscale, per i caporioni

arrestati a Firenze, chiese il massimo di un anno[39].

E nel processo di Figline, che fu seguito, come sappiamo, dalle

più severe condanne, la stessa sentenza ammette l’influenza della

propaganda dei partiti sovversivi, ma esclude l’associazione a

delinquere ed il complotto.

Per Milano, siccome nei tumulti escludevasi l’azione determinante del

disagio economico, così potè sorgere spontaneo e sincero il sospetto

della cospirazione e dei motivi politici tanto nella stampa locale

quanto in quella del resto del regno. Il sospetto divenne certezza per

gli organi conservatori e reazionari.

Il _Corriere della Sera_, in prima pagina, all’indomani dei fatti del

7 scriveva: «La questione del pane è passata in seconda linea, anzi

qui non vi fu mai. Essa servì di pretesto agli _organizzatori dei

disordini_ per ispingere giovani incoscienti, operai mal consigliati,

donne, ragazzi ad eccessi che a Milano non si sarebbero mai creduti

possibili». Meglio informato e più equanime, il cronista in seconda

pagina spiega e corregge, ed augurandosi che i rivoltosi dalle misure

prese vengano distolti da nuovi pazzi tentativi, soggiunge: «Ce lo fa

sperare _la mancanza di direzione e di organizzazione nella sommossa_.

I conflitti avvenuti ieri non indicano da parte dei tumultuanti,

_nessun disegno prestabilito. Le barricate furono improvvisate senza

un concetto tattico e furono abbandonate_ =senza essere difese=. Salvo

pochi revolvers, =non si videro armi da fuoco= _in possesso degli

assalitori_(?). _Nè si videro materie esplosive. Le colluttazioni

avvennero alla spicciolata.... Non si nominano capi che dirigono la

sommossa. Non si vedono proclami che diano una direttiva al movimento._

=Non si ode un grido che abbia un significato qualunque e che accenni

ad una meta=». (N. 125).

Questa la verità che non teme smentita. C’è voluto tutto l’accecamento

partigiano della _Perseveranza_ per affermare: «Il movimento del 7 ebbe

un carattere rivoluzionario spiccato. La sommossa scoppiò in varî punti

della città simultaneamente. _I fatti si svolsero facendo credere_

=ad un grandioso piano prestabilito di rivoluzione, di saccheggio, di

devastazione=». (Numero del giorno 8 Maggio). E il giorno 9 insiste

accusando i repubblicani come autori principali, che trascinarono

i socialisti. E la stolta accusa ripete il giorno 12 — quando erano

noti tutti i dettagli, quando essa stessa sentivasi umiliata della

_breccia dei Cappuccini_! — parlando dell’accordo dei repubblicani

cogli anarchici, coll’imbeccata che i rivoltosi ricevevano dalla vicina

Svizzera, in cui _risiedeva la mente direttrice_(?), _lo stato maggiore

del partito_(?), del complotto ordito dai repubblicani e secondato dai

socialisti senza entusiasmo, della distribuzione di rivoltelle fatta

dai repubblicani, ecc., ecc. E tutte queste menzogne le dava come

=notizie precise= _ricevute da fonte attendibile circa la preparazione

e l’organizzazione della rivolta_, =che troveranno la conferma nelle

risultanze del procedimento penale....=[40].

In questa criminosa aberrazione, la _Perseveranza_ ebbe complici la

Questura e l’accusa. L’identità assoluta del linguaggio autorizza

ad ammettere che gli articoli del giornale conservatore, i rapporti

del Questore Minozzi e degli altri delegati, gli atti di accusa le

requisitorie degli Avvocati fiscali e il rapporto Bava Beccaris abbiano

la stessa origine. A tutti le risultanze del procedimento penale

inflissero la più clamorosa smentita, la più vergognosa umiliazione.

Il Tribunale di guerra, infatti, escluse esplicitamente il complotto in

entrambi i processi.

