AVIGNONE.

(1860).

Esiste un prestigio incancellabile in questo nome di Provenza, e questa

contrada, irradiata dal più bel sole, rinomata per il suo bel canto,

ricca di vigneti e di olivi, irrigata da un grande fiume, animata da

mille ricordi dei tempi antichi, esercita tuttora un vero fascino sopra

gli abitanti dei paesi settentrionali. Il riflesso romantico delle

canzoni dei trovatori sta su di essa come la gloria di un tramonto

sanguigno; imperocchè quell'epoca della poesia del medio evo è

tragicamente collegata allo sterminio degli Albigesi, di quegli eretici

coraggiosi, di quegli eroi del pensiero, che insanguinarono la poesia

provenzale, la libertà delle repubbliche cittadine della Francia

meridionale, la civiltà sociale di quelle contrade. Fu quello uno dei

punti culminanti della storia del medio evo; i contrasti di tale epoca,

sempre forti e pronunciati, lo furono maggiormente ancora colà ed in

quel periodo di tempo di libertà e dispotismo, di amore poetico,

voluttà, ed inquisizione, di fiori, feste e roghi fumanti di Giraldo di

Borneil e di Pietro di Castelnau; di Bertran del Bornio e di S.

Domenico. Si aggiunga l'attrattiva di una lingua melodiosa, nobile, la

quale a poco a poco venne scomparendo del tutto, della lingua più antica

fra le lingue romane, nella quale si scrisse e si poetò prima che

l'italiano s'innalzasse a lingua letteraria; della lingua d'Oc o di

Occitania, dalla quale ebbero origine quasi per contatto geografico le

tre lingue principali di razza latina, l'italiana, la spagnuola e la

francese.

Non havvi per avventura in tutta la Francia una provincia, nella quale

si vada con eguale commozione. Se non che il treno corre troppo rapido,

e quella contrada curiosa, le sue roccie rossicce, i suoi castelli

diroccati, le sue città cupe e malinconiche, le sponde ridenti de' suoi

fiumi, i suoi aranceti, i suoi vigneti passano non meno rapidamente

davanti al viaggiatore che i ricordi storici evocati dall'aspetto di

quelle regioni, Bosone di Arles, Raimondo di Tolosa, Simone ed Amaury di

Monfort, i conti di Beana e di Oranges, Innocenzo III, Carlo d'Angiò,

Ludovico VIII, S. Domenico, i trovatori, i santi, gli eroi, i sette Papi

d'Avignone.

La Provenza, del resto, ha tutt'altro che l'aspetto di un paradiso; in

molti punti la si potrebbe paragonare ai deserti dell'Arabia. Le

contrade sono sassose, arse dal sole, spesso di aspetto selvaggio,

bizzarro, malinconico, cupamente severo. Allorquando vidi quest'arida

regione, compresi come avesse potuto esser teatro di guerre fanatiche e

religiose; come su questa terra bruciata dal sole dovesse crescere una

razza di uomini appassionata, come quivi, del pari che nelle Calabrie,

dovessero regnare le passioni più svariate, ascetismo, entusiasmo,

arditezza di concetti filosofici, amore di libertà.

Vive ancora qui la maledizione delle terribili crociate contro gli

Albigesi, gli Ugonotti, delle guerre delle Cevenne, delle conversioni

tentate da Ludovico XIV per mezzo dei suoi dragoni. Quasi si direbbe che

le città deserte, i castelli che sorgono in rovina in cima alle rupi,

sembrino parlare tuttora di quei tempi, come dei saturnali sanguinosi

dell'ultima rivoluzione; e non fanno per certo lamentare la caduta della

tirannia feudale. Se non che, non sono soltanto i castelli rovinati, che

portano questa impronta severa e malinconica; la posseggono pure i

villaggi, le città fabbricate con una roccia di colore giallo-rossiccio,

che si direbbe infuocata, al mirarla fra le fronde magre dei gelsi e

degli olivi. Neppure nei monti più selvaggi dello Stato Pontificio, nei

monti Volsci, nella Sabina, neppure nella Corsica, ho veduto villaggi

egualmente malinconici. Sono per lo più fabbricati alla rinfusa, senza

ordine; le case costrutte di piccoli e rozzi sassi, coi tetti acuminati,

sono piccole, a forma quasi di capanne; qua e là si scorge una finestra

senza impannata, chiusa unicamente da imposte di legno; qualche volta

l'intera parete ha soltanto una finestra e una piccola porta. Le strade

sono piccole, strette, oscure, tortuose; meritano a mala pena quel nome,

perchè, o disseminate qua e là senza ordine di sorta, od ammonticchiate

le une sopra le altre, non si prestano alla formazione di strade

regolari, e sembra piuttosto di trovarsi nei giri tortuosi del letto di

un torrente, che in vie aperte alla comunicazione scambievole degli

uomini.

Generalmente, sorge sopra ogni villaggio un castello rovinato, quasi

marchio in fronte al sanguinoso medio evo. Pochi sono gli indizi, le

traccie di arti belle; le chiese stesse sono più che modeste, e di

architettura tutta primitiva. La vita che si vive in quei paesi pare

estranea alla civiltà, porta in generale l'impronta della selvatichezza

e della miseria. Difatti, per qual motivo i contadini abbastanza agiati

di oggidì, i quali non hanno a temere più nè gli arbitrî nè i soprusi

dei baroni, nè le scorrerie dei soldati di ventura, nè le sorprese dei

satelliti dell'inquisizione, continuerebbero a rintanarsi in quelle

meschine catapecchie, tristi avanzi del medio evo? L'abitudine è

certamente, se non sempre dolce, pure abbastanza tenace, e gli abitanti

del mezzogiorno sono più ostinati degli altri