Il saccheggio e la devastazione di Milano ricca e colta furono
inventati per suscitare l’indignazione contro i barbari contemporanei;
ma queste menzogne forse non erano sufficienti per determinare l’azione
energica del governo.
Chi poteva assicurare che al Ministero stessero proprio a cuore
gl’interessi delle civiltà! Bisognava creare il pericolo delle
istituzioni; inventare, perciò, o esagerare le forze e la resistenza
dei tumultuanti. Presto fatto: donne e bambini, uomini inermi furono
tramutati in combattenti, cui _onestamente_ accordossi anche l’eroismo,
che faceva comodo.
Analizziamo le creazioni dei denunziatori della pericolosa insurrezione
di Milano. Ecco un primo gruppo di notizie assolutamente fantastiche:
gli alpini uccisi, una compagnia disarmata, gli studenti di Pavia in
marcia sopra Milano, ecc., ecc.
Di alpini uccisi si seppe a Palazzo Braschi e nei corridoi di
Montecitorio; ma, malauguratamente per coloro cui faceva comodo il
grave fatto, nulla se ne seppe a Milano. I becchini non poterono
trovare, tra i cadaveri dei cittadini massacrati, alcun soldato alpino
ucciso dai tumultuanti, così del pari i superiori non poterono prender
conoscenza di alcuna compagnia disarmata; come la cavalleria mandata
in perlustrazione fuori Milano, le truppe appiattate nelle cascine non
poterono sorprendere in marcia i _duemila_ studenti armati di Pavia.
Sperossi di trovarne qualcuno travestito da cappuccino; ma le barbe dei
frati arrestati dopo la breccia erano barbe autentiche....
E si passi sopra ai diversi strombazzati assalti della stazione, alla
complicità dei ferrovieri per impedire la partenza dei treni: in grazia
della esagerazione della confusione, che doveva esservi in una stazione
di città cannoneggiata, si ha almeno la soddisfazione di cogliere
una preziosa confessione dalla bocca della _Perseveranza_. Eccola:
«Insistente era la voce della sommossa alla stazione, con demolizione
della tettoia, sciopero dei ferrovieri, arresti, fuoco, vittime. Quando
ieri — il 9 — ci recammo alla stazione per assumere informazioni,
trovammo l’ex onor. Zavattari che si affannava a persuadere gli
increduli — increduli anche sul posto! — che nulla, nulla era
succeduto. Tutti i treni andavano e venivano regolarmente, tranne,
come era noto dal giorno precedente, quelli della linea Alessandria
in seguito anche ai fatti di P. Genova e di P. Ticinese di ieri
l’altro. Però la stazione e il difuori erano garantiti dalla truppa.
_Dobbiamo una parola di elogio ai facchini della stazione — il seguito
dello Zavattari_ — che si prestarono coi migliori modi ad assistere i
forestieri in arrivo, specialmente alla sera, quando non c’erano più nè
vetture, nè omnibus. Non ostante l’ora tarda, parecchi accompagnarono i
forestieri agli alberghi». (_N. del 10 Maggio_).
Pare, dunque, che Zavattari si sia adoperato efficacemente per il
mantenimento dell’ordine; per ciò, forse, fu arrestato e condotto
innanzi al Tribunale militare, che — _incredibile dictu!_ — lo
assolvette non ostante il suo riaffermato repubblicanesimo.
Ma se fin qui siamo di fronte al fantastico, entriamo nel campo
della realtà colle _Bande svizzere_, colla complicità di Cipriani ed
un po’ anche — come nel _Trattato di Bisacquino_ — della Francia:
l’ingrediente necessario per fare effetto sulla immaginazione dei
_patrioti_.
A tumulti finiti — si badi bene — scrivono da Torino alla diligente
e onesta _Perseveranza_. «_Voci dall’estero assai esplicite_. — Mi si
afferma da _persona autorevole_ che a Parigi si sapeva quanto doveva
succedere a Milano, dove la preparazione alla sommossa era stata ideata
e condotta abilmente da qualcuno di coloro i quali o vennero arrestati
in flagrante, oppure presero il largo. Pare che anche il Cipriani non
ignorasse ogni cosa, ma che egli abbia consigliato o sconsigliato,
ignoro perchè non mi si volle, o non mi si seppe dir di più. Certo
la miccia venne accesa a Bari e percorse tutta linea ascendente fino
a Milano, lasciando nello scoppio parecchi strascichi e numerosi
addentellati a nuovi incendi ovunque il malcontento, la miseria, la
corruzione, la malvagità trovavano buona presa davanti il sonno delle
cosidette Autorità di vigilanza e di tutela dell’ordine pubblico». (_N.
del 15 Maggio_)[11].