E per quanto quei giudici si siano mostrati sempre ingiustificatamente

severi, il complotto non avrebbero potuto ammetterlo senza coprirsi di

disonore. Non potevano e non dovevano prestar fede al complotto di casa

Ceretti; non a quello presso la redazione dell’_Italia del Popolo_ —

dove sedeva il Comitato _pro-repubblica_ che comprendeva il monarchico

Valentini; — non all’antico accordo tra repubblicani, socialisti e

anarchici, smentito da una serie interminabile di lotte e il cui solo

sospetto avrebbe fatto ritornare anti-socialista Edmondo De Amicis. Nè

potevano prendere sul serio la bandiera... di _carta_ dell’_anarchico_

Callegari sulla quale era scritto... _Evviva la repubblica!_

Meno ancora le contraddizioni di un disgraziato Avvocato fiscale

Torre, che pei fatti del 6 Maggio, mentre afferma l’_organizzazione di

un vero e proprio moto rivoluzionario_, negli accusati non trova che

_fannulloni, i quali si sono messi nella dimostrazione per fare del

chiasso_: fannulloni ai quali fa regalare sette anni di reclusione!

È innegabile: il Tribunale di guerra, escludendo il complotto, più che

fare atto di giustizia, provvide alla propria dignità[41].

Sfumato questo umoristico complotto, che non ebbe capi, armi,

programma, nè bandiera, e mancata completamente la dimostrazione della

partecipazione ai tumulti dei giornalisti e dei deputati, non si riesce

assolutamente a comprendere per quale titolo essi vennero condannati.

I motivi della condanna sfuggono ad ogni ricerca; ond’è che l’onor.

Barzilai afferma essere entrato nell’aula dei Tribunali di guerra

il simbolismo ibseniano, che fa scorgere in Turati, in De Andreis,

negli altri accusati, dei simboli, delle personificazioni dei partiti

ribelli. Altri chiama _metaforici_ i reati attribuiti agli accusati e

_allegorici_ i processi; nei quali, con fantasia ariostesca, ai verbi

_parlare, dire, scrivere, professare_... accompagnati ora da una ed ora

da un’altra espressione avverbiale, _come parlare con sarcasmo, parlare

in modo sospetto, professare apertamente delle idee, scrivere articoli

sui giornali_ — si attribuisce una speciale efficienza criminosa, quasi

che le parole si possano tramutare in _bombe_, i discorsi in _tumulti_,

le idee e gli articoli in _corpi armati_, ecc.!

Si sa, però, che non furono allegoriche o metaforiche le condanne!

È bene aggiungere — e lo rilevò l’Impallomeni nel ricorso in Cassazione

— che per Turati, oltre la _capacità a delinquere_ — non quella di

Chauvet — riconosciuta in tutti e tramutata con un giuoco di bussolotti

in _reato commesso_, come notò il Barzilai, c’era qualche cosa di più

concreto, che accennava ad un fatto: egli il giorno sei _raccomandò la

calma_ in modo non giudicato ortodosso; e parlò coll’avvocato Cavalla

in modo da _potere_ essere sentito dai rivoltosi....

Ben gli stia la condanna! Perchè andare ad esporre la vita per

raccomandare la calma? Se qualche parola non fu ortodossa però,

il Tribunale riconobbe che le intenzioni erano corrette: disse

esplicitamente, infatti, _che i capi socialisti e repubblicani, i

tumulti non li volevano_.

Non insistendo più oltre su queste sentenze del Tribunale di Milano, i

cui considerando Barzilai li chiama degni della Papuasia, e smettendo

ogni ironia, si può riassumere l’opera tutta di questa magistratura

eccezionale, non consentita dallo Statuto, in questo giudizio: essa non

ebbe che uno scopo: la persecuzione e la condanna del pensiero, delle

idee, della legittima e pacifica propaganda.

