LA MENZOGNA AL SERVIZIO DELLA REAZIONE

Il movimento politico sociale che in quest’ultimo quarto di secolo si

è svolto con meravigliosa rapidità ed intensità tra i popoli civili

era stato lento e stentato in Italia. Le cause di questo ritardo nella

sua evoluzione sono parecchie e degne tutte di uno studio speciale;

qui basta enumerarle: mancanza di uno sviluppo industriale e di

relativa concentrazione ed organizzazione delle classi lavoratrici,

analfabetismo, miseria, deficiente libertà ed educazione politica

rudimentale, esaurimento derivante da un lungo periodo di cospirazioni,

di rivolte e di guerre per conseguire l’unità e l’indipendenza dallo

straniero, servilismo infiltrato nelle ossa delle popolazioni per la

servitù per secoli durata, differenze ed antagonismi regionali che

paralizzano molte forze ed energie locali e che, abilmente sfruttate,

servono a comprimere le une per mezzo delle altre, ecc.

Di questo ritardo nella evoluzione politico-sociale si risentono

tutte le classi: le dirigenti come le cosidette classi inferiori.

Ond’è che mentre nelle ultime manca la coscienza dei propri diritti

e l’aspirazione generale ad un tenore di vita più umano — mancanza

contrassegnata dalle alternative tra la rassegnazione ignominiosa e le

esplosioni selvagge — nelle classi dirigenti, invece, c’è l’avversione

verso le innovazioni e la credenza in diritti propri, che rappresentano

una sopravvivenza del tramontato regime feudale. Queste condizioni,

si sa che sono più vive nel mezzogiorno e nelle isole; il settentrione

è stato maggiormente penetrato dalla corrente della vita moderna. Non

tanto, però, da aver modificato sensibilmente la costituzione politica

e intellettuale della maggioranza delle classi dirigenti, rimaste più

reazionarie che sanamente conservatrici. Se n’ebbe la prova, con una

certa sorpresa in molti, in occasione dei moti di Maggio.

Per quanto lento il movimento politico sociale elevante le classi

lavoratrici, esso allarmava già le classi dirigenti che da un pezzo

manifestavano il rammarico profondo e il pentimento per le meschine

riforme concesse — e specialmente per la riforma elettorale politica

del 1882 ed amministrativa del 1889.

I moti di Sicilia del 1893-94 manifestarono lo stato d’animo delle

classi dirigenti, le quali perdonarono a Crispi le brutture di cui

era macchiato, in grazia della repressione pronta e severa. Tutto

perdonarono col proprio disdoro a chi aveva iniziato con fortunati

auspici la reazione.

Venne Abba Garima e fatalmente produsse la Caduta di Crispi; ma caduto

il vessillifero, la reazione dava segni d’impazienza per riprendere la

marcia trionfale interrotta dal disastro africano, nel quale c’era la

complicità innegabile delle classi dirigenti.

I moti del 1898, perfettamente analoghi, e solo più generali e più

vasti nelle proporzioni di quelli del 1893-94, somministrarono propizia

l’occasione per riprendere l’interrotto movimento reazionario.

Questi moti da principio furono talmente violenti e si propagarono

con tanta rapidità, che le classi dirigenti ne provarono paura e

sbalordimento, ma rinfrancatesi man mano che il telegrafo dava

notizia delle repressioni riuscite e della buona prova fatta

dall’organizzazione dell’esercito — per la quale trepidarono fortemente

nel momento del richiamo delle classi in congedo — ripresero con

energia compensatrice della breve sosta l’opera malvagiamente

reazionaria interrotta nel 1896.

Intanto nel mezzogiorno, dove queste classi dirigenti sono meno colte

ed hanno minore coscienza collettiva dei propri interessi e delle

proprie aspirazioni, si applaudiva al governo per la repressione ed

anche la s’invocava più feroce e più continuata, ma venne meno la loro

azione diretta; in Toscana e nella Lombardia, dove supponevasi che le

classi dirigenti dovessero essere più illuminate e più modernamente

conservatrici, invece furono esse gli elementi attivi che presero la

mano al governo centrale e quasi gli imposero la reazione. La loro

attività in tale senso fu in ragione diretta del pericolo da cui si

sentivano minacciate: la perdita del dominio e dell’influenza a causa

dei progressi rapidi della democrazia repubblicana e socialista.

