Questo appello, fatto quando era cessato ogni simulacro di lotta,
dove non c’erano nemici da respingere, dove i quartieri, i depositi,
le vie di comunicazione erano in potere delle truppe, fa comprendere
che in una vera guerra guerreggiata, i soldati italiani, in mancanza
di cittadini che possano essere incitati a fornirli di rancio, devono
morire di fame o provvedere all’esistenza col saccheggio barbarico e
medioevale.
Questo appello, non abbastanza notato da coloro che si occupano della
difesa dello Stato, dà la misura della organizzazione del servizio
delle sussistenze e commenta e completa eloquentemente la guerra
d’Africa coi pasti poco omerici forniti dalle cosce di muli morti per
esaurimento.
La fantasia ariostesca trascinò il Generale Bava Beccaris, che
confidava nei cittadini pel fornimento dei viveri alle truppe, a
deplorare che gli stessi cittadini abbiano concesso ai rivoltosi
di salire sui tetti per gettare tegole sulla via e di sparare dalle
finestre sui soldati... (_Manifesto del 10 maggio_).
L’opera politica e civile del Regio Commissario Straordinario,
infine, può desumersi dai consigli dati al clero, che non aveva preso
la menoma parte nei tumulti; dai rimproveri altezzosi rivolti al
cardinale-arcivescovo di Milano perchè era venuto meno ai suoi doveri;
e dalle ipocrite e stravaganti risposte date agli onorevoli Mussi e De
Cristoforis ed al signor Edoardo Sonzogno, che domandavano il permesso
— alla fine del mese di maggio — di potere ripubblicare il _Secolo_. Il
consiglio dato al Sonzogno di adibire gli operai, per dar loro lavoro,
_specialmente nelle pubblicazioni che hanno di mira l’istruzione e
l’educazione della gioventù_, venendo da un uomo di caserma, riesce
un capolavoro di ironia grottesca. (Lettera al sig. E. Sonzogno del 27
Maggio 1898).
Ma tutte queste opere militari, politiche e civili non possono
giustificare la dignità senatoria e il più alto grado nell’ordine
militare di Savoia, accordati al Generale Bava Beccaris; il quale
avrà creduto di ripagare il ministero di tanta generosità verso di lui
dimostrata, col famoso rapporto del 29 Maggio.
In questo rapporto si fece strazio della verità con una impudenza
non mai riscontrata per lo passato nei documenti ufficiali e non
prevedibile neppure, forse, dallo stesso senatore Saracco quando
consigliò il Presidente del Consiglio a far conoscere agli italiani
una verità a scartamento ridotto. Fra le tante perle colate a getto
continuo dalla penna dello espugnatore dei Cappuccini, segnalo queste:
L’illustre generale vi afferma che in Borsa, durante le giornate
di Maggio, vi era allarme e che molti intendevano sbarazzarsi dei
titoli di rendita italiana; che l’Università di Pavia era un covo di
rivoluzionarî e i suoi studenti erano venuti a Milano per prendere
parte alla rivoluzione; che il legato Loria era divenuto il _tesoro
di guerra_ della rivoluzione; che tutte le precedenti autorità
politiche erano state _deboli, incostanti_ nella difesa contro i
partiti sovversivi; che c’era _apatia_ nel partito dell’ordine ed
_indifferenza_ nelle classi dirigenti ecc., ecc.
C’è un metro preciso per apprezzare il valore di questo rapporto: i
giornali dell’_ordine_ e delle _classi dirigenti_, quando il _Secolo_
ne cominciò la pubblicazione a brani staccati, lo fecero supporre
alterato o maliziosamente dimezzato. Il documento pubblicato nella sua
interezza provò che il giornale democratico non era colpevole dei reati
attribuitigli: il vero reo era il suo autore, ch’è stato ufficialmente
invitato dal Rettore dell’Università di Pavia, Prof. Bellio, a
rimangiarsi le menzogne spacciate — dopo oltre venti giorni dalla
data dell’invenzione! — sul conto degli studenti e che potrebbe essere
querelato per _false notizie_ dagli agenti e frequentatori della Borsa
di Milano!
Non si sa di provvedimenti presi dal governo contro le autorità
denunziate come _fiacche ed incostanti_; ma al generale Bava Beccaris
si può tenere conto della verità detta sulle classi dirigenti e
della grande prudenza e della grande modestia dimostrata tacendo —
eloquentissimo silenzio! — sulla breccia _gloriosa_ dei Cappuccini....
