DAL SACCHEGGIO DI CASA SAPORITI ALLA BRECCIA DEI CAPPUCCINI

Il sangue corso nelle vie di Milano nella sera del 6 maggio doveva

farne versare dell’altro nei giorni successivi. Era facile prevedere

che qualche cosa di più grave poteva avvenire e all’indomani le

autorità politiche, militari e amministrative avrebbero dovuto prendere

provvedimenti adatti per calmare gli animi e prevenire i disordini.

Nulla di tutto ciò; le misure adottate, intese ad intimidire, non

potevano che sovreccitare gli animi ancora di più. Solo nel pomeriggio

del giorno 7 comparve un manifesto a firma del sindaco Vigoni, che

invitava alla calma!

In quel manifesto mancava il calore sincero, che occorreva in quei

momenti; era scialbo e rispecchiava lo stato di animo di coloro

che lo avevano redatto — coscienti che non c’era corrispondenza di

sentimenti tra l’anima del popolo e quella dei suoi rappresentanti

legali; ed armonia d’intenti non poteva esservi tra un sindaco e i suoi

rappresentati, quando il primo potè proclamare la sua città travolta

da un’_onda di barbarie_ e potè invocare in nome della paura lo stato

d’assedio, che non avevano potuto ottenere prima i telegrammi del

Generale Bava e del prefetto Winspeare (_Secolo_, 8 Settembre 98).

Mai come in questa circostanza fu avvertito il danno e il pericolo di

questa dissonanza!

In quanto alle parole di pace del Comandante del corpo di armata e del

Prefetto, si comprende che non potevano essere ascoltate, perchè erano

ritenuti — a torto o a ragione — responsabili dei fatti del giorno

precedente. A loro non restava che far sentire la voce della minaccia e

la fecero sentire nelle ore pomeridiane — poco dopo che avevano fatto

appello al patriottismo di Milano — colla proclamazione dello Stato

d’assedio.

Intanto era dato l’impulso sin dalle prime ore del mattino al

movimento, che doveva più tardi terminare tragicamente. Gli operai,

addolorati e indignati pei fatti del giorno precedente, volevano

manifestare i loro sentimenti astenendosi dal lavoro. La decisione fu

presa in principio da quelli dello stabilimento Pirelli; gradatamente

venne comunicata ed accettata da quelli di quasi tutti gli altri

stabilimenti della città e dei sobborghi.

Si è scritto e detto che gli operai in grandissima maggioranza erano

contrari alla cessazione del lavoro: ma la facilità colla quale venne

eseguita dapertutto, anche se chiesta da sole donne — come constatano

i rapporti ufficiali — prova che ciò non è esatto. Mancarono i segni di

un qualsiasi dissenso.

In questa guisa la valanga dei dimostranti partita dallo stabilimento

Pirelli andava ingrossandosi e verso mezzogiorno era composta di

parecchie migliaia di persone. _Il Corriere della Sera_ osserva

che «all’avanzarsi di quella minacciosa marea si chiudevano

precipitosamente i portoni delle case ed i negozi; _e quanti ne

uscivano andavano ad aumentare la folla dei curiosi_.» (N. 125). E che

si trattasse di _curiosi_ lo stesso giornale ripete più esplicitamente

più oltre in un appello intitolato: _A casa, a casa!_ nel quale

deplorava che «quando più grave e penoso si fa il dovere dell’Autorità

militare, proprio nei punti ove il tumulto facilmente degenera in

tragedia, si affolla una moltitudine di _curiosi_, quasi fossero devoti

ad un nuovo genere di _sport_».

In questa constatazione preziosa c’è tutto lo spirito che animava la

massa dei dimostranti; era composta di _curiosi_! E mi piace ripetere

il punto ammirativo dello stesso _Corriere_. Che fossero _curiosi_

verrà confermato più in là. Era minacciosa la folla? È una gratuita

supposizione non corredata da alcuna prova. Se tra migliaia di persone

se ne trova una — dato che il fatto sia vero — che dice ad un grande

industriale, il Grondona: _È venuta l’ora per noi di non lavorare più

e di vedere sgobbare voi altri!_ ciò dimostra che non mancava qualche

esaltato.