La reazione, per colorire i propri disegni, si servì della menzogna e

della esagerazione, che le avevano reso eccellenti servizi nel 1893-94.

Allora ai buoni italiani del continente si fece comprendere che in

Sicilia non erano i lavoratori che si movevano, stanchi di vessazioni e

di soprusi e di spogliazione, che non erano i contadini che reclamavano

la terra loro o patti agrari tollerabili se non equi del tutto; ma

che l’isola fosse in aperta insurrezione per attentare all’unità della

nazione ed erigersi a stato indipendente o porsi sotto la protezione

non si sa bene se della Francia, o della Russia: il _trattato di

Bisacquino_ non lo definiva chiaramente.

Il giuoco riuscito allora fu ripetuto nel 1898; e sino ad un certo

punto con ugual fortuna. Si scrisse che a Napoli si gridava: _Vulimme

ò re nusto!_ cioè il Borbone. Si ripetè che in Lombardia si volesse

costituire lo _Stato di Milano_.

Di vero c’era questo solo: che a Napoli, come à Milano, il malcontento

era generale e profondo e correvano per la bocca di tutti certi

confronti odiosi. Ma era una menzogna che a Napoli e a Milano il

tumulto avesse una bandiera politica qualsiasi.

La menzogna poi divenne gigantesca nelle proporzioni date agli

avvenimenti dalle classi dirigenti che volevano sfruttarli

disonestamente; ciò specialmente in Toscana e in Lombardia. Nella mite

e gentile Toscana l’opera dei reazionari sorpassò tutto ciò che era da

attendersi dalla paura folle che imperava sovrana a Palazzo Braschi;

e i reazionari ottennero lo Stato di assedio, in tutte le provincie,

di cui non sentiva il bisogno il Prefetto di Firenze, ch’era pure un

avveduto uomo d’ordine e per soprammercato un generale — l’ex deputato

Sani. Ed a Pisa il Regio Commissario straordinario per la Toscana

arriva a scorgere pericoli dove non ne vedeva il Prefetto Minervini.

Sicchè si ebbe in quei momenti: un Prefetto dimissionario perchè seppe

proclamate misure non chieste dalla salute pubblica; ed un altro

Prefetto punito coll’aspettativa perchè non volle sciogliere delle

associazioni non pericolose e non sovversive!

I disordini repressi facilmente e rapidamente nel mezzogiorno e

nel centro della penisola non potevano esercitare valida influenza

sull’indirizzo politico dello Stato; l’esercitarono invece e vigorosa

quelli di Milano, esagerati e falsati con impudenza pari alla

persistenza.

E questi uomini non esitarono a spargere in Italia, per ottenere le

invocate misure, notizie tali, che fecero rinvigorire i tumulti e le

sommosse e crearono pericoli reali non sospettati dagli imprudenti

loro inventori e propalatori! Poco mancò che l’annunzio telegrafico:

_il cannone tuona da otto ore in Milano!_ non provocasse una vera

insurrezione altrove....

«I moti di Milano, si affermò nei giornali e nei corridoi allarmati di

Montecitorio, nelle sale di Palazzo Braschi, e in altre più auguste,

non solo mirano ad abbattere le istituzioni, a rompere l’unità

d’Italia; ma costituiscono un attentato contro la stessa civiltà».

I singoli elementi dovevano essere adeguati al giudizio complessivo

e finale; perciò da un lato si ingigantirono tutti gli episodi che

facevano fede della forza e della organizzazione dell’insurrezione e

dei pericoli conseguenti per lo Stato; dall’altro si somministrarono

altri dettagli paurosi dai quali dovevasi argomentare di che cosa

fossero capaci i barbari moderni, padroni di una città civile e ricca.

In tal guisa si sospingeva il governo ad una repressione pronta ed

energica sino alla ferocia; e non solo si mirava alla repressione, che

deve durare sintanto che c’è l’imminenza o l’immanenza del pericolo,

come espressione della legittima difesa dello Stato, ma si mirava a

giustificare la reazione permanente come mezzo adatto per distrurre le

cause, che avevano generato i barbari moderni.