Che sia stato questo il fermissimo proponimento dei Tribunali Militari

appare chiaro, lampante dalla motivazione della sentenza contro i

giornalisti: «l’opera di Chiesi e di Romussi, repubblicano il primo e

radicale il secondo, _nella quale si mantennero sino alla soppressione

dei loro giornali_, costituisce il fatto =materiale=(?) diretto a

suscitare la guerra civile, _sebbene ciò non fosse in quel momenti

da essi desiderato e sia avvenuto per causa indipendente dalla loro

volontà_».[42]

I motivi generici e specifici di responsabilità di Turati e di De

Andreis sono identici: s’imputano all’uno gli articoli del 1896,

l’_Inno dei lavoratori_, ecc.; e all’altro le opinioni repubblicane,

la costituzione di circoli e i discorsi repubblicani... La prova

delle prove, infine, la ritrovano nelle parole, _interpretate_

loiolescamente, che Turati e De Andreis pronunziarono imprudentemente,

— quando il loro animo era abbeverato di amarezza, quando

l’indignazione avrebbe eccitato gli uomini più miti e più teneri delle

istituzioni! — alla presenza di un ufficiale e di un avvocato Cavalla,

che si fece un merito nel denunziarle.

Questa persecuzione e condanna del pensiero, delle idee, della

propaganda pacifica ch’era negli intendimenti dei Tribunali di guerra,

armonizza perfettamente colla corrente psicologica degli avvocati

fiscali e delle Regie questure. Queste ultime trovarono un’aggravante

nella stessa temperanza del _Secolo_; perchè con questa temperanza,

disse un testimonio poliziotto, riusciva meglio a fare breccia negli

animi[43] mentre il Tribunale non può menar buona a Don Albertario la

_fine ironia_ adoperata nei suoi articoli....

In una _nota_ precedente e in altre pagine furono rilevate le accuse

sbalorditone scagliate dalle questure del regno agli imputati, nelle

quali si parla sempre di _opuscoli_, di _discorsi_ sovversivi — mai

incriminati per lo passato — più specificatamente si rimprovera al De

Cicco in Napoli di ricevere e leggere riviste e giornali repubblicani

e socialisti; nei certificati rilasciati dalle autorità si rileva

spesso la morale buona, ma _cattiva la condotta politica_; l’avvocato

fiscale recede dell’accusa contro Zavattari _benchè_ repubblicano; il

rapporto della questura per Valera confessa che non fu _possibile aver

dati positivi per credere che esso abbia preso parte attiva ai tumulti_

(pag. 217) ma viene condannato lo stesso per le sue opinioni. Ma perchè

cercare elementi ed indizi per assodare questa determinata e voluta

persecuzione contro il pensiero?

È il colonnello Parvopassu, che — sapendo di non avere _fatti_ a

disposizione per condannare — in uno scatto imprudente, volto a Turati

esclama; _le vostre idee sono criminose!_

Tanto criminose, che non gli consente quella libertà di esporle che

il Tribunale Militare di Palermo concesse nel 1894 a De Felice e

Barbato...

Chi può negare il progresso compiuto in quattro anni? In Italia non si

cammina, si galoppa sulla via della reazione...

Dichiarare criminose le idee; processare il pensiero; condannare

la pacifica e legittima propaganda...! Ma per impedire tutto ciò

che ritenevasi mostruoso, per acquistare la libertà delle idee, del

pensiero, della propaganda, migliaia di martiri lasciarono la testa

sul patibolo o gemettero per anni ed anni nelle galere del Piemonte,

dell’Austria, del Papa, del Borbone: per conquistare tanta libertà,

l’Italia fece cento insurrezioni e parecchie sanguinose rivoluzioni che

costarono la vita a migliaia dei suoi figli!

Il gretto e prosaico materialismo contemporaneo risponde a queste

evocazioni liriche con una sdegnosa scrollatina di spalle indicante

il nessun conto in cui devono tenersi questi ricordi oramai troppo

antichi, stantii.

Ebbene, questa incoercibilità del pensiero, questa legittimità della

propaganda delle idee hanno in favore la parola indiscutibilmente

autorevole di un contemporaneo: di Giuseppe Zanardelli, in nome del cui

Codice Penale si processa e si condanna[44].