Comunque, se poca gratitudine deve il governo al Regio Commissario
Bava Beccaris; se nessuna gliene devono l’Italia, le istituzioni e
la civiltà — molta, moltissima; gliene devono i moderati lombardi, o
meglio di Milano.
Il Regio Commissario Straordinario consolidò il loro potere con
una serie di misure, che avrà potuto illuderli sulla durata delle
conseguenze, ma che pel momento, non frenò ma eliminò, soppresse, i
loro avversari. Sciolti i circoli repubblicani e socialisti, radicali
e clericali — quantunque gli ultimi li abbiano avuti alleati pel
passato in quasi tutte le lotte amministrative; sciolta l’_Umanitaria_,
fondata coi milioni lasciati da Mosè Loria, soppressi tutti i giornali
e le riviste che potevano dare fastidio — la _setta_ rimase padrona
incontrastata del Municipio, della Provincia, della Congregazione di
carità, di tutte le istituzioni, dalle quali si può esercitare una
qualsiasi influenza economica, politica e morale.
Di tutti questi provvedimenti, i più mostruosi certamente rimarranno lo
scioglimento dell’_Umanitaria_ e la soppressione dei giornali, poichè
collo scioglimento della prima si arrecò un colpo al Codice Civile e
con la soppressione dei giornali si ferì a morte l’opinione pubblica.
Con ciò l’eccesso dell’arbitrio si rese dannoso a coloro che dovevano
usufruirne; poichè, mentre si spera che l’indole dell’_Umanitaria_ si
sia permanentemente mutata, in guisa da farne strumento docilissimo
nelle mani della _Setta_[22]; mentre ci vorrà del tempo per la
ricostituzione dei Circoli disciolti; invece, appena cessato lo
stato d’assedio, risorse più gagliardo di prima il _Secolo_, che
rappresenta l’aculeo più doloroso confitto nelle carni dei conservatori
lombardi[23].
Gl’interessi e le ambizioni di una _setta_, più direttamente feriti in
Lombardia e in Toscana, dettero la spinta energica al governo verso lo
stato di assedio e verso la trasformazione delle repressione, anche
severa ma temporanea, in furiosa reazione duratura; ma la iniziativa
dei conservatori dì Milano e di Firenze trovò un terreno ben preparato
per attecchire in tutta Italia. Infatti la borghesia alta e gli avanzi
dell’aristocrazia dappertutto sentivano che avanzavasi la marea
democratica, che doveva sommergerli presto o tardi, quantunque del
pericolo non avessero coscienza piena, perchè non lo avevano provato
imminente come in Toscana e in Lombardia e in qualche altra regione
dell’Italia settentrionale ed un poco della centrale. La reazione
perciò, appena cominciata, perdette l’impronta locale e divenne
nazionale, senza trovare serie resistenze nella opinione pubblica e
molto meno nel Parlamento[24].
Degli uomini e degli organi della reazione bisogna esaminare le
dichiarazioni, le leggi, gli atti, tenendo di mira che le dichiarazioni
hanno preso il posto delle leggi ed hanno generato gli atti. Sotto
questo aspetto e contro la comune opinione, il ministro Pelloux ha
segnato un peggioramento su quello Di Rudinì; in quanto che l’ultimo
voleva legalizzare la reazione; l’altro la mette in pratica senza
sentire il bisogno di nuove leggi, anzi calpestando e consigliando
apertamente a tutti i subordinati di calpestare le leggi vigenti.
Una reazione non tradotta in leggi potrebbe e dovrebbe considerarsi
come un male minore, perchè lascerebbe sperare la brevità della durata,
la limitazione al periodo eccezionale che la suscitò. Ma dove il
sentimento della legalità è scarsissimo, per non dire insussistente,
come in Italia, l’ostentata, continuata ed impunita violazione di ogni
legge, riesce esiziale nei rapporti pubblici e privati, aggrava sino a
renderli insanabili i mali esistenti e rappresenta l’inizio di una vera
dissoluzione dell’organismo politico-sociale.
La presente reazione non data dalla primavera del 1898, ma rimonta
al gennaio 1894 con una sosta notevolissima — è doveroso rendere
giustizia ai caduti — dall’aprile 1896 all’aprile 1898. Agli estremi
di vita sua il ministero Di Rudinì — cui devesi imputare come colpa
grave l’abbandono del primitivo programma militare, — invaso dal demone
della paura e dall’ardente desiderio di mantenersi la fiducia delle
alte sfere, parve voler far dimenticare il bene fatto in senso legale e
liberale e si dette a sfrenata reazione.