Così si diffusero con amorevole sollecitudine notizie sulle barricate,

sul complotto, sulla uccisione degli alpini, sulle bande svizzere,

sulla resistenza fiera — anche eroica — degli insorti, sulla impedita

partenza dei treni, sulla necessità del cannoneggiamento, sulle case

designate al saccheggio e alla distruzione, sul saccheggio avvenuto di

Palazzo Saporiti, della Cassa di Risparmio, sulla distruzione della

Villa reale di Monza; sui contadini di Corbetta che marciavano su

Milano per vendicare Muzio Mussi; sui contadini bolognesi concentrati

sulle sponde del Po, ecc., ecc.

Di ciascuno di questi elementi giustificatori della repressione e

della reazione dirò qui rapidamente col vivo rammarico di non poterne

trattare più ampiamente e di non saperne dire in forma artistica,

mescolando il ridicolo colla rampogna, per flagellare gli eroi della

menzogna e della calunnia.

Comincio cogli atti che dovevano far designare gl’insorti come i nuovi

vandali; e perciò come tanti salvatori della civiltà gli uomini della

reazione.

L’invenzione più grottesca fu quella delle case designate al saccheggio

e alla devastazione nella nuova San Barthelemy anarchica e socialista

colle lettere rosse — il colore adatto! — _B_ e _F_ che indicavano:

_Bombe_ e _Fuoco_. La notizia corsa per la prima fu delle prime

smentite come un prodotto di una morbosa immaginazione e furono gli

stessi giornali conservatori a constatare l’esistenza delle famose

lettere, che, però, non erano state scritte dai rivoluzionari, ma

dagli agenti della autorità municipale; la _B_ indicava che lì presso

c’era una _bocca di presa_ dell’acqua potabile; la _F_ era un segno pei

lavori di _fognatura_!

Ebbe sorte più prospera, dal punto di vista degli inventori, la notizia

sul saccheggio della Cassa di Risparmio e del Palazzo Saporiti; la

notizia fu accreditata a Roma e non fu delle minori nel determinare la

proclamazione dello Stato di assedio. Mancava ogni base al saccheggio

della Cassa di Risparmio e la notizia circolò per breve tempo; c’era

qualche lieve indizio per la seconda ed ebbe la sua discussione innanzi

al Tribunale Militare.

E dal Tribunale Militare si seppe ciò che c’era di vero in questo

episodio disonorevole per gl’insorti di Milano.

Nel terzo processo il Tribunale Militare si occupò del saccheggio del

Palazzo Saporiti. — Gli accusati erano nove: di due non fu indicata

l’età; sette erano minorenni tra i 14 e i 18 anni; di uno la polizia

dette cattive informazioni e non trova da dire sui precedenti degli

altri. Ben terribili questi saccheggiatori e ben grave dovette essere

la devastazione compiuta! Sentiamo dal processo.

Un testimonio oculare, il cocchiere di Casa Saporiti, dice che avevano

preso della biancheria... per fare delle barricate. Ma se essi furono

arrestati sui tetti! Palazzo Saporiti è tra i più ricchi di Milano;

fu completamente in mano dei barbari devastatori per alcune ore; ma in

tutto non si accusa che un danno di circa ottomila lire. E fosse vero!

Ascoltiamo un testimonio che vale di più del cocchiere e dei portieri;

per un caso strano, questo testimone è il difensore di ufficio dei

vandali imberbi. Il Barone Di Loreto, capitano dei Lancieri di Firenze,

colla ingenuità di chi non apprese nelle Università il diritto e nelle

aule l’arte oratoria, dice: «Signori giudici! Basta guardare il fisico

e l’aspetto di Molteni e degli altri imputati per convincersi che

non potevano essere devastatori e saccheggiatori. _E poi, il corpo

del reato dov’è?_ L’atto d’accusa parla di gioielli e biancheria

trafugata per il valore di otto e più mila lire, _mentre gl’imputati

al momento del loro arresto non possedevano un oggetto d’oro, un

capo di biancheria, nè altro. Io presi parte alla repressione col mio

squadrone, e stetti fermo presso una barricata per dieci minuti, quando

fummo avvertiti che i tetti erano occupati dai dimostranti_. Dopo i

tre squilli molta gente si ritirò nei Giardini pubblici e molti altri

entrarono in casa Saporiti...»

