LA MARCIA DELLA SOMMOSSA

La formula: _riforme o rivoluzione_, — formula adottata dal partito

repubblicano parlamentare nel manifesto indirizzato al paese

all’indomani della repressione dei tumulti di Aprile e Maggio 1898

(_Rivista popolare._ Anno III, 21) — sembrerebbe adatta a chiudere

questo studio; invece la si è allogata nel proemio. Non a caso. Al lume

del dilemma che la storia pone ai governanti d’Italia si può esaminare

quali le tendenze che si possono constatare per prevedere, entro i

limiti delle previsioni sociologiche, se si otterranno le _riforme_ o

se si arriverà alla _rivoluzione_.

Queste tendenze non si possono indurre dalla osservazione degli

avvenimenti svoltisi nel corso di pochi anni; nè si può assicurare che

le _riforme_ non verranno più tardi solo perchè esse non vengono fatte

immediatamente. Ogni _riforma_ la quale vuole raggiungere lo scopo

prefisso dev’essere preparata e maturata con intelletto e con amore,

con conoscenza piena delle condizioni da modificare e delle altre, che

alle medesime si spera sostituire.

Il malessere economico, politico e morale in Italia non data da

pochi anni, perchè dal 1870 in poi è andato crescendo, quasi senza

interruzione; i segni ne furono manifesti e indussero allo studio delle

cause che lo generarono i privati e lo Stato.

Questi studî sono notissimi e non occorre enumerarli; tra i tanti

basta ricordare l’_Inchiesta parlamentare agraria_, che se ha poco

valore in alcune parti, ne ha uno sommo nel Proemio e nella conclusione

magistralmente esposta da Stefano Jacini.

Dal volume breve di mole e ricco di contenuto dell’illustre senatore

lombardo sono scorsi alcuni lustri e di rimedî adottati tra quelli

indicati come necessari ed urgenti si ha scarsa notizia e magrissimi

risultati. Sicchè da allora ad oggi i mali deplorati, anzicchè

diminuire, andarono crescendo in guisa da rendere facile a qualunque

osservatore mediocre la previsione di qualche catastrofe, per la

innegabile persistenza delle classi dirigenti nel sistema di governo

che era riuscito disastroso per tanti anni.

Se il periodo dell’osservazione in Italia fosse soltanto durato da

Caltavuturo — 21 Gennaio 1893 — alla primavera del 1898, si potrebbe

dire che esso sarebbe stato insufficiente per indurre le tendenze?

Ciò potrebbe dirsi pel passato remoto; non più oggi. Nella esperienza

sociale c’è acceleramento rapidissimo ch’è in ragione diretta del tempo

trascorso e dell’esperienza aumentata in ragione composta dei mezzi di

studio sempre più copiosi e perfezionati e degli altri per divulgare i

risultati raccolti.

Infatti in Inghilterra non si comprende la lentezza delle nostre

_Inchieste_ e l’oblìo cui vengono condannate dopo compiute — condizioni

tra noi divenute inseparabili e che destano un sorriso d’incredulità

quando qualcuna nuova ne viene annunziata. Il pubblico, anzi, l’accetta

come una indecente mistificazione; ed a giudicarne dalla ordinaria

inutilità, non sbaglia.

Dell’Inghilterra, invece, si sa questo: che cominciato lo studio delle

condizioni delle _Trade-Unions_ nel 1867 in seguito ai _delitti di

Sheffield_, si venne ai primi provvedimenti nel 1871; che constatata

con una inchiesta nel 1868-69 la poca diffusione dell’istruzione, si

ebbe il primo _Education act_ nel 1870; che ripreso, con un’altra

inchiesta lo studio dell’Irlanda nel 1879-80 il Gladstone dette il

grande _land act_ per l’isola Verde nel 1881. Gli esempi potrebbero

continuare; e il significato di questa lodevole rapidità nel far

seguire il rimedio alla diagnosi non può essere infirmato dalla

relativa lentezza sui provvedimenti radicali per combattere la

_disoccupazione_; a riguardo della quale, del resto, alcune misure

parziali lenitive si sono prese. Ma qui conservatori, liberali,

radicali e socialisti, che hanno rivolto le loro cure al grande

problema, con pari ardore, si capisce che devono procedere coi piedi di

piombo, perchè si tratta di una delle manifestazioni più salienti della

questione sociale.

Quanto diversa corre la bisogna in Italia! Quel capitolo degli

_Avvenimenti di Sicilia_ che intitolai dalla desolante inazione del

governo di fronte ai mali constatati — _Nulla è mutato!_ — potrei

ripeterlo oggi applicandolo all’Italia tutta, e potrebbesi rendere il

titolo più espressivo e corrispondente alla verità affermando che da

allora ad oggi: _Molto s’è peggiorato!_ Al lume dei fatti si vedrà che

questo pessimismo è giustificato.

La necessità e l’urgenza di opportuni provvedimenti che dalla Sicilia

si estendessero a tutta la penisola ed alla infelicissima tra le

sue regioni, la Sardegna, emergevano evidenti dalle discussioni

parlamentari del 1894, continuate ed allargate successivamente.