La sua caduta è un incidente personale, anzichè parlamentare, che
non esercita alcuna influenza sull’andamento della cosa pubblica:
la reazione continua pazza, furiosa e rincrudisce quando avviene
l’assassinio dell’Imperatrice d’Austria. La differenza sta in questo:
Di Rudinì, dopo aver militarizzato i ferrovieri, voleva ristabilire le
leggi sul domicilio coatto, modificare il diritto elettorale, infrenare
la libertà di stampa, di riunione e di associazione, disciplinare
lo stato d’assedio, ecc., mediante nuove leggi o modificazioni delle
antiche. Il successore onorevole Pelloux parve più liberale, oltre che
per la buona compagnia di ministri che dai loro precedenti dovevano
giudicarsi più o meno democratici, anche perchè buttò in mare gran
parte di quel bagaglio; e non era, perchè continuò risolutamente per la
via battuta dal predecessore. Ebbe il merito della sincerità — elemento
mancante ai nostri politici e non trascurabile nella vita pubblica —
perchè egli con franchezza davvero soldatesca dichiarò di voler _fare_
senza preoccuparsi di _legiferare_. Quando non _fa_, lascia _fare_
tranquillamente ai subordinati, che non solo eseguiscono con disciplina
militare, ma interpretano le intenzioni dei superiori con meravigliosa
intuizione, che sembrerebbe lettura del pensiero alla Pickmann se non
si sapesse ch’è l’effetto delle circolari segrete e delle reversioni
storiche. Egli è così che sotto Pelloux si formulano canoni nuovi di
governo e si compiono atti che fanno dire al conservatore dianzi citato
dell’_Idea liberale:_ «Siamo oggi più che mai in una paurosa condizione
di arresto di sviluppo intellettuale e morale, per cui tutto vacilla e
scricchiola, mentre ci sta sul capo la minaccia di una crisi orrenda
in cui tripudieranno le impulsività ataviche della bestia umana e le
_libidini feroci di Valentino in sessantaquattresimo che questi anni di
pseudo libertà hanno fecondato a legione_».
Di questi canoni e di questi atti dell’on. Pelloux ne nunzio, per ora,
sette, che si potrebbero chiamare i sette peccati mortali di questo
ministero soldatesco, procedendo dal minimo al massimo in ordine
d’importanza e che comprendono tutte le principali norme direttive
della funzione parlamentare e governativa.
L’on. Pelloux, spronato a dichiararsi di _Sinistra_, a chi lusingavasi
di vedere risorto l’antico partito liberale sotto la protezione di
parecchie sciabole, risponde che non ne sente il bisogno e che i
sostenitori li prende dove li trova. Spronato da Barzilai, non vuole
trovare nemmeno una frase equivoca contro la soluzione incostituzionale
delle crisi parlamentari. Telegrafa al Prefetto di Torino per lodarlo
di avere sciolto il comizio elettorale _pro_ De Amicis. Permette che
il Sottoprefetto Santini presieda una riunione elettorale _contro_
Rondani. Raccomanda di sequestrare qualunque giornale, qualunque
rivista che appaia sovversiva, senza preoccuparsi dei processi e
degli esiti loro. Dichiara fuori della legge tutti i partiti che non
accettano incondizionatamente l’ordinamento politico-sociale vigente.
Proclama, infine, che vuol pacificare gli animi con tutti i mezzi, =non
esclusa la giustizia=: concetto cinico che fa il pajo coll’altro più
recente di voler dare col suo comodo l’amnistia per poter =sfollare le
prigioni=!
Ciascuna di queste massime e ciascuno di questi atti o è una orrenda
bestemmia, o è un arbitrio da Valentino in sessantaquattresimo: la
frase che contiene il severo giudizio è di un monarchico liberale, come
s’è visto. In altri tempi e in altri paesi uno solo di tali elementi
sarebbe bastato a far cadere vituperato un Ministero; certo è che essi
non distruggono soltanto il regime parlamentare, ma sovvertono ogni
ordinamento civile. È del pari indiscutibile che il cinismo assurge
a proporzioni eroiche quando si proclama che nella pacificazione
degli animi la _giustizia_ non ci deve entrare che come un mezzo
eccezionale. Che razza di _pace_, con questi mezzi non informati a
giustizia si possa conseguire, un avvenire non remoto ci dirà. Per
ora basta ricordare che gli strumenti della volontà ministeriale sono
prefetti e magistrati provati a malfare e che non avevano bisogno degli
incoraggiamenti per continuare peggiorando.