Mancò qualunque violenza, qualunque aggressione contro gl’industriali;

e se questi furono previdenti ed avveduti, specialmente il Pirelli,

gli operai, si potrebbe soggiungere — tenendo conto dei fatti — si

mostrarono pieni di benevolenza verso i padroni. Il grido: _Morte ai

signori!_ se realmente fu emesso da qualche pazzo, non rispecchiava le

intenzioni dei lavoratori.

Ma delle intenzioni pacifiche della immensa massa si ha la

irrefragabile testimonianza nei fatti, che valgono più delle

insinuazioni. Non c’erano armi tra i dimostranti — e in buona parte

erano donne e fanciulli — e non commisero alcun atto che potesse far

fede delle loro intenzioni ostili.

In quel giorno malaugurato sarebbe bastato che — come in Roma per la

dimostrazione Frezzi — la forza avesse brillato per la sua assenza e

Milano dopo poche ore avrebbe ripreso la fisonomia ordinaria di città

colta, tranquilla e industriosa. Invece chi stava a capo del governo

— invido degli allori raccolti da altri in Sicilia; forse spronato da

volontà diverse — volle mostrarsi forte e dette istruzioni conformi

ai propositi. Perciò, sin dalle prime ore del giorno, uno squadrone di

cavalleria fece una perlustrazione nelle adiacenze degli stabilimenti

industriali: _adiacenze che presentavano la tranquillità abituale_

(_Corriere della Sera_).

La piazza del Duomo venne occupata militarmente da fanteria, cavalleria

e artiglieria sotto il comando di Bava Beccaris. Chiuso dai bersaglieri

lo sbocco della Galleria verso la Piazza del Duomo; dalla cavalleria lo

sbocco della piazza verso il Corso; da alpini e fanteria via Mercanti,

via Torino, via Carlo Alberto, via Rastrelli: militarmente occupate

tutte le porte della città. Era evidente che l’autorità militare aveva

preso tutte le disposizioni strategiche contro una rivolta di là da

venire e di cui mancavano i segni precursori. Queste disposizioni,

intanto come avviene sempre in casi simili, non potevano esse stesse

che provocare la rivolta.

I dimostranti, rei di cantare l’inno dei lavoratori, ebbero le prime

cariche della cavalleria nel Corso di Porta nuova e nelle vie adiacenti

e _fuggirono_. «L’intero reggimento di cavalleria, lascio la parola

al _Corriere della Sera_, percorreva di continuo al trotto in colonne

serrate e sparse, le vie Principe Umberto, i viali Venezia, Porta Nuova

e Garibaldi, via Moscova, corso Porta Nuova ed i bastioni. Tutti i

negozi erano chiusi; molte finestre sbarrate; i curiosi si ritiravano

spaventati. Ma un residuo del grosso della dimostrazione si ridusse

in via Melchiorre Gioia, presso la Dogana. Dinanzi alla cooperativa

ferroviaria tennero un conciliabolo, emettendo di quando in quando

grida ed agitando in alto i _bastoni_, i _cappelli_ ed i _fazzoletti_.

Arrivò, dopo poco, una compagnia di fanteria, che venne fermata a

_spall-arm_ di fronte ai dimostranti, colla cavalleria alle spalle.

_Venne ordinato il pied-arm e ciò contribuì alquanto a far allontanare

l’attruppamento, che si frazionò poi in gruppi e si disperse. Verso

mezzogiorno le vie sunnominate, percorse incessantemente dalla

cavalleria, erano quasi sgombre_».

Dunque, nel _conciliabolo_ improvvisato su una strada, si scoprono le

armi dei rivoltosi: _bastoni_, _cappelli.... e fazzoletti_. I rivoltosi

erano tanto decisi alla lotta, che si disperdono al semplice comando di

_pied-arm...._

Testimoni oculari, invece, narrano di modi straordinariamente

provocatori adoperati da ufficiali e sott’ufficiali, da guardie di

pubblica sicurezza e da carabinieri e che contribuirono ad invelenire

gli animi.