Furono gli ardenti unitari come Fortunato, Imbriani, ecc., che

insistettero nel dimostrare che il disagio che affliggeva le

popolazioni al di là dello Stretto, imperversava del pari in tutto

il resto del regno. Era vero; ed erravasi soltanto affermando che in

Sicilia il malessere non avesse caratteri particolari, che lo rendevano

più sensibile.

Qualche cosa si fece per la Sicilia — utilissima l’abolizione

del dazio di uscita sui zolfi, che permise la costituzione

dell’_Anglo-Siciliana_; e ciò, in parte, spiega la tranquillità del

1898 di alcune provincie. Ma le condizioni peggiorarono nella penisola,

o almeno non furono sensibilmente alleviate. Era prevedibile quindi, e

fu previsto, che le manifestazioni del disagio, dovunque non ne erano

state rimosse o attenuate le cause, dovessero presentarsi o continuare.

La scintilla, perciò, che nel 1892-93, poco mancò non divenisse grande

incendio in Sicilia, varcò lo stretto negli anni successivi.

Dal 1894 a tutto il 1897, in corrispondenza della varietà delle

condizioni economiche, politiche, morali e intellettuali, che è

propria delle diverse regioni d’Italia — fatta federale dalla natura

e dalla storia — i segni del malessere profondo sono differenti nel

mezzogiorno, nel centro e nel settentrione.

Mentre in Sicilia, nel Napoletano, nel Lazio si tumultua, s’incendiano

le case comunali, gli uffici daziari al grido _Viva il Re_ e si

continua ad eleggere quei deputati e quei consiglieri provinciali e

comunali, cui si attribuiscono i malanni contro i quali si sollevano;

nel Piemonte, in Lombardia, nella Emilia, ecc., — regioni dalla

maggiore coltura intellettuale e politica e dall’industria maggiormente

sviluppata — la protesta assume forme e caratteri moderni e civili:

le sofferenze dei lavoratori si traducono in iscioperi, in elezioni di

consiglieri e deputati repubblicani, socialisti ed anche conservatori

nel senso buono — appartenenti, cioè, a quel gruppo, che fa capo

all’onor. Colombo e che da anni domanda un mutamento d’indirizzo nella

politica e nell’amministrazione dello Stato.

La storia di questi scioperi — parzialmente illustrati con metodo

positivo dall’Einaudi — e di queste elezioni come prodotto del

malcontento e del disagio è ancora da farsi e deve mettersi in chiaro

l’anomalia del buon successo degli scioperi agricoli a preferenza di

quelli industriali. È certo, però, che i governanti, di fronte a queste

proteste civili e moderne, tennero un contegno incivile e disumano:

non seppero che applicare l’art. 247 ed altri analoghi articoli del

Codice penale — che in Italia stanno a fare le veci del _picketing_

inglese! — ricorrere alla violenza ed organizzare la concorrenza nel

lavoro dei soldati a benefizio dei capitalisti. Questi esempi, che

venivano dall’alto dovevano consigliare i lavoratori dall’affidarsi ai

mezzi legali e convincerli, al contrario, che essi non potevano sperare

salvezza e miglioramento se non dall’uso della forza brutale.[5]

Si accenna appena a queste manifestazioni legali del disagio

illegalmente represse dal governo che sotto Di Rudinì volle acquistare

fama non bella a Molinella, come altri se l’aveva assicurata

tristissima a Conselice; e si è anche costretti a sorvolare sulla

inattesa agitazione agraria delli Castelli Romani — inframescata di

violenze, di ferimenti, di arresti e di processi; ma tanto legittima

nelle sue cause da accapparrarsi le simpatie e la benevolenza degli

ufficiosi del tempo — l’està del 1897 — e di alcuni rappresentanti del

potere politico: Bonerba ispettore di Pubblica Sicurezza e Marchese

Cassis ispettore generale al ministero dell’interno. È tutto dire! Si

fa una semplice menzione della grande manifestazione di Roma contro la

ricchezza mobile, che ebbe il suo epilogo tragico in Piazza Navona;

e la si ricorda particolarmente: da un lato perchè sintomatica del

generale malcontento della borghesia; dall’altro perchè segna la sua

illogica e contradditoria condotta. Questa borghesia, infatti, che fa

le elezioni, che ha in mano le redini del governo e vuole la politica

dispendiosa, ha perduto il diritto di protestare contro la soverchia

gravezza delle imposte: se vuole gli obbiettivi dei megalomani deve

somministrare i mezzi per conseguirli.

Si sorpassa su tutte queste manifestazioni che si svolsero dal

gennaio 1894 al maggio 1898 che rappresentano gli anelli della catena

interminabile del malcontento e che sono degnissime dello studio

dello psicologo politico, per venire a quella che rimarrà lugubremente

celebre negli annali nostri come la _protesta dello stomaco_.

La protesta dello stomaco per un momento ridà all’Italia una unità di

sentimenti, che le mancava da anni parecchi; la protesta dello stomaco

assegna al nostro paese un posto speciale, perchè vide riprodurre

fenomeni che non si credevano più possibili nella civile Europa

occidentale in questo scorcio di secolo. Infatti solo da noi si ebbero

i tumulti per carestia, per fame, per cause che agirono egualmente

presso gli Stati del vecchio continente, ma senza produrre gli effetti

dolorosi, che rimangono propri ed esclusivi dell’Italia.

L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione) · 第 9 / 46 题