Tutto questo sarebbe stato grave... se fosse stato vero. Non lo era;
e a quali innocenti, anzi miserevoli proporzioni si riducesse la
partecipazione dell’indispensabile Cipriani lo si apprese dal processo
dei giornalisti: allo scambio di poche parole tra Carlo Romussi e il
valoroso di Domokos nel passare da Milano per ritornare in Francia.
Ma chi può negare l’esistenza delle bande d’insorti italiani, che
dovevano calare dalla Svizzera sopra Milano?
Le avevano organizzate l’on. Rondani e gli altri rifugiati in Lugano,
Lausanne ecc; l’on Morgari aveva valicato il confine per condurle
in Italia; l’_Agenzia Stefani_ le aveva annunziate; tutta la stampa
monarchica aveva protestato energicamente contro l’indegna repubblica
elvetica, che non sapeva esercitare i suoi doveri di buon vicinato.
È l’_Opinione_ di Roma — l’ufficiosa di tutti i ministeri — che dà il
monito alla Svizzera; e Visconti Venosta rincara la dose con una _nota_
diplomatica.
Quanti erano gl’italiani delle bande? dove erano indirizzati? La stampa
monarchica non esitò a valutarne le forze: da 500 a 5000; indicò la
direzione o meglio la meta precisa: Milano. Questo è certo: le bande
non penetrarono in Italia e non furono arrestate nemmeno dall’esercito,
che in forza discreta venne scaglionato al confine per impedire
l’entrata di questo pericoloso contrabbando.
In questa creazione delle bande svizzere c’era un nocciolo di verità,
che fu ridotto alle sue giuste proporzioni sopratutto dalle risultanze
processuali e dalle testimonianze delle autorità federali e cantonali —
Camuzzi, Bernasconi, Primavesi e Rupa. — Le notizie false ed esagerate
sugli avvenimenti di Milano avevano messo il fermento nella numerosa
colonia italiana in Isvizzera; i primi esaltati socialisti — poco più
di un centinaio — mossero verso il confine; vi arrivarono in _dieci_;
non avevano nè armi nè denaro; mancavano di pane e di vestiti...
(_Deposizione del Consigliere di Appello Primavesi, giudice istruttore
in Lugano_. Udienza del 29 Luglio). Verso il confine potevano arrivare
più numerosi; ma ciò fu impedito dai telegrammi, dalle lettere, dai
consigli e dalle preghiere degli on. Morgari e Rondani e dell’avv.
Tanzi. Rondani e Tanzi rimasero in Isvizzera. Morgari rientra in
Italia, di nulla diffidando come chi ha coscienza di aver fatto
doverosa opera di pace; ma n’è punito col carcere preventivo e col
processo e dovette sentirsi ascrivere a colpa dal Tribunale Militare
l’influenza esercitata nello scongiurare un tentativo d’invasione.
Punito come Zavattari!
E siamo alle barricate. L’Italia e l’Europa seppero che a Milano i
tumulti si erano trasformati in vera rivoluzione; tanto che vi erano
sorte le barricate come a Palermo nel 1860 e 1866; come a Vienna, a
Parigi, a Berlino, nella stessa Milano nel 1848 ecc.
La notizia, se anche vera nella sua essenza, non doveva lasciarsi
circolare perchè non poteva non esercitare una influenza eccitatrice; e
il governo che sopprimeva giornali e telegrammi che dicevano la verità
poteva impedire la trasmissione dei dettagli di queste barricate;
doveva almeno ridurle a quello che erano in realtà. Che fosse
necessaria la riduzione è evidente.
Si sa dalla breve cronaca che barricate erano sorte in vari punti
della città e nei tre giorni di conflitto. Stando al _Corriere della
Sera_ (N. 125) rinforzato dalla _Perseveranza_, queste barricate
dovevano essere una cosa molto seria la cui espugnazione avrebbe dovuto
costare molto sangue alla truppa, se fossero state il prodotto _di una
rivolta preparata con tutta la calma, mentre la truppa era impegnata
in altri punti della città_ e non l’episodio di un tumulto improvviso.
Queste barricate costituivano, secondo i giornali delle reazioni, una
_fortezza_ nel punto in cui s’incontrano corso Garibaldi, via Moscova e
via Statuto; e ne avevano altre di _rinforzo_ in altre vie collaterali.