La enunciazione di questi canoni e la conoscenza degli uomini di
governo che devono metterli in pratica, dispenserebbero da qualunque
enumerazione dei fasti della reazione. Pure, ad eliminare qualunque
sospetto di esagerazione ed il dubbio che i fatti siano stati
migliori delle parole spavalde e ciniche, giova ricordare qualche data
dell’ultima fase della reazione cominciata in Aprile 1898 e che non
si sa quando possa aver termine: reazione criminosa che non infuria
soltanto dove additossi un pericolo, sia pure immaginario, ma in
tutta Italia, anche nelle regioni che non ne somministrarono il minimo
pretesto.
Ecco l’elenco doloroso dei fasti della reazione, senza ordine
cronologico e senza disposizione ascendente o discendente per la loro
importanza.
1. _Stato di assedio e Tribunali militari_. Vi accenno senza insistervi
ulteriormente perchè lo stato di assedio fu dimostrato non necessario,
perciò iniquo, dai fatti esposti e dai giudizi non sospetti riportati.
Ai giudizî ne aggiungo uno solo: quello dell’on. Pelloux! In un
momento di espansione intima — ci vanno soggetti anche i militari e
gli uomini politici! — confessò la non necessità del provvedimento
all’onor. De Cristoforis. Vennero le smentite dei giornali ufficiosi;
non quella diretta del Ministro. Potrà venire; ma se venisse, tra uno
che afferma e l’altro che nega, gli Italiani sceglierebbero a seconda
delle tendenze e della conoscenza che ciascuno ha degli individui in
contrasto. In politica, del resto, i provvedimenti raramente vanno
giudicati in sè, ma dai risultati che danno; e lo Stato di assedio,
oltre che per le conseguenze economiche e politiche, va misurato dal
figlio suo primogenito: il Tribunale militare. La sua opera verrà
esaminata a parte.
2. _Arresto di deputati._ L’art. 45 dello Statuto non è un privilegio,
ma una garanzia, nell’interesse collettivo, della libertà e della
indipendenza del rappresentante del popolo. Secondo lo stesso Statuto,
può essere arrestato il deputato in flagranza di un reato. In forza
della sospensione delle leggi ordinarie, deputati vennero arrestati, ad
esempio, nel 1862 a Napoli, nel 1894 a Palermo. Si allargò per comodità
del governo il concetto della flagranza; ma non si era arrivati ad
arrestare nei luoghi non sottoposti allo stato di assedio e quando
nemmeno esistono gli elementi più fantastici della flagranza; ciò
avviene nel 1898 a danno di Quirino Nofri. Non solo: si arrestò per
lo passato, ma non si andò oltre senza l’autorizzazione a procedere
della Camera dei Deputati. Se ne fece a meno nel 1898 e si processò e
condannò Quirino Nofri prima che fosse chiesta tale autorizzazione.
Arriviamo ad un colmo: Quirino Nofri sente il bisogno di rinunziare
alle immunità, che accorda quel famoso ed umoristico art. 45 e vuole
essere trattato da semplice cittadino.... per paura, volendo godere
della immunità parlamentare, di rimanere più lungamente in carcere!
3. _Punizioni di Prefetti._ Raramente occorse in Italia che un Prefetto
venisse punito per avere violato le leggi; non si era mai dato — e
forse non si darà mai per lo avvenire, perchè le Autorità sanno ormai a
che attenersi — che un Prefetto a punizione venisse sottoposto proprio
perchè.... non volle violare la legge. È il caso Minervini.
4. _Inchiesta sui testimoni veridici._ Vedremo a che cosa sia stato
ridotto il sacro diritto della difesa nella discussione sui Tribunali
Militari; qui di volo sia menzionato uno stranissimo episodio che fa
capo ad un Tribunale civile. Sinora, anche iniquamente, s’incriminarono
i testimoni quando furono sospettati ed accusati di dire il falso.
Ora si apre un’inchiesta su di un maggiore, Mascilli, ed un capitano,
Minto, dell’esercito, che ebbero il torto di dire la verità nel
processo Barbato. Che abbiano detto il vero si deve tenere per cosa
giudicata, perchè il Tribunale di Palermo non li incriminò come falsi
testimoni... Avviso ai militari, che avessero un concetto _antiquato_
sulle leggi dell’onore.