Se Zanardelli appare un dottrinario liberale, si rievochi la memoria di

un conservatore autoritario, quella di Silvio Spaventa, che non solo la

libertà delle idee voleva piena ed intera, ma anche quella di riunione

e di associazione[45].

Ad ogni modo confortiamoci. Contro le aberrazioni di Tribunali, i

cui giudici educati nella caserma ignorano il diritto, la storia, la

politica, la scienza sociale, c’è il correttivo: c’è la suprema Corte

di Cassazione di Roma — la cittadella del diritto, la magistratura

_istituita per mantenere la esatta osservanza delle leggi_[46].

Vero è che il supremo magistrato nel 1894 dette uno strappo allo

articolo dell’ordinamento giudiziario, che assegnavale l’altissima

funzione di mantenere la esatta osservanza delle leggi, rinunziando

a conoscere delle illegalità dello Stato di assedio e dei Tribunali

Militari; ma si poteva vivere sicuri che le sentenze dei Tribunali

militari, che colpirono le idee, le opinioni, la propaganda pacifica

sarebbero state annullate e avrebbero condotto alla liberazione dei

cittadini ingiustamente condannati. Ci si poteva contare, perchè

la Cassazione nel 1894 — nelle cause Fiorenza e Molinari — aveva

proclamato costituire violazione di competenza, sindacabile in

Cassazione:

I. il qualificare _eccitamento alla guerra civile_ un semplice

danneggiamento, un tumulto, ecc.

II. il qualificare come _fatti diretti ad eccitare la guerra civile_ le

semplici conferenze, le lettere, gli articoli di giornali, ecc.

III. il ritenere in _rapporto immediato di causalità_ con gli

avvenimenti, che provocarono lo stato di assedio, le conferenze

(tenute anteriormente ad essi) nelle quali non si uscì dal campo

degli incitamenti a semplici parole ed in cui non si presero accordi o

determinazioni per compiere i fatti criminosi poi consumati.

Non è chiaro che colle massime riconosciute dalla Cassazione nel 1894

la condanna dei giornalisti e dei deputati nel 1898 è ingiusta e sarà

cassata? È chiaro come la luce del sole; ma non è utile nel momento

storico che attraversiamo e la Cassazione mettendosi in armonia coi

tempi e cogli uomini che ci governano, ripudia le massime solennemente

promulgate e conferma la sentenza contro la libertà del pensiero e

contro la legittimità della propaganda[47]. Da questa minima _capitis

diminutio_ alla massima che si ebbe nel 1894, la decollazione della

giustizia è compiuta![48]

Commentando quest’ultima sentenza della Suprema Corte di Cassazione di

Roma, un giornale amaramente conclude:

«A noi pare che i giudici della Corte abbiano fatto opera meritevole di

elogio per parte d’ogni buon patriota. Essi hanno conferito valore al

concetto unitario».

«L’unità politica fu conseguita nel 70.

«L’unità morale è posteriore; è dovuta a uomini di grande pregio, non

ultimi il Depretis, il Crispi e il Rudinì; i settentrionali passarono

ai meridionali il contagio delle speculazioni; questi insegnarono a

quelli il modo di reprimere con energia (_vulgo_ violenza) i tumulti

delle folle: per questa via si ebbe l’unità. Ora si aggiunge, terza,

l’unità della giustizia.

«Alcuni (i sobillatori non mancano mai) andavano bucinando che, oltre

la giustizia militare, una ve ne fosse, detta, non si sa perchè,

civile. Tentavano portare una divisione nel campo della giustizia: una

specie di lotta di classe con annesso eccitamento, ecc., ecc.

«Ma i giudici della Corte suprema, con pensiero altamente patriottico,

han voluto significare con la sentenza d’oggi che la giustizia in

Italia è unica ed uniforme. Gli antichi dettaron la massima: _cedant

arma togae_; massima da baggei; noi siam gente moderna, e noi non ci

sappiam figurare la giustizia se non armata di spada.