Si può ammettere che ci siano delle esagerazioni; comunque, i

fatti reali ed un certo cinismo mostrato da militari in via Carlo

Alberto e altrove, nulla prova contro l’insieme dell’esercito. Gli

esempi contrari e belli non mancarono; ed una nobile esortazione di

un ufficiale ai soldati perchè non facessero uso delle armi senza

l’esplicito comando, venne narrata dal Secolo; di soldati che spesso

sparavano in aria narrano gli stessi testimoni oculari più corrivi ad

accusare i militari. Il vero è che in questi casi, ponendo a contatto

truppe armate e dimostranti inermi, devono avvenire fatalmente dei

conflitti, che si risolvono in massacri; come una miccia accesa

accanto alla polvere deve determinare un’esplosione. L’esperimento

venne fatto in Sicilia su larga scala nel 1893; ed era stato fatto a

San Luri, a Calatabiano, a Ruvo, a Corato, ecc. Ed è istruttivo che

le stesse condizioni spesso riescirono agli stessi risultati anche in

Inghilterra.

Queste condizioni fecero sì che il giorno 7 in più punti della città,

a Porta Venezia, a Porta Vittoria, a Porta Ticinese, a Porta Sempione,

in via Torino il fuoco della truppa sia stato più o meno vivo nelle ore

pomeridiane e che abbia tuonato anche il cannone.

La narrazione di questi luttuosi avvenimenti che hanno dato i giornali

conservatori e reazionari di Milano, lascia intendere chiaramente che

mancarono i fatti provocatori degli eccidi da parte dei dimostranti,

e che le fucilate vennero sempre determinate dalle insolenze e dalle

sguaiataggini delle donne e dei monelli, che rappresentarono la parte

più ardita e più persistente dei tumultuanti: molte donne portavano in

collo i figlioletti.

È chiaro dallo insieme delle testimonianze raccolte dai resoconti dei

giornali e dalle risultanze processuali, che la costruzione delle poco

serie barricate — che non ebbero in verun punto veri difensori — e le

deboli offese dei cittadini furono la conseguenza diretta ed immediata

delle fucilate dei soldati, che stesero sul terreno parecchi morti

e moltissimi feriti. E le offese non furono che quelle, che potevano

venire da sassi e da tegole lanciate da mani deboli — da donne e da

fanciulli — e da tetti dai quali non scorgevansi nemmeno coloro che

avrebbero dovuto essere presi di mira. Ma sulle barricate e sulle armi

dei rivoltosi avrò agio di ritornare.

Un testimonio oculare, che assistette a molti incidenti e ad una

continuata serie di provocazioni da parte delle truppe, con maggiore

precisione accorda una importanza decisiva alla scarica micidiale

fatta da un plotone di bersaglieri in via Torino senza che ci fosse

stato alcun squillo di tromba. Questo stesso cittadino immediatamente,

in una a due altri, raccolsero un bambino di circa otto anni

colpito mortalmente e lo portarono davanti al generale Bava Beccaris

apostrofandolo vivacemente. Il generale dette ordine di arrestarli;

ma non fu ubbidito, perchè il caso pietoso s’imponeva anche ai

cervelli ubbriacati dal fumo della polvere. I tentativi di offesa che

erroneamente vengono chiamati tentativi di resistenza e le barricate

sarebbero stati la conseguenza del sangue versato in via Torino. Questo

eccidio non trova alcuna giustificazione: tale non può menomamente

considerarsi il fatto dei ragazzi arrampicati su di una scala Porta,

che costretti, con cattivi modi a discendere, lanciarono dei pezzi di

legno, che non offesero alcuno.

In questa triste giornata, durante la quale fu commesso il cosidetto

saccheggio del Palazzo Saporiti, sul quale ritornerò, all’Ospedale

Maggiore e in quello dei Fate bene fratelli furono portati dodici morti

e quarantanove feriti gravemente. Ma queste cifre non danno che un’idea

lontana del sangue versato.

