L’anno 1897 erasi chiuso per l’Italia sotto i più sinistri auspici.
Nelle Marche, nella Romagna, in vari altri punti del regno, durante
l’autunno, quasi per non interrompere la cronaca dei tumulti e delle
sommosse, c’erano state delle manifestazioni, ora lievi, ora gravi che
costituivano l’indice più eloquente del malessere generale.
A Forlì si assaltano le botteghe nelle quali si vende il pane; la
sommossa dura alcuni giorni in Ancona dove si saccheggia la casa di
un negoziante di grano; a Macerata gli affamati s’impadroniscono del
frumento messo in vendita e si rompono i vetri della casa del Sindaco
e del Municipio; a Senigallia si saccheggiano i magazzini di frumento
del principe Ruspoli; a Chiaravalle vi sono colpi di revolver ed un
carabiniere viene ferito; a Gallipoli si dà fuoco alla casa di un ricco
cittadino; a Firenze — la mite e gentile Firenze — scene simili si
ripetono e molti agenti di polizia vengono feriti; a Milano, a Napoli,
a Palermo, a Ferrara, a Bologna, società operaie ed associazioni
politiche protestano contro il rincaro del prezzo del pane e si
moltiplicano le riunioni degl’infelici che domandano: _pane e lavoro!_
Non ci potevano essere e non ci furono equivoci sull’indole di siffatte
dimostrazioni; erano la protesta dello stomaco. Tali vennero giudicate
con singolare unanimità dalla stampa di ogni partito e dagli uomini
politici, che le segnalarono in Parlamento e fuori, ed il giudizio
non poteva essere modificato dal grido: _Viva la Repubblica! Viva il
Socialismo!_ echeggiato in quei giorni nella minuscola Subiaco. Era
evidente l’urgenza di misure che attenuassero almeno le più crudeli
sofferenze dei lavoratori e della borghesia magra. Qualche cosa fecero
i Municipi specialmente in Sicilia, dove era fresca la memoria dei
tumulti del 93-94: e con qualche sacrifizio ed anche con qualche
strappo alla legge tennero il prezzo del pane entro limiti normali.
Riuscirono con ciò a mantenere la calma. Nulla, o ben poco, fece
il governo, su cui pesarono le maggiori responsabilità e che poteva
prendere i più efficaci provvedimenti di sana prevenzione; esso non
credeva allo spettacolo doloroso delle inaudite miserie, non sentiva il
cupo muggito della tempesta che si avvicinava rapida e minacciosa.
Il timore manifestato nel 1894 era già una realtà nell’autunno del
1897: la sommossa aveva valicato lo stretto e dalla Sicilia si era
propagata in tutto il continente. Sullo scorcio di quell’anno, però,
essa non aveva assunto i caratteri che l’avevano distinta nell’isola.
Il fenomeno si riprodusse in tutti i suoi dettagli nell’anno 1898, che
rimarrà celebre nei nostri annali per la cronaca sanguinosa della sua
primavera.
Ed è la Sicilia, dove sono i centri del dolore, che suona la diana:
a Modica ed a Troina si tumultua per fame e rinnovansi le stragi del
1893-94. Sorpassano la decina gli affamati uccisi in Febbraio in quelle
due città, e centinaia di feriti cercano salvezza nella fuga, perchè
la polizia non contenta delle generose somministrazioni di piombo cerca
vittime nuove per le patrie galere.
Passano due mesi in una calma relativa, che non inganna i veggenti,
e quando verso la fine di Aprile si esauriscono le provviste
locali di frumento e si eleva rapidamente il prezzo per la guerra
ispano-americana, che rese più scarsa l’importazione, l’incendio
divampa da un capo all’altro d’Italia con una rapidità prodigiosa
spiegabile colla facilità e rapidità dei mezzi di comunicazioni di ogni
genere; i tumulti e le sommosse assumono le proporzioni di una vera
epidemia alla cui diffusione, oltre le cause economiche, politiche
e morali persistenti, somministra un contributo considerevole il
mimetismo, il contagio psico-sociale.
Ecco la cronaca sanguinosa fatta di date e di cifre; ed avverto che,
pur troppo, essa non è completa[6].