5. _Spionaggio obbligatorio._ Lasciamo alle fisime della morale o alla
poesia dei senza cervello ogni considerazione sull’orrore che desta la
spia: limitiamoci ai confronti. Prima si corrompevano, si seducevano,
s’incoraggiavano i disgraziati per abbandonarsi al brutto mestiere. Si
progredisce colla nuova reazione; e non solo si ricorre alla denunzia
anonima come elemento per istruire i processi — come si vedrà più
innanzi — ma si arrestano gli onesti cittadini per costringerli a fare
la spia: premio la libertà. Caso Gatti in Milano. E dell’esportazione
in Isvizzera delle spie che a tempo perso esercitano il mestiere di
truffatore, o esercitarono quello di corruttore e di ladro? Informino i
casi Santoro, De Benedetti, Mantica, ecc.
6. _Libertà del domicilio._ Tra i vantaggi attribuiti alla unificazione
d’Italia ci fu quella della libertà del domicilio: il cittadino di
qualunque regione acquistò il diritto di stabilirsi dovunque più
gli torna comodo, purchè vi viva onestamente e vi si procuri stabile
lavoro. Fisime. Si arresta l’avvocato Nino Verso Mendola, che da sette
anni esercita la professione a Bologna e lo si traduce ammanettato a
Riesi suo luogo di nascita. Non si potè imputare alcun reato, nè grande
nè piccolo; non si potè trascinarlo nè dinanzi ad un Tribunale militare
nè dinanzi ad un Tribunale civile. Non si potè neppure proporlo —
parrebbe impossibile, colla _larghezza_ dei criteri adottati — pel
domicilio coatto. Il caso Verso Mendola ha non pochi compagni; uno
recentissimo: ad uno studente s’impose lo sfratto da Bologna, perchè
meridionale; ma gli si consentì il domicilio a Modena.
7. _Domicilio coatto._ È istituto posseduto esclusivamente dall’Italia.
Un consigliere della Corte di Cassazione e Professore illustre di
Diritto penale, il deputato Lucchini, assicurò che esso disonora la
terra classica del giure. Si credette di avere attenuato il disonore
disciplinandolo, facendo precedere l’assegnazione da una larva di
processo e da una difesa. Si torna all’antico, peggiorandolo: si
arrestano i cittadini durante lo stato d’assedio e si mantengono
nelle isole senza processo e senza condanna, anche quando venne
tolto lo stato di assedio. Casi Mocchi, Brambilla, Casilli, ecc. Il
Casilli, ex deputato al Parlamento, è tanto ricco quanto onesto. Al
domicilio coatto, perfezionato, si assegna altra funzione: quella
correttiva dei magistrati, che giudicano secondo coscienza, non
secondo l’ordine della polizia. Il Magistrato assolve? L’innocente
riconosciuto viene assegnato al domicilio, facendolo pentire, forse,
di non avere preferita pochi mesi di reclusione a parecchi anni nello
scoglio di Tremiti. Caso Podrecca. Il magistrato dà una pena giudicata
insufficiente dalla polizia? Si ricorre al domicilio coatto come
supplemento di pena. Caso Modigliani. Il domicilio coatto, infine,
diviene strumento comodissimo per eliminare i giornalisti non corrotti
ed ammazzare i giornali sovversivi. Caso Garzia Cassola.
8. _Piccolo Stato di assedio._ Il nome e la cosa sono di origine
tedesca; li inventò Bismark per combattere il socialismo; ma li ebbe e
li adoperò per legge. Di legge, però, non c’è bisogno in Italia, dove
gli arresti arbitrarî e in massa, specie alla vigilia di elezioni e
di viaggi reali, sono nella tradizione mai smentita del governo. Anche
per questi arresti ora c’è la nota che indica il progresso: le retate
a centinaia prima si facevano per maggiore sicurezza delle _persone
reali_; ora si fanno a benefizio dei semplici ministri. Oltre duecento
cittadini vennero tradotti in _domo petri_ a Palermo per l’arrivo
degli on. Masi, Finocchiaro e Fortis. Questo per amore di verità.
Questi arresti — e gli arrestati è noto che possono essere _frezzati_
o _suicidati_ — però, assunsero proporzioni gigantesche, al di fuori di
ogni legge e di ogni procedura, coll’ultima reazione. Sicchè alla cosa
che c’era _Don Chisciotte_ — giornale monarchico come tutti sanno dette
il nome. Casi: tutti i giorni e in tutta Italia.