E la _Perseveranza_ del giorno 8 scrisse che il giorno precedente
soltanto a Porta Garibaldi vi furono tredici barricate _sapientemente_
costrutte e _tenacemente_ difese.
Chi conosce la storia delle barricate vere nelle varie rivoluzioni di
Europa si attende uno svolgimento tragico. E ci fu la tragedia; molti
cittadini lasciarono la vita o furono feriti _presso_ le barricate; non
ve la lasciò alcun soldato o ufficiale.
Un criterio veramente infallibile sulla entità di queste barricate
l’abbiamo nei processi e nelle condanne del Tribunale Militare. Il
31º processo, ad esempio, per le barricate, per così dire premeditate
— quelle del _Corriere_ — di Corso Garibaldi e Via Moscova avrebbe
dovuto presentare il maggiore interesse e i più gravi accusati. Invece
tra i quindici condannati la maggiore pena inflitta fu di un anno e
mezzo di reclusione. Una vera miseria per difensori di barricate, che
si suppongono presi colle armi in mano; ai preparatori ideali della
insurrezione si appiopparono sei, dieci, quindici anni di reclusione!
Non a Milano soltanto, ma dapertutto le risultanze processuali sono
riuscite a smentire le menzogne della polizia sulla gravità dei fatti.
Così i _delitti_ dei cittadini di Sesto Fiorentino, che condussero ad
altro piccolo massacro, furono così terribili, che le pene inflitte
ai colpevoli dal Tribunale militare di Firenze non raggiunsero i _sei
mesi_ di carcere!
La verità è diversa da quella che si vorrebbe dare ad intendere per il
decoro e per la serietà dei conservatori, dei generali e dei Ministri
del regno d’Italia. Queste famose barricate non rappresentano che
una specie di esercizio sportivo dei ragazzi e dei dimostranti; erano
poco consistenti e mancavano del requisito principale: mancavano di
difensori. Si espugnavano senza alcun pericolo, senza fucilate e senza
cannonate: a colpi di scudiscio. Erano una parata da teatro che non
meritava il sangue di cui furono bagnate. Se i processi e le pene non
bastassero per giustificare questo giudizio, ci sarebbe una prova
strana — in un certo senso anche umiliante: furono tranquillamente
fotografate e dalla parte, naturalmente, nella quale stavano gli
assalitori....
Veniamo all’ultima invenzione sbalorditoia: alla resistenza degli
insorti ed alla breccia aperta nel Convento dei Cappuccini.
Per giustificare questo ignominioso episodio, s’inventarono rivoltosi
e combattenti all’Acquabella e altrove. Nello stesso intento la
_Perseveranza_ del giorno 10 Maggio narrò che uno squadrone del
reggimento cavalleria Milano, appena arrivato da Lodi, veniva lanciato
fuori Porta Monforte e riusciva a prendere alle spalle un _gruppo di
riottosi, intimando la resa, minacciando la carica colle lance_; e il
gruppo si arrese: i 150 circa, che lo componevano, erano la =più parte
armati di rivoltella e altri di coltello=; Falso, falso, falso!
Affare grosso quello dei Cappuccini! Infatti, dice la _Perseveranza_,
gl’insorti, inseguiti lungo i bastioni, continuarono a sparare e
ripararono nel Convento dei Cappuccini invadendolo e _trincerandovisi
fortemente. La truppa dovette snidarli mediante un vigoroso fuoco
di fucileria. I soldati poterono accerchiare l’edifizio e la chiesa
attigua. Furono circuiti e_ =arrestati tutti i combattenti, che non
riuscirono a salvarsi=.
Qui siamo in piena e vergognosa menzogna. Qui, come alle barricate,
mancarono gl’insorti e i difensori dell’improvvisata fortezza; in loro
vece c’erano frati caritatevoli, che vennero arrestati in vent’otto,
e vecchi e vecchie mendicanti che erano andati a prendere la loro
scodella di minestra e vi trovarono la morte.