I tumulti, le sommosse cominciarono il 26 Aprile a Faenza ed a
Finale-Emilia. Si ripetono il 27 a Faenza e Bari; il 28 a Faenza,
Foggia, S. Giovanni a Teduccio, Arzano, Benevento, Secondigliano; il
30 a Modugno, Aversa, Palermo, Piove, Pesaro, Ferrara, Rutigliano,
Castelsanpietro, Forlì, Rimini, Camerino, Napoli; il 1.º Maggio a
Monopoli, Molfetta, Minervino-Murge, Benevento, Ferrara, Napoli,
Rimini, Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Resina, Ponticello, Giuliano,
ecc.; il 2 a Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Cesena, Piacenza, Parma,
Ferrara, Ariano di Puglia, Salerno, Palermo, Pesaro; il 3 a Pesaro,
Figline Valdarno, Avellino, Soresina; il 5 a Pavia, Livorno, Sesto
Fiorentino; il 6 ad Avellino, Livorno, Firenze, Pisa, Padova, Palermo,
Milano; il 7 a Livorno, Pistoia, Fermo, Porto Maurizio, Milano; l’8 a
Firenze, Monza, Como, Padova, Pescia, Genzano di Roma; il 9 a Milano,
Napoli, Pontedera, Monza, Saronno, Como, Brescia, Rovigo, Vicenza,
Reggio-Calabria, Siracusa, Bologna, Monsummano, Tropea, Castelvetrano,
Foggia, Matelica, Livorno, Pisa, Siena, Roccastrada, Bologna, Ferrara
e dintorni, Ancona, Velletri, Messina, ecc., ecc.; il 10 a Napoli,
Livorno, Genova, Porto-Maurizio, Chiavari, Ravenna, Castelferretti,
Tropea, Velletri; l’11 a Caserta, Aversa, Cimitile, Novara, Luino,
Messina, ecc.
Col giorno 11 Maggio si può dire che cessa il periodo acuto delle
dimostrazioni. I governanti che per oltre quindici giorni sono stati in
preda del terrore — altrettanto grande quanto era stata grande la loro
precedente incosciente serenità — hanno compiuto la repressione, hanno
consolidato lo stato di assedio in tre grandi regioni, delle quali
due tra le più agiate e le più colte della penisola, la Toscana e la
Lombardia — e possono trionfalmente annunziare che: _l’ordine regna in
Italia_.
La gravità dei fatti non fu da per tutto uguale; ma fu identica la
loro fisonomia da Messina a Luino. Per un momento le manifestazioni
politico-sociali di questo regno d’Italia malconnesso, lo ripeto,
assunsero impronta rigidamente unitaria: da Luino a Messina, unica fu
la causa che sollevò la protesta ed uguale dappertutto la forma di
questa protesta dello stomaco. Il primo grido che si sentì per ogni
dove fu quello di _pane e lavoro_, cui successivamente e in varia
misura si aggiunsero altri gridi sovversivi — altri _evviva!_ ed altri
_abbasso!_ secondo il diverso temperamento locale. Ai gridi più spesso
si aggiunsero minaccie contro le autorità, contro le persone invise;
alle minaccie seguirono i fatti: rotture di fanali, di vetri delle
case, devastazioni, incendi, saccheggi; ed a questi le repressioni ora
miti ora feroci; gli arresti a migliaia e i massacri.
Una prima e necessaria constatazione: la ferocia della repressione
non sta menomamente in rapporto colle gravità ed un poco anche
coll’indole dei tumulti. A Bari ed a Foggia i fatti sono gravissimi
e stante la importanza delle due città possono riuscire pericolosi;
eppure non ci sono i morti di Molfetta e di Modugno. A Faenza, che
inizia il movimento e dove sin dal primo giorno si concede il pane a
30 centesimi, si arriva alla costruzione di vere barricate; ma non si
deplora un eccidio come a Bagnacavallo. Tra Prato e Sesto Fiorentino,
tra Parma e Piacenza da un lato, Monza, Luino e Soresina dall’altro,
in ambienti tanto diversi, intercedono le medesime differenze dianzi
accennate e che si verificarono anche in Sicilia nel 1893-94. Ciò prova
che dovunque le autorità furono longanimi e prudenti si evitò o si
ridusse a ben poca cosa il versamento del sangue.
Se in questa diversità di risultati c’entrano le differenze individuali
delle autorità locali, c’entra in misura maggiore la mancanza di savia
ed uniforme direzione dal centro.