9. _Soppressione di giornali._ Si spiegava quello dell’_Italia del
Popolo_: era un giornale repubblicano e pubblicavasi in una città
dove c’era lo stato di assedio. Pareva enorme quella del _Secolo_,
semplicemente democratico; e vada pure pel _Secolo_, in grazia dei
poteri eccezionali del Regio Commissario! Ciò che si applica pure al
_Mattino_ di Napoli, quantunque monarchico — anzi entusiasticamente
dinastico. Ma come e perchè soppressi i giornali nel resto d’Italia
dove si viveva sotto l’impero della legge comune? La cosa fu tanto
bestiale, che la riprovò lo stesso _Corriere della Sera_, anche dopo
che la direzione era stata abbandonata da Torelli Viollier, divenuto
troppo liberale pei tempi che correvano. Casi a centinaia e per ogni
colore — dal monarchico al repubblicano, dal clericale al socialista.
10. _Sequestri._ La morte violenta è la soppressione. Non è sempre
praticabile, ma quando, per un avanzo di pudore, che non voglio nemmeno
chiamare ipocrisia, un giornale inviso non viene ucciso di un colpo,
si cerca farlo morire lentamente coi sequestri. D’onde l’orrenda
bestemmia, cioè la nuova teoria giuridico costituzionale del Pelloux,
sui sequestri senza preoccupazione di processi. I Procuratori del
Re non sono stati sordi; e dove lo furono, i Procuratori generali
li hanno richiamati al dovere: caso Panighetti — quello del processo
Cavallini — e si sono avuti i tardivi sequestri per ordine dei Regi
Procuratori di Sondrio e di Como; i sequestri e le condanne per gli
articoli lasciati passare a Roma; i sequestri dei fregi o dei segni
di lutto che da 28 anni portava liberamente l’_Unità Cattolica_ in
Firenze; i sequestri degli scritti di Mazzini, che circolano con
altrettanta libertà da cinquant’anni; i sequestri in Milano di uno
scritto di Leone Tolstoi che ha sperimentato il regime della Russia del
mezzogiorno; i sequestri, infine, contro la prosa sovversiva dell’on.
Pelloux, purchè riprodotta sulle colonne dell’_Avanti_; i sequestri
delle sciarade dello stesso giornale; i sequestri dell’_Asino_ per
avere messo in burletta una cosa sacra ed inviolabile: gli speroni
del generale Pelloux: i sequestri di libri che circolano liberamente
nel rivoluzionario impero Germanico, come quello di Kantschy sul
_Capitale_ di Marx[25]. I fatti hanno avuto il commento più allegro
che si possa immaginare: B. Cirmeni ha fatto sapere al mondo che il
Generale Pelloux è pieno di buone intenzioni verso la stampa. E chi ne
poteva dubitare? Si sottintende che la benevolenza del Presidente del
consiglio si esplica a benefizio di quei giornali che interpretano i
suoi pensieri![26].
11. _Scioglimenti._ Furono sempre incerti i limiti del diritto di
associazione; perciò si ebbe un’alterna vicenda di scioglimenti e di
ricostituzione di Società dichiarate sovversive. La manìa di colpire
quelle esclusivamente economiche era cominciata in Sicilia nel 1894; ma
i casi sporadici di allora divennero epidemia spaventevole nel 1898. A
migliaia furono sciolte, non solo i circoli socialisti e repubblicani,
ma le casse rurali, le cooperative di consumo e di lavoro, generando
situazioni giuridicamente strane, a vantaggio di debitori che non
sanno più a chi pagare le cambiali; invertendo o sperperando capitali
che rappresentano i risparmi sudati dei lavoratori. Dicono che
arrivano a circa _quattromila_ questi scioglimenti: rimangono tipici
i casi delle _Lega dei Ferrovieri_, delle _Cooperative ferroviarie_,
dell’_Umanitaria_, delle _Casse rurali_. Il criterio dello
scioglimento viene esteso ai consigli comunali: sciolto quello di Bruno
(Alessandria) perchè sospettato socialista, e destituito il sindaco di
Sorso, il sig. Catta, perchè socialista. A quando il ristabilimento
del Tribunale della Santissima Inquisizione? Del resto siamo sulla
buona: Il Tribunale di Genova, nel processo Festa — il _macellaretto_
— ha assodato che le _lettres de chachet_ e la tortura sono in uso in
Italia...