Da ogni parte della Lombardia, dal Piemonte e da Piacenza, nelle varie

ore arrivarono rinforzi di truppe: fanteria, alpini e cavalleria;

e in ogni punto della città si procedette alle perquisizioni e

agli scioglimenti dei circoli, e delle associazioni repubblicane e

socialiste e della Camera del Lavoro, con sequestro di carte innocue e

di registri.

Alle 17 e mezza tutta la redazione dell’_Italia del Popolo_, in una a

quanti si trovavano nel giornale di Via S. Pietro all’Orto per puro

accidente o per doveri professionali — come il moderato avvocato

Valentini — e in una all’on. De Andreis, che volle essere condotto

in questura per protesta o per atto di solidarietà, viene arrestata e

sospeso il giornale.

Alle 22,30 al Comando si apprende che le numerose barricate sono state

tutte espugnate.

La giornata si chiude con una grande vittoria del partito moderato

lombardo: alle 23 l’ispettore Latini comunica che viene anche sospeso

il _Secolo_. L’avv. Carlo Romussi suo direttore e il suo redattore

Emilio Girardi vengono trattenuti in questura.

Il fatto culminante del giorno 7 Maggio fu il saccheggio annunziato e

strombazzato del Palazzo Saporiti; attorno al quale saccheggio figurano

gli annunziati conflitti in diversi punti della città, la resistenza

degli insorti e le facili espugnazioni delle barricate sorte qua e

là come segno di protesta e d’indignazione anzichè come vero mezzo di

organizzare una insurrezione.

L’alba del giorno 8, in conseguenza, sorgeva in mezzo alla generale

preoccupazione ed un certo squallore poteva notarsi sin dalle prime ore

nella popolosa, ricca ed allegra città.

La preoccupazione non era fuori proposito. Se realmente nella

popolazione ci fosse stata l’intenzione di venire ad una rivoluzione,

il giorno 8, perchè festivo, si prestava benissimo; ma la giornata non

fu delle più calde.

In Piazza del Duomo, occupata da cavalleria, fanteria e artiglieria,

mantiene il suo quartier generale Bava Beccaris, quasi a dirigere le

operazioni di guerra; operazioni nelle quali non si potè ammirare

l’unità e la intelligenza della direzione, ma che spiccano per la

facile e disumana energia.

In molti punti si assicura che sorgono barricate e da molte finestre si

afferma che partono colpi di fucile e di rivoltella contro le truppe.

Quanto valgano le prime e quanto veri i secondi si vedrà in appresso;

rimane certo che la ragazzaglia e molte donne ostentano la loro

antipatia all’esercito con qualche insolenza, con qualche innocuo sasso

e con molti fischi.

Ufficiali e soldati ricambiano queste manifestazioni con fucilate

e puntate di baionetta, che ammazzano e feriscono; e la cavalleria

ce l’ha specialmente contro le donne, che contando sulla generosità

dei cavalieri, in qualche punto sperarono sbarrare la strada coi

loro corpi: furono calpestate inesorabilmente. A Porta Ticinese, in

Piazza Sant’Eustorgio, nel Corso e nel Sobborgo San Gottardo, a Porta

Ludovica, a Porta Tenaglia, a Porta Sempione, a Porta Romana, ecc.,

vi furono i soliti incidenti luttuosi cominciati colle rincorse tra

soldati armati e ragazzi che urlano e fischiano e terminati colla

uccisione e col ferimento di molti cittadini.

Il cannone tuonò lugubremente in diversi punti e in più volte,

specialmente al Corso San Gottardo e in Piazza S. Eustorgio. L’affare

dovette essere grave in Corso S. Gottardo, perchè c’era da fare

contro i _2000 studenti venuti da Pavia e armati di rivoltella_: tanto

risoluti che i pattuglioni di cavalleria non poterono disperderli e

n’ebbe ragione soltanto il cannone! (_Perseveranza_ 9 Maggio).

Nell’insieme la giornata passò in modo migliore di quello temuto:

l’avvenimento più caratteristico fu l’arresto dell’on. Turati e della

dottoressa Koulichoff e degli on. Costa e Bissolati, ch’erano corsi a

Milano alla notizia divulgatasi in Italia della morte del primo.