La menzogna vergognosa viene confessata a denti stretti dal _Corriere
della Sera_ (N. 128); più dettagliatamente dalla _Perseveranza_ (giorno
11) che sente il rimorso delle precedenti affermazioni e, forse, voleva
farsi perdonare dai suoi buoni amici di una volta, i clericali. _La
Perseveranza_ ci narra che la truppa _ignorava_ (_!?_) l’esistenza del
convento e che si allarmò del movimento attorno al cancello — ed erano
i poveri che atterriti dalle fucilate cercavano riparo in luogo, che,
scioccamente, ritenevano sacro — ed aprì la breccia a colpi di cannone;
è la _Perseveranza_ che ci narra che il Padre Isaia venne arrestato e
_ferito_ — avrà ricevuto una medaglia il valoroso che lo ferì? — mentre
lavava una ferita ad una vecchia....; è la _Perseveranza_ che riproduce
dalla _Lega Lombarda_ la notizia della sorpresa che fece allibire il
Prefetto Winspeare quando si trovò dinanzi quegli strani prigionieri: i
frati cappuccini e i vecchi mendicanti!
Questo episodio dei Cappuccini di Monforte fu tanto enorme che
l’Autorità Militare ordinò un’inchiesta; la quale dovette _spiegare_
l’errore di chi ordinò il fuoco e la breccia, ma non potè fare a meno
di condurre alla liberazione dei poveri frati — avvenuta il 15 Maggio —
che devono solo alle loro condizioni se non ricevettero i loro anni di
reclusione anzichè le scuse umilianti di tutte le autorità. In questa
liberazione sta, però, l’implicita condanna di autorità militari,
che si mostrarono deficienti di tutto — specialmente di prudenza, di
umanità e d’intelligenza — e che completarono i trofei raccolti nei
giorni precedenti raccogliendo larga messe d’infamia e di ridicolo:
infamia per avere ucciso dei poveri in cerca di pane; ridicolo per
avere aperto la breccia in un inerme e pacifico convento, con cannonate
che sono degne di essere messe alla pari con quelle contro i bovi del
pozzo di Tata nella _gloriosa_ campagna contro Re Giovanni nel 1887.
Riassumo. La cronaca e le poche considerazioni esposte in questo
capitolo dimostrano che cosa fosse la pericolosa insurrezione di
Milano. Ci sono ancora altre prove schiaccianti contro coloro che
inventarono pericoli inesistenti o li centuplicarono.
Queste prove vengono somministrate: dal numero dei morti e dei feriti
tra i combattenti; dalla natura della morte e delle ferite tra le
truppe; dalla condizione delle vittime tra i cittadini.
Con insistenza meravigliosa, nella cronaca delle luttuose giornate
di Maggio, dai giornali si narra di fucilate e di colpi di revolver
partiti dalle barricate e dalle finestre delle case vicine. Ma da
tutti i processi non si potè apprendere che nelle case immediatamente
visitate dalla polizia e dai soldati si siano trovate armi da fuoco
e combattenti. Se combattenti colle armi in mano si fossero trovati
sarebbero stati certamente fucilati. E non mancava l’animo al generale
Bava Beccaris di farli fucilare — a lui che avrebbe già voluto far
passare per le armi l’onor. De Andreis, cui si trovò in tasca un
terribile esplodente: un progetto per la illuminazione elettrica.
L’inchiesta sulla breccia dei Cappuccini avrebbe dovuto condurre alla
scoperta di queste case, che davano asilo agli insorti omicidi — di
queste case cui il Regio Commissario straordinario consacrò uno dei
tanti suoi balordi proclami.
Ma guardate, fatalità: durante l’assalto dei Cappuccini si va ad
esplorare una casa dalla quale si supponeva che si fosse sparato; e in
quella stessa casa si conduce, per farlo curare, un ufficiale ferito
in via Moscova! Almeno a Napoli trovarono da condannare la disgraziata
complice di uno studente, che sparò da una casa, ma che fu assolto...
per non provato reato. A Milano nulla!
Se gli insorti spararono per tre giorni di seguito in tanti punti, tra
i soldati avrebbero dovuto essere numerosi i morti e i feriti per arma
da fuoco. Ma la forza non ebbe che due morti; la guardia di Pubblica
Sicurezza Viola e il soldato Grazia Antonio Tommazzetti. Il primo
venne ucciso da una scarica della truppa; il secondo _non si sa_ (_?!_)
_se venne ucciso per arma da fuoco o per una caduta di comignolo sul
capo_. Così il _Corriere della Sera_ (N. 130). C’è anche chi afferma,
che venne ucciso da un ufficiale perchè negavasi di far fuoco contro i
cittadini; ma la voce non è accreditata.
Di più. Il _Corriere_ dà nello stesso numero l’elenco nominativo dei
soldati ed ufficiali raccolti negli ospedali militari; tra ventidue
feriti, _due_ soli lo furono per arma da fuoco; _tre_ da coltello; gli
altri presentano ferite lacero-contuse o semplici leggere contusioni.