12. _Militarizzazione ferroviaria._ È il caso dei casi; rappresenta
la novità assoluta nell’arbitrio; mercè la quale si prendono tre
piccioni con una fava: si privano del diritto di voto migliaia di
cittadini, che non avevano saputo esercitarlo votando pei socialisti;
si assicura l’ordine colla minaccia permanente del Tribunale di Guerra,
anche in tempo di pace — anche quando è cessato l’artificioso stato
di guerra creato collo stato di assedio; si consegnano mani e piedi
legati gli operai, che perdono qualunque mezzo per migliorare la
propria condizione ed a fare rispettare i propri diritti e si mette
a disposizione di una società di speculatori un corpo organizzato
militarmente dallo Stato. Vilfredo Pareto chiama questa geniale trovata
del Generale Afan de Rivera — che vi guadagnò il suo posto di ministro
— semplicemente il ristabilimento della schiavitù.[27] Il provvedimento
è tanto più iniquo in quanto che un’_inchiesta ufficiale_, quella
presieduta dal Senatore Gagliardo, ha constatato che il Governo e la
Magistratura non hanno saputo, voluto o potuto garantire ai ferrovieri
quel minimo di diritto, ch’era stato loro assicurato dalle _convenzioni
ferroviarie_ del 1885.
13. _Concorrenza economica. Lo Stato contro i lavoratori._ Messo
sulla china di servire ai capitalisti privando i ferrovieri dei mezzi
di lottare legalmente colle società, che le sfruttano contro legge
— le tante vittorie ottenute dai primi nei Tribunali e nelle Corti
di appello, ed annullate spesso dalla Cassazione, ne fanno fede — lo
Stato si è sentito trascinato a favorire qualunque piccolo o grande
proprietario. C’erano già stati dei saggi di concorrenza nel lavoro,
fatto per ordine del governo contro i lavoratori in isciopero; ora
si rinunziò ad ogni avanzo di pudore e si disse agli operai, della
campagna in ispecie, che lo Stato non solo era pronto a sostituire
quelli in isciopero coi suoi soldati; ma che metteva la forza a
disposizione dei proprietari costringendo i lavoratori a contentarsi
dei salari che i primi _generosamente_ avrebbero voluto loro
concedere. Il contegno delle autorità negli scioperi era stato sempre
indecentemente ostile agli operai; ma a Molinella si mise da parte
ogni rimasuglio di decenza. Ora si minaccia il peggio stando a questo
brano di corrispondenza da Ferrara ad un giornale ufficioso: «Lunedì
prossimo comincerà la mietitura del frumento, _e perchè questa segua il
suo corso regolare_, il generale Mirri ha opportunamente dislocate le
truppe. La cavalleria visiterà con apparizioni improvvise e con marcie
notturne tutte le località........»[28]. Ogni commento è assolutamente
superfluo. Noto soltanto che c’è un progresso dal 1894 al 1898: allora
i latifondisti di Sicilia si limitarono a rompere i così detti _patti
di Corleone_ sui contratti agrari; ora la cavalleria _presiede_ alla
mietitura...
14. _La volontà degli elettori._ Non è stata militarizzata perchè è
incoercibile; ma si è sulla buona via per neutralizzarla. I metodi
elettorali adoperati nel Collegio di Cossato e di Torino — dove il
Sottoprefetto presiede le riunioni in favore del candidato del governo
— lasciano intendere che da ora in poi le conferenze elettorali devono
farle i delegati di pubblica sicurezza, visto che non si lasciano
parlare i deputati che non vanno d’accordo col governo. Nè i deputati
possono tenersi in comunicazione cogli elettori, come vorrebbe il buon
regime parlamentare: si è impedito a De Cristoforis ed a Prampolini
di parlare ai loro elettori a Milano ed a Reggio-Emilia. Il disprezzo
verso gli elettori, poi, venne ufficialmente proclamato nella lettera
che il Generale Pelloux rivolse al Generale Tarditi, quando il collegio
di Fossano, non ostante le seduzioni e le violenze di ogni genere, non
volle scieglierlo a suo rappresentante. Sanno ormai gli elettori che
il capo del governo li considera come spregievoli quando non portano
i loro voti sui candidati ufficiali. Si stava meglio sotto il secondo
Impero.
15. _La scuola._ I nostri governanti e le nostre classi dirigenti non
sono degli sciocchi, che per puntellare il loro dominio confidano
soltanto sulla forza brutale, sempre infida, e che a data ora si
esaurisce o si ritorce contro coloro che l’adoperano; essi tengono
conto anche della forza morale, perciò la loro attenzione si è rivolta
alla scuola da un duplice punto di vista. Da un lato vogliono limitare
la diffusione dell’istruzione: in questo senso la manifestazione
più caratteristica è venuta dal modesto comune di S. Marco in Lamis
(Foggia) il cui consiglio comunale ha fatto voti al Governo del Re
perchè venga abolita la legge sull’istruzione obbligatoria; però questa
esplosione di sincerità risponde al pensiero intimo dei conservatori
del resto d’Italia ed è una eco altrettanto sincera di quella voce che
si levò nella Sala Ragona di Palermo nel 94.