Tutti i prigionieri furono condotti al cellulare scortati dalla

cavalleria e dalla fanteria in piena disposizione di battaglia.

Colla ripresa del lavoro il lunedì, giorno 9, avrebbe dovuto ritornare

completamente la calma; così non piacque allo zelo repressivo delle

autorità politiche e militari che il lavoro proibirono e che scovrirono

il maggior pericolo di rivoluzione che abbia corso Milano e lo

distrussero con l’usata energia.

Lasciando da parte i minori incidenti, il pericolo in discorso fu

visto nella zona da Porta Vittoria a Porta Venezia che ebbe per

centro Porta Monforte. Qui, secondo la fervida immaginazione del

Generale Bava Beccaris e della stampa moderata, nel convento dei

Cappuccini si asserragliarono gl’insorti ed organizzarono vigorosa

resistenza, coadiuvati dalle fucilate delle case adiacenti; ma superata

valorosamente dai bersaglieri, che rinnovarono le prodezze della

Cernaia, prendendo di assalto la improvvisata fortezza, sulla quale il

cannone aveva aperta una breccia superiore nell’importanza a quella di

Porta Pia....

I soldati arrestarono gl’insorti, i cappuccini loro complici e gli

studenti travestiti da cappuccini e li condussero nell’atrio della

Prefettura prima, e al cellulare dopo....

Di questo movimento i giornali di Milano del 9 e 10 — compresa _La

Lombardia_ — dettero una narrazione paurosa; e fortunatamente fu

l’ultimo atto dell’insurrezione di cui ebbero ad occuparsi.

Qui si pone termine alla sintetica esposizione dei tumulti della

capitale lombarda: cominciati per imprudenza e testardaggine

dell’autorità politica il giorno sei; continuati per la fretta

d’intervenire e di mettere in contatto truppe e cittadini eccitati

il giorno sette — quando si denunzia il preteso attentato contro la

civiltà coi saccheggi e colle devastazioni; — il giorno 8 — quando si

crede completare la eliminazione delle menti direttive coll’arresto

dei deputati socialisti; — e il 9 — quando si pensa di schiacciare la

testa all’idra insurrezionale colla espugnazione del convento di via

Monforte.

In due successivi capitoli si troveranno dettagli e schiarimenti, che

metteranno il lettore in condizione di potere apprezzare equamente

l’entità dei fatti sin qui sommariamente enunziati. Ora mi limito a

notare con tristezza le voci corse e i fatti assodati, che possono in

modo complessivo fare giudicare il carattere dell’azione militare.

Non raccoglierò le voci che narrano del cinismo di alcuni ufficiali di

cavalleria, che parlarono del poco numero dei morti come se si fosse

trattato di una battaglia contro nemici stranieri; nè le altre, di

ufficiali di fanteria e dei bersaglieri, che sciabolarono i soldati

che non volevano sparare o miravano male. Non le raccolgo, quantunque

corrano ancora in Milano dopo sei mesi, perchè le credo messe in giro

in momenti di eccitamento e di passione, che fanno travedere uomini

abitualmente calmi e che pur serbandosi in buona fede inventano o

esagerano. Mi piace, invece, insistere sulla condotta umana e prudente

di molti ufficiali, che raccomandavano ai soldati di non reagire contro

le provocazioni dei ragazzi e delle donne, mostrandosi longanimi e

pazienti.

Per quanto si sia intenzionati di gettare un velo sul passato, pure

giustizia vuole che si rilevino alcune particolarità innegabili, che

indicano la via per trovare i veri responsabili del massacro di Milano.

È innegabile, infatti, che la repressione assunse talvolta un carattere

individuale odioso: si sparava ai singoli individui che si affacciavano

alle finestre, che attraversavano una strada in fretta per condursi

alle loro abitazioni.