È chiaro, dunque, che i _saccheggiatori_ e i devastatori entrarono in

Casa Saporiti per paura; e vi rimasero in trappola. Tentarono fuggire

dal palazzo Richard, ma vennero arrestati. Se vi avessero avuto seco

la _res furtiva_ non avrebbero avuto modo di nasconderla: dal luogo

del saccheggio passarono al cellulare. Non importa: il Tribunale li

condannava; e dà 8 anni di reclusione al Sormani e 2 anni e 6 mesi ad

un Bianchi di quindici anni....

Il _saccheggio_ di Casa Saporiti somministra materia per un altro

processo. Si svolge il 26 Luglio e compariscono sullo sgabello....

tre donne. Su di una concentrasi l’accusa: la Ferrari, che piange

e si dichiara innocente. Una compagna l’accusa di aver preso della

biancheria; l’avv. fiscale è più preciso e tremendo: assicura che prese

stoviglie, bicchieri ed altri oggetti che furono poi distrutti...

La Ferrari insiste, sempre piangendo, di non aver raccolto che dei

fiori....

La sventurata poteva essere creduta: fu proprio la _Perseveranza_

del giorno 8 ad annunziare che le donne misero sossopra i giardini

_divellendo piante e fiori!_

Ad ogni modo non prestiamole fede ed ammettiamo ch’essa abbia rubate

tante stoviglie e bicchieri.... quanto ne poteva contenere il suo

grembiale. Anche qui manca la _res furtiva_; ma si conceda che siano

stati bene applicati i due anni e mezzo di reclusione appioppatile dal

Tribunale Militare.

Si parlò, e ci fu il relativo processo, del saccheggio del gioielliere

Amodeo. Ma il _Corriere della Sera_ (N. 125) dà la spiegazione del

fatto. Corse voce che l’Amodeo avesse ucciso un popolano con un colpo

di revolver. Il colpo fu vero, e il _Corriere_ deplorò l’imprudenza;

ma non fu seguito da saccheggio a scopo di furto, sibbene da tentativo

di devastazione per indignazione. Dei sei accusati, quattro erano

_minorenni_, come risulta dal 56º processo.

Ebbene: questi fatti e questi processi autorizzano chicchessia ad

atteggiarsi a salvatore della civiltà? In tutte le parti del mondo e

in tutti i tempi si legge di tumulti e di sommosse che non siano stati

accompagnati da reati più numerosi e più gravi? Vi sono operai, dice

Louis Blanc, che la miseria tiene continuamente a disposizione dei casi

imprevisti.

Per un momento, durante il perturbamento, da paura o da altro men

lodevole motivo si arriva a comprendere che si creda alla menzogna

ed alla esagerazione senza che si metta in dubbio la buona fede di

chi la menzogna divulga; perciò si può essere disposti a perdonare la

_Perseveranza_ del giorno 8 che diceva essere quello degli insorti

programma di _rivoluzione_, di _saccheggio_, di _devastazione_. Ma

tornata la calma si può e si deve essere inesorabili verso chi continua

nel mendacio e nella calunnia. Ed è dopo una settimana circa da che

la repressione è compiuta e la verità si è fatta strada in tutti i

giornali d’Italia che la _Perseveranza_ scrive: «I nostri agitatori

non sdegnano l’appoggio di quegli abbietti per costumi, rotti al vizio

od al delitto, che continuamente escono e rientrano nelle carceri con

fatale intermittenza di delitti e di castighi, e che, mentre non si

mostrano nei momenti di calma, sbucano dall’ombra nei tempi di lotte

cittadine; come non sdegnano l’appoggio di quegli anarchici dallo

stampo francese qualificati per _démolisseurs, ravageurs, barberes de

la Société_» (15 Maggio). E dire che la _Perseveranza_ è l’organo del

filosofo Negri!

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 17 / 46 题