«Concludendo, l’Italia ora può dirsi compiuta. Ha l’unità politica,

l’unità morale e l’unità giuridico-militare. Non è ancor perfetta

l’unità tributaria, troppe essendo le disuguaglianze tra cittadino

e cittadino: ma per la perequazione della miseria sta provvedendo

alacremente l’agente delle tasse».

In questa conclusione sull’unità giuridico-militare raggiunta, c’è da

fare una correzione: essa non data dal 1898; pur troppo e più antica!

Le pietre miliari della decadenza della Magistratura cosidetta civile

sono innumerevoli: dal processo Lobbia al processo Tanlongo; dalla

impunità assicurata ai grandi ladri delle ferrovie a quella accordata

agli assassini di Frezzi, di Donati, di Castellano, di Siculiana.

Questa magistratura _civile_, che non ebbe viscere per trovare un

responsabile della catastrofe della miniera Virdilio-Mintinella e per

assegnare un misero compenso alle desolate famiglie degli ottanta

minatori che vi lasciarono la vita; questa magistratura, che non

trova modo di colpire i ministri delinquenti; questa magistratura

che _delicatamente_ avverte prima delle perquisizioni da fare se

i presunti rei.... sono monarchici[49] — oh! questa magistratura

_civile_, e sopratutto umana, trova tutta la sua energia e tutta la sua

severità per processare e punire i disgraziati, che rubarono per fame:

essa processa e condanna in Torino Margherita Giustetto per essersi

_impossessata, per trarne profitto, di un chilogramma di frumento del

valore di_ =centesimi venti...= processa e condanna in Roma _un ragazzo

a quattro mesi di reclusione per avere rubato quattro grappoli di

uva!_[50]

Questa magistratura _civile_ ha voluto mostrarsi all’_altezza_ della

giustizia militare; perciò essa, che in un momento di _aberrazione_

aveva assolto in Tribunale Barbato, lo condanna nella Corte di Appello

di Palermo. E perchè da un estremo all’altro del Regno l’_unità_

sia completa e incrollabile, la Corte di Appello di Milano respinge

il ricorso dei contumaci facendo fare un passo tanto gigantesco al

giure, da espellerlo dalle aule sacre alla giustizia affermando «che

le sentenze essendo state pronunziate per =esempio= non possono venire

modificate!»

E dicano gl’italiani se non è santa l’indignazione del deputato

Lucchini, =membro della Cassazione di Roma=, che vede la magistratura

compromessa in _uffici più o meno politici e_ =polizieschi= e che nei

giudizi in discorso scorge _la rovina della legge, delle istituzioni e

dei principî di ordine e di autorità_. Della libertà non parla perchè,

egli dice, non conta più nulla![51]

Non pel desiderio di chiudere questa dolorosa narrazione con delle

frasi sensazionali, per amore di rettoricume da cui rifuggo, adunque,

ma perchè le parole del poeta corrispondono rigorosamente alla realtà

dei fatti, torno a ripetere con Rapisardi che «passa terribile per la

notte» la giustizia, di cui sghignazza la turba; e passa la giustizia

«C’ha il cervel nella borsa e l’anima nell’epa,

Che al boia dice: salve; ed al povero: crepa;

Ch’erto sul banco traffica l’opra, le forze, il sangue,

L’onor d’una cenciosa plebe che stenta e langue,

E scannando se stessa i suoi tiranni impolpa,

D’un formicaio umano, cui la miseria è colpa.

La sventura destino, il lamento delitto,

Un patibol la vita ove Dio l’ha conflitto,

L’error pane dell’anima, un tranello l’inferno

La speranza una frode, la giustizia uno scorno...»

Il poeta si rinfranca perchè sente imminente l’arrivo di un’altra

giustizia che vince, passa, impugnando la scure di acciaio, squassando

la face

«E dal sommo d’un monte, dritta in faccia all’aurora

Grida con bronzea voce di mille tuoni: È l’ora![52]

È l’ora? Lo pensa, lo spera forse, il vate; e bisogna lasciargli questa

illusione.

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 29 / 46 题