Le lesioni più gravi sono per rottura dei malleoli per caduta dal
cavallo. E chi garantisce che i _cinque_ non feriti da arma contundente
non siano vittime dei colpi della forza, che sparava e caricava
all’impazzata? C’è da sospettarlo: il _Corriere_ (N. 132) infatti
constata che il soldato Malinverni ferito da arma da taglio _lo fu
dalla bajonetta di un commilitone_ contro il quale urtò accidentalmente
nel parapiglia!
Non ci potevano essere, come non ci furono, feriti d’arma da fuoco e
da taglio tra i soldati perchè i terribili insorti di Milano — donne e
fanciulli in massima parte — possedevano ben curiose e allegre armi.
Il _Corriere_, la _Perseveranza_ e gli altri giornali non videro che
cappelli, fazzoletti, bastoni.... e sciabole di legno da bambini.
Contro la forza furono scagliati sassi e — inorridite! — un pajo di
scarpe.
E che in Milano ci fossero armi più serie lo si vide dal numero dei
fucili che vennero portati al Comando Militare quando venne l’ordine
del disarmo.
Ma siccome giornali ed autorità parlano con tanta insistenza di colpi
di arma da fuoco.... che per tre giorni di seguito in molti punti non
ammazzano nè feriscono, bisogna ricorrere ad una curiosa ipotesi: che
gl’insorti sparassero a polvere, per intimorire la forza e costringerla
a retrocedere amichevolmente. Ma non erano a polvere, però, i colpi di
fucili e di cannone sparati dalle truppe; se ne ha la prova dolorosa
nella loro micidialità. Intorno al numero dei morti corsero — anche
sulla _Tribuna_ — delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti.
Accettiamo la cifra officiale, benchè ancora discussa: circa 80 morti e
450 feriti.
Se gli uccisi, se i feriti fossero stati insorti veri, anche se
armati di scarpe o di sciabole di legno, avrebbero meritato la
loro sorte; ma invece «alla statistica dei feriti e dei morti hanno
dato una straordinaria percentuale i _curiosi_, gl’_imprudenti_, i
_disgraziati_....» Questa la confessione del _Corriere della Sera_ (N.
127). La _Lombardia_ (N. 126) riferì il giudizio di un professionista
indignato che nel sobborgo S. Gottardo si fosse sparato non contro
bande di rivoltosi, ma contro casigliani _endimanchés_ =curiosi= e che
non sapevano stare in casa in un giorno di primavera. E le cannonate?
Non è vero, dice lo stesso professionista, che quelle a mitraglia
siano state precedute da quelle a polvere; o almeno l’intervallo di
pochi minuti tra le une e le altre toglieva qualunque significato
di avvertimento alle ultime. Che più? È la stessa _Perseveranza_ che
riconosce che sparasi contro le finestre dalle quali affacciavansi,
_curiosi_; e aggiunge che a Porta Garibaldi, a Porta Ticinese, a Porta
Genova, a Porta Vittoria, specialmente sul corso Loreto, tratto tratto
le truppe dovevano far fuoco _per disperdere i curiosi_! (Numero del
giorno 10 Maggio). La _ferocia_ dei combattenti di cui ci dettero
notizia gli organi del Regio Commissario era tale che.... _assistevano
i soldati caduti_. Ce lo fece sapere la _Perseveranza_ del giorno 8. In
Italia, in questo triste quarto d’ora, non è lecito commentare come si
dovrebbe l’insieme di queste note sull’_insurrezione_ di Milano; sarà
lecito almeno di rilevare che dalle medesime risulta non essere stato
mai in pericolo nel maggio 1898, nè la civiltà, nè le istituzioni; se
pericoli corsero, nella peggiore delle ipotesi, l’una e le altre lo
devono ai rappresentanti dell’ordine, i quali vollero ed eseguirono una
carneficina non necessaria; e in politica niente è così disastroso e
deplorevole quanto ciò che è inutile.
In Parlamento e fuori, coloro che difesero l’uccisione di oltre
centocinquanta cittadini ed il ferimento di oltre un paio di migliaia,
dissero, per attenuare la responsabilità degli omicidi, che lo Stato
aveva agito per _legittima difesa_; ora, pur essendo generosi, non
si può accordare che l’_eccesso di difesa_, che va sempre punita. La
punizione verrà; ma dal Tribunale della Storia.