Le notizie delle sommosse e dei tumulti che il telegrafo comunicava
ai giornali e che questi diffondevano in ogni angolo d’Italia
avevano eccitato la opinione pubblica nella misura consentita dalla
inerzia morale e intellettuale, da cui è afflitto il nostro paese;
l’eccitamento raggiunse il colmo suo in tutte le classi sociali,
nelle sfere politiche, nei rappresentanti del governo, quando corse
la prima voce che la sommossa incomposta per fame del mezzogiorno si
era trasformata in rivolta a Milano e che la rivolta poteva divenire
rivoluzione. Un pubblicista, conservatore di merito in Napoli, non
esitò a ricordare la famosa risposta del Liancourt a Luigi XVI.
(_Corriere di Napoli_).
Non poteva essere diversamente. L’importanza della città di Milano
e le sue condizioni, note ed in parte esagerate, facevano presumere
che i moti del resto d’Italia dovevano assumere carattere diverso
riproducendosi nella _capitale morale_; sicchè appena si seppe
delle prime dimostrazioni del giorno 6 maggio osservossi un notevole
mutamento nel linguaggio dei giornali conservatori e degli altri, che
rispecchiavano le opinioni delle sfere governative.
Si cominciò a tacere delle cause economiche, che avevano determinato i
primi tumulti, e si segnalò con accenni vaghi e timidi da principio,
più recisi e chiari in appresso, l’azione dei partiti sovversivi —
repubblicani, clericali e socialisti, — il complotto, la preordinazione
voluta e cosciente di tutti quei movimenti che erano stati
considerati con singolare unanimità spontanei, improvvisi, e sottratti
all’influenza di qualsiasi partito politico. In questa guisa tutto
l’interesse e tutta l’attenzione della frazione della nazione che pensa
e partecipa alla vita politica concentrossi su Milano, da cui possono
prender nome tutti gli avvenimenti luttuosi della primavera del 1898.
E dal carattere reale o artificiosamente attribuito agli avvenimenti
di Milano presero l’intonazione tutti i provvedimenti politici,
che costituiscono uno dei periodi della più stolta e ingiustificata
reazione, che abbia attraversato l’Italia nuova.
A Milano, perciò, si assomma la storia dei tumulti di cui
c’intratteniamo ed è indispensabile esporre colla maggiore esattezza
possibile quali furono i fatti che vi si svolsero dal 6 al 9 maggio,
onde assegnare le rispettive responsabilità agli attori del dramma e
riuscire al giudizio complessivo equanime sull’opera del governo.
Non è facile fare la cronaca imparziale, obbiettiva, degli avvenimenti
ai quali si ha assistito o si ha preso parte diretta o indiretta;
l’impresa è più ardua quando chi scrive è uomo di parte. È bene, però,
che chiunque desidera che la luce si faccia intera, a tale impresa si
accinga, perchè su ciò che può esservi di errato nella narrazione, dai
viventi possa venire la rettifica o la smentita opportuna.
Comincio, adunque, sereno la cronaca dei fatti di Milano; per la
quale si ha un documento importante nei resoconti stenografici dei
processi, che si svolsero innanzi ai Tribunali militari. A proposito
dei quali non si deplorerà abbastanza la condotta insana del Generale
Bava-Beccaris, che sottrasse elementi preziosi per la storia colla
censura esercitata sulla stampa e coi tagli fatti eseguire negli stessi
resoconti stenografici dei processi[7].
I tumulti di Milano prendono le mosse da un manifesto che i socialisti
indirizzarono il giorno 6 ai cittadini. In esso si domandava la
restaurazione della libertà e della giustizia, l’abolizione dei
privilegi, la guerra al militarismo, il suffragio universale e si
concludeva chiamando il paese a salvare se stesso per evitare nuove
stragi.
Si può discutere sulle opportunità di questo appello; è indubitabile,
però, che il suo contenuto non era criminoso: ogni singolo punto del
medesimo era stato impunemente più volte e in vario modo discusso ed
affermato. Pensarono diversamente le guardie di Pubblica Sicurezza pel
malvezzo prevalso d’intervenire sempre e passarono all’arresto di un
distributore presso Ponte Seveso.
L’arbitrio era reso pericoloso dall’eccitamento degli animi ed ebbe
quelle conseguenze dolorose che la più elementare prudenza doveva far
prevedere. Gli operai, in gran parte appartenenti allo stabilimento
Pirelli, in via Galilei, protestarono e chiesero la liberazione degli
arrestati accompagnando la richiesta con urli e fischi contro gli
agenti della forza, il cui contegno fu provocante oltre misura. I sassi
volarono contro la delegazione della questura in Via Napo Torriani; e
sassi furono lanciati contro lo stabilimento Stigler perchè gli operai
non vi lasciavano il lavoro. In questi episodi vennero operati altri
arresti.
Una commissione di operai con a capo il socialista Dell’Avalle si portò
dalle autorità di pubblica sicurezza scongiurando che si lasciassero
in libertà gli arrestati per disarmare l’ira popolare. La preghiera fu
ascoltata per metà: due furono rilasciati ed un terzo, Amadio Angelo,
venne trattenuto col pretesto che era stato colto coi sassi in mano.
L’ottenuta parziale liberazione incoraggiava nella insistenza da un
lato, mentre la negata liberazione dell’altro esasperava gli animi
maggiormente.
In questo primo tafferuglio non vi furono che delle contusioni, per
colpi di pietra; ma non doveva tardare l’intervento della truppa
invocato insistentemente dalla questura e che doveva riuscire
micidiale. Il primo picchetto, del 47 fanteria alle 15,30 fu schierato
verso la fronte dello stabilimento Pirelli, dove lavoravano 2400
persone. Altra truppa arriva un poco più tardi e si dispone sempre
nei pressi dello stabilimento suddetto. Alle 16,30 un battaglione del
57 fanteria prese posto nell’Ippodromo del Trotter. Così si trovano
di fronte gli elementi dell’incendio e non occorre che una scintilla
perchè esso divampi.
Quando più viva era la dimostrazione e gli operai evocano indignati
l’uccisione di Muzio Mussi, i deputati Turati e Rondani sovraggiungono
sul luogo e si rinnovano i consigli di calma dati prima dal
Dell’Avalle; il consiglio avvalorano colla promessa della liberazione
dell’Amadio, coll’annunzio dell’abolizione del dazio comunale sulle
farine e sui cereali.
Alle ore 18 comincia per gruppi l’uscita degli operai dello
stabilimento Pirelli e la gente sulla via Galilei si sfoga gridando:
_Evviva Turati! Evviva Rondani! Abbasso il governo provocatore!_
Parlano di nuovo i due deputati socialisti e pare che ogni pericolo di
conflitto sia scongiurato.
Ma un gruppo di persone, da 200 a 300 — in gran parte donne e fanciulli
— si avviò, cantando l’Inno dei Lavoratori, verso via Ponte Seveso e
Andrea Doria e fischiando gli agenti di polizia, tra i quali un certo
Viola, _el calabres_, assai inviso perchè tra i più petulanti nelle
provocazioni. Si torna a domandare la liberazione dell’Amadio e si
scagliano di nuovo sassi contro l’ufficio della Questura in via Napo
Torriani. Alle 19 circa esce dal Trotter una compagnia di fanteria
che viene accolta anche essa a fischi ed a sassate. Una pietra, dice
il _Corriere della Sera_, colpì in fronte un soldato. «Questo fatto,
continua lo stesso giornale, le cui parole riproduco testualmente,
_parve l’ordine di reagire con la forza alla forza_; e dalla truppa
partirono otto o dieci colpi di moschetto, _pare_, sparati in aria.
Fu quello un momento di panico e di confusione. Molti dei dimostranti
_parevano_ disposti a resistere anche di fronte alle schioppettate
e seguitavano a lanciar sassi; ma i più spaventati fuggivano a
rompicollo, spingendo, rovesciando quelli che si trovavano di ostacolo
sui loro passi. Le guardie della sotto brigata uscivano con le
rivoltelle in pugno, sparando esse pure, mentre altri colpi partivano
dalla truppa. Il parapiglia durò pochi minuti, ma ebbe esito letale»
(N. 124).
Infatti vi lasciarono la vita nello stesso giorno un certo Savoldi e
l’odiata guardia di Pubblica Sicurezza, il Viola, ch’era in borghese
e che per dare da vicino la caccia ai dimostranti trovossi insieme
a loro fatto bersaglio alle scariche dei soldati. Affermasi, anzi,
che fu proprio il Viola che uccise il Savoldi. All’indomani cessò di
vivere uno dei feriti più gravi, l’Abbiati. Numerosissimi i feriti.
La giornata lugubre ebbe uno di quegli epiloghi di una spontanea
teatralità, che impressionano le menti le meno eccitabili. Il Savoldi,
raccolto da pietosi operai, fu messo sul tram elettrico per essere
condotto all’ospedale dei Fatebenefratelli. Ma durante il tragitto
morì. Fu ricondotto, sempre in tram, ed accompagnato da operai
in Piazza del Duomo, dove formossi un assembramento di circa 500
persone. La polizia voleva impossessarsene; ma i compagni di lavoro
non se lo lasciarono strappare dalle mani e lo condussero al Cimitero
Monumentale.
La passeggiata di quel cadavere pareva invocasse vendetta; e vendetta
chiedevano gli operai. L’ucciso la meritava. Dalla testimonianza del
Commendator Pirelli innanzi al Tribunale Militare si seppe che il
Savoldi era un operaio che aveva lavorato tutto il giorno nel suo
stabilimento e che si trovava nella folla per curiosità. (_Udienza del
28 Luglio_).
Qualche cosa di grave sarebbe avvenuto in Milano la sera del 6; ma un
provvidenziale acquazzone alle 20 sciolse l’assembramento di Piazza
del Duomo. Più tardi la Galleria, i Portici settentrionali e la Piazza
del Duomo furono affollatissimi e si cantò l’Inno dei Lavoratori; ma
riuscì agevolmente alla forza di fare sgombrare. Vi fu qualche arresto
e qualche spiacevole incidente; ma a mezzanotte tutto era finito.
È necessario assodare la responsabilità di questa prima giornata; ciò
che avvenne dopo non fu che la conseguenza fatale.
È innegabile l’illegalità dei primi arresti, che procurarono le
dimostrazioni e la sassaiuola per ottenere la liberazione degli
arrestati. A parte ogni altra considerazione di ordine politico e
sentimentale, è del pari innegabile che si continuò nella illegalità
nel momento in cui si arriva alla catastrofe. Mancarono infatti i tre
squilli di tromba voluti dalla legge per intimare lo scioglimento di
una dimostrazione. Il _Corriere della sera_, la cui narrazione dei
fatti pare tutta intesa ad attenuare la responsabilità della forza
pubblica e delle autorità, parla di _un solo_ squillo di tromba dato
dalle guardie di pubblica sicurezza; ma non fa menzione di alcun
squillo al momento in cui la truppa fa la sua scarica micidiale.
I _tentativi di resistenza_ dei dimostranti sono una semplice ipotesi
non avvalorata da alcun elemento di fatto; le scariche sin dalle
prime dovettero mirare a colpire, perchè la fuga precipitosa cui si
dettero gli operai non consentiva, se non come espressione di ferocia,
la continuazione del fuoco; e i morti e i feriti caddero colla prima
scarica, tanto improvvisa, che non dette tempo alla guardia Viola di
ritirarsi.
L’illegalità fu aggravata dalla mancanza assoluta di tatto politico.
Anche se l’Amodio fosse stato un pericoloso delinquente — ed era un
inerme ragazzo; anche se avesse confessato il _grave_ reato di avere
scagliato delle pietre, in quell’ora di grande eccitamento, dinanzi ad
una folla numerosa e tumultuante, sarebbe stato atto savio lasciarlo in
libertà — salvo a riprenderlo e processarlo più tardi, se di processo e
di pena, ritornata la calma, lo si fosse ritenuto meritevole.
Che la prudenza consigliasse la liberazione lo riconobbe il comm.
Pirelli, uomo d’ordine per eccellenza e tanto alieno dalla sovversione
che non volle contaminato il balcone del proprio stabilimento
permettendo che l’on. Turati facesse opera di pace colla sua valida
ed ascoltata parola. Fu il Pirelli, che sin dal primo momento chiese
telefonicamente alla Questura la liberazione dell’Amodio; e fu il
Pirelli che da buon politico avvertiva il Questore dei pericoli cui
si andava incontro ostinandosi nel rifiuto, che poscia confessava al
Turati — che richiedevalo di notizie delle pratiche fatte inutilmente
presso la Questura per rimuovere la causa occasionale del disordine.
Quando le pratiche furono rinnovate con insistenza dai deputati Turati
e Rondani, il signor Questore all’imprudenza volle aggiungere il
mendacio; in un momento insolito di tenerezza per la legalità scusossi
di non potere liberare l’Amodio perchè non era più in sua facoltà il
farlo, avendolo deferito all’autorità giudiziaria. E non era vero; e
la falsità del pretesto venne subito dimostrata dalla risposta data
dal Procuratore del Re allo stesso Turati, che rapido era corso da lui
per ottenere dall’autorità giudiziaria ciò che era stato negato dalla
autorità di Pubblica Sicurezza[8].
Forma un contrasto stridente colla condotta inqualificabile della
Questura quella ammirevole e pacificatrice dei socialisti più noti. Il
Dell’Avalle sin dai primi momenti fu sul luogo e consigliò vivamente la
calma e s’intese col Pirelli nel consigliare a chiedere la liberazione
del detenuto. A lui si unirono tosto gli onorevoli Turati e Rondani per
tale intento.
Due volte parlò nelle strade il Turati e parlò pure il Rondani e
fece pena il vedere innanzi al Tribunale Militare come si accanisse
l’Avvocato Fiscale nel contorcere il senso delle loro parole, astraendo
completamente dalla gravità del momento in cui furono pronunziate,
dalle intenzioni chiare univoche di coloro che le pronunziavano,
dall’effetto prodotto e dallo scopo raggiunto.
Si ammetta pure la versione più rivoluzionaria dei discorsi dei
due deputati socialisti e si riconosca pure che essi abbiano voluto
scongiurare il pericolo _presente_ promettendo una _futura_ levata di
scudi: non è evidente che essi in tal modo soltanto potevano esercitare
un’azione moderatrice sulla folla esaltata? Ogni altro linguaggio
avrebbe fatto perdere la popolarità agli oratori senza ammansare gli
esaltati.
L’intenzione del Turati era tanto retta e pacificatrice che ai
tumultuanti annunzia e promette anche ciò che non aveva ancora
ottenuto: la liberazione di Amodio; egli era tanto sicuro nel tentativo
di disarmare i tumultuanti che si affretta a dare la buona novella
della deliberazione della Giunta sul dazio comunale sulle farine e
sui cereali; e la opera sua fu così efficace, che dove essa spiegossi
raggiunse l’intento. Lo riconobbe il _Corriere della Sera_.
Erano dunque ben strani rivoluzionari questi socialisti che nel momento
del massimo fermento, quando la loro parola può trasformare il tumulto
in rivolta, consigliano ed ottengono la calma! E non è una delle minori
enormità di questo periodo tristissimo di reazione l’insano tentativo
di attribuire a colpa degli accusati ciò che costituiva il loro
migliore titolo per ricevere azione di grazie anzichè punizione[9].