Si fecero scariche in punti deserti — come in via Pioppette il giorno

7, dove rimase ucciso un cittadino che transitava. Si sparò quasi

sempre sulla folla, che fuggiva. Si sparò dai bastioni contro le

case le cui imposte delle finestre erano chiuse e vi furono freddati

individui che si portavano da una stanza all’altra[10]. Si dette

la caccia ai ragazzi che occupavano i tetti; caccia descritta dalla

_Perseveranza_ nei termini seguenti: «Allora i carabinieri salgono

colla consegna o di fermare i ragazzi sui tetti o di _sparare_....

Avviene una caccia sui tetti. Qualcuno si ferma, altri non odono

ragione e vengono freddati a colpi di revolver. Sul tetto di casa

Saporiti in breve vi sono due morti e quattro feriti gravemente».

(Numero del giorno 8 Maggio). E tra quei ragazzi alcuni erano di dodici

e tredici anni; ed erano tutti inermi; e nella peggiore delle ipotesi

non potevano che scappare senza poter nuocere ad alcuno....

Questi fatti resero credibili alcuni altri insistentemente smentiti;

e fu smentito solennemente dall’Avvocato fiscale Bacci l’uccisione

di un fanciullo di dieci anni con un colpo di revolver per parte di

un carabiniere; alcuni non negano, ma rettificano affermando che la

vittima vi perdette soltanto un occhio. Furono riferiti dai giornali

e non smentiti questi casi pietosi e raccapriccianti — di cui qualcuno

olezzante poesia rivoluzionaria.

Il giorno 7 un gruppo di giovani seguiva un operaio nel Corso

Garibaldi, che portava, mostrandolo ai passanti, un berretto contenente

materia molle biancastra; diceva che fosse il prodotto dei cervelli di

sette ragazzi. _La Perseveranza_ corregge sulla fede di un medico: Nel

berretto c’era il cervello di un solo uomo. (_N. del giorno 8 maggio_).

Nello stesso giorno 7, nei giardini pubblici, di fronte al Palazzo

Rocca-Saporiti e precisamente nel punto indicato da una pozza di

sangue, ove nella mattinata era rimasto ucciso da un colpo di revolver

un ragazzo undicenne, fu piantato un palo sormontato da una corona

intrecciata di foglie verdi e margherite, e da un cartello con frasi

di pietà per la vittima e di sdegno contro gli strumenti crudeli della

borghesia (_Lombardia_ N. 125).

Non accordo realtà alla leggenda, che si forma in tutte le guerre

civili, del soldato che uccide la sorella che si trova nelle fila degli

insorti e che si è ripetuta per Milano; ma non si può negar fede a

questo episodio, che per ultimo narro.

Nel settembre, alla redazione del _Secolo_ risorto, presentossi

un vecchio abbonato, che consegnò al cronista due lire perchè le

destinasse a qualcuno delle famiglie delle vittime dei tumulti di

Maggio e narrò: «Sono i risparmi della mia povera nipotina novenne,

anch’essa curiosa, ed uccisa nei moti dello scorso maggio». Il giorno

era uscita insieme a suo zio per impostare una lettera al padre

lontano; nella quale, dati i pericoli del momento, lo si pregava di

non ritornare subito in patria. Per via la scheggia di una cannonata —

la prima sparata — le squarciò lo stomaco. Fu portata a casa informe

cadavere «Oggi, continuò il vecchio, frugando tra i suoi abitini che

mi erano venuti tra le mani, in una borsa trovai due lire: erano i suoi

piccoli risparmi; a nessun miglior uso possono servire che a beneficare

l’orfanello di chi, come lei, cadde vittima della reazione». Il povero

vecchio andò via piangendo!

Il dolore suscitato da questi incidenti caratteristicamente tristi

delle lotte civili non può essere lenito che dal ricordo degli atti

umanitari; e la stampa di quei giorni, con giusta ragione, dette

lodi al Senatore Negri, che affaticossi nel fare preparare bende e

barelle.... Egli — il capo incontestato degli uomini politici che

avevano voluto la reazione e che dalla reazione speravano trarne i

maggiori profitti — adempiva scrupolosamente al suo dovere di capo

della Croce Rossa!...

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 15 / 46 题