Da un altro lato si bada con ogni cura alla qualità dell’istruzione
che s’impartisce; perciò in alto e in basso si sorveglia, si punisce,
si epura il personale insegnante. Si protestò, anche dai conservatori
settentrionali, quando nel 1894 corse voce che il Regio Commissario
militare per la Sicilia, Generale Morra di Lavriano, aveva fatto
ammonire privatamente qualche professore dell’Università di Palermo;
ma questi stessi conservatori non protestano più quando s’infligge la
censura ad un Professore Pantaleoni, quando si puniscono o si riprovano
apertamente Ettore Ciccotti, Fabio Luzzati, Ruggero Panebianco, Giorgio
Levi, addetti all’insegnamento in varie Università del Regno; rimossi
dall’insegnamento o ammoniti vengono alcuni insegnanti delle Scuole
Secondarie. A Milano e Torino, a Rovigo, a Mantova e in altri punti
ancora gl’insegnanti delle scuole comunali e delle scuole secondarie
vengono ammoniti, sospesi, e licenziati solo perchè professano
principii socialisti «benchè, come diceva la relazione del sindaco
della _capitale morale_, non si possedessero prove, che essi abbiano
profittato della cattedra per insegnare massime e principii contrari
all’attuale costituzione politica e sociale».[29]
Questi insegnanti puniti sono tra i più diligenti, più onesti e più
colti; e quelli della provincia di Mantova e di Rovigo furono quasi
tutti discepoli di Ardigò. Una volta messi sulla via lubrica della
persecuzione del pensiero, non si sa più dove si può arrivare; e
mentre organizzasi la più degradante sorveglianza sugli studenti — come
risulta da documenti relativi alla provincia di Trapani — lo scandaloso
esempio dato dal governo e dai partiti politici che lo sorreggono è
stato seguito dai clericali, i quali a Brescia hanno licenziato dalla
Scuola commerciale il Prof. Tirale solo perchè è monarchico liberale.
Non è il caso di ripetere: _qui gladio feriit, gladio periit?_
Contro questo tentativo ignominioso di snidare la libertà di
pensiero dall’ultimo baluardo che le rimane in Italia, la scuola,
si ebbe la protesta alta e generosa di Cesare Lombroso, rimasta
sterile ed isolata. La reazione aspetta tranquilla il ritorno del
ministro-carabiniere alla Minerva per compiere la militarizzazione
della scuola; e allora essa crederà di avere infiltrato sino nel
midollo delle ossa degli italiani, servili per tanti secoli di
soggezione, i principii che la informano.
E conchiudo queste osservazioni sull’opera compiuta sinora della
reazione con due constatazioni; una di origine italiana e l’altra
straniera. Il monarchico _Mattino_ di Napoli dall’esame degli
avvenimenti ultimi è indotto ad allarmarsi perchè «_tutte le ire
e tutti i rancori suscitati dalla politica bestiale del governo si
accumulano sull’esercito_»; e si domanda: «quale concetto deve, per
necessità, scaturire da tutte queste stravaganze — gli atti del governo
— e radicarsi nello spirito della plebe? Che i 240 milioni del bilancio
della guerra non servono già alla difesa del paese dai nemici esterni,
ma alla difesa delle istituzioni vigenti. Ora, quale insensatezza e
quale delitto maggiore potreste voi immaginare di questo far apparire
le istituzioni, emanate meno di mezzo secolo fa dai plebisciti, come
puntellate solamente dalla forza delle bajonette?» (N. del 2 Agosto
1898).
Uno straniero alla sua volta esaminati i fatti recenti conchiude:
Lo Statuto costituisce un insieme di franchigie che la dinastia ha
concesso in blocco alla nazione e che il potere esecutivo ha ripreso in
dettaglio.
E non ci può essere alcuno che vorrà ritenere eccessivo il giudizio
dello straniero quando, in ispreto delle leggi e dello Statuto:
si esigono le imposte non votate dal Parlamento; si abolisce la
libertà del domicilio, di stampa, di riunione e di associazione; si
ristabilisce la tortura e si rimettono in uso le _lettres de cachet_;
si uccidono impunemente i detenuti; si sottraggono i cittadini ai
giudici legittimi; si falsano sistematicamente le elezioni; si riduce
ad una farsa il regime parlamentare.
Nella credenza che si allarga sulla nuova funzione dell’esercito e nel
trionfo della reazione che ha annientato lo Statuto, vi sono germi di
pericoli gravi ed ammonimenti per tutti: anche pei reazionari.