Ho enumerato senza alcun ordine le città, i paesi, i villaggi che
somministrano elementi alla cronaca sanguinosa perchè l’apparente
disordine si presta a considerazioni d’indole apparentemente geografica
che assurgeranno più tardi ad importanza maggiore per giudicarne
l’indole. Anzitutto, se in generale si può affermare che i tumulti
cominciano nel mezzogiorno per propagarsi gradatamente al settentrione,
non è meno vero, però, che la prima scintilla si parte dal centro
e dal nord della penisola — Faenza e Finale Emilia — e divampa più
qua e più là, mostrando che le cause determinanti esistono in tutta
la penisola ed agiscono disordinatamente e contemporaneamente sui
grandi e sui piccoli centri, senza che possa affermarsi esservi
una prevalenza decisa dei primi o degli ultimi in guisa che possano
stabilirsi i primitivi centri d’irradiazione. Solo può rilevarsi che i
casi di Milano esercitarono maggiore influenza degli altri se si deve
giudicarne dal numero delle località che furono tumultuanti il giorno
nove Maggio.
Il fenomeno è naturale ed ha la sua ragione di essere in quella specie
di egemonia, che la _capitale morale_ esercitava ed esercita in gran
parte d’Italia ed a cui si sottraggono l’estremo mezzogiorno e la
Sicilia. Si noti intanto che Firenze non ricordava forse da secoli
tumulti quali quelli del 1898; che Napoli abbandona la sua proverbiale
indifferenza apatica e memore delle prime prove dell’agosto 1893,
persiste per più giorni nei tumulti senza lasciarsi intimidire dagli
apparecchi micidiali di guerra teatralmente allineati nelle sue
piazze e vede le sue donne smunte, i suoi fanciulli laceri, le sue
larve di lavoratori sfidare la forza pubblica ed in qualche momento
affrontare serenamente la morte. Il contegno di queste due città da
solo somministra all’osservatore politico qualche indicazione, che
non dovrebbe andare perduta per valutare al giusto lo intervento delle
cause, che riuscirono ai tumulti.
Un’ultima constatazione mercè la quale la geografia e la cronologia
alleate rivelano l’indole dei luttuosi avvenimenti in discorso.
Il 1º Maggio, giorno sacro pei socialisti e che avrebbe potuto fornire
occasione a dimostrazioni facilmente degeneranti, passa tranquillo dove
i socialisti sono forti per numero e per organizzazione. Solo a Rimini,
a Bagnacavallo ed un poco a Ferrara, contrade pervase discretamente
dalla corrente delle nuove idee, nel giorno della festa del lavoro vi
furono tumulti; prevalsero questi nel mezzogiorno — Napoli, Monopoli,
Minervino Murge, Molfetta, Benevento, Resina, Ponticello, Giuliano,
ecc. — dove possono esservi socialisti, ma non esiste affatto un
partito socialista, nemmeno in embrione.
E chiudo questa cronaca sanguinosa con cifre, che, per quanto
incomplete, riescono dolorose ed eloquentemente rivelatrici.
Bisogna rinunziare ad enumerare gli arresti. In un giorno c’erano oltre
500 detenuti per causa dei tumulti nelle carceri giudiziarie della
sola Bari; 300 cittadini in una volta furono imprigionati a Livorno;
un migliaio circa in più volte in Napoli. In Italia gli arresti, senza
timore di esagerare, si può affermare, che nel periodo dei tumulti
dovettero contarsi a decine di migliaia.
La statistica dei ferimenti tra i cittadini è ancora più incerta;
chi è ferito nei tumulti si presume che abbiavi preso parte. Non si
ammette che sul luogo ci si sia trovato accidentalmente o trascinato
dalla marea; perciò se fa noto il suo stato è sicuro che egli verrà
sottoposto a processo. In questo caso sarà fortuna se uscirà assolto;
ma nessuno lo risarcirà mai dai parecchi mesi di carcere preventivo
sofferto. Si comprende perciò che il numero dei feriti tra i cittadini
denunziati dai giornali dal 26 Aprile alli 11 Maggio debba essere molto
al disotto del vero; riuscii a raccoglierne circa duecento, ma con
molta probabilità avranno passato il migliaio.
Più sicuro è il numero dei morti e ce ne furono cinquantuno oltre
quelli di Milano. La forza pubblica non ebbe che un morto e ventisette
feriti; e tra le ferite furono calcolate le leggere contusioni. Nella
forza pubblica le lesioni furono quasi tutte lacero-contuse. Il popolo
in armi, che movevasi in seguito a complotto preordinato da lunga mano,
non possedeva che sassi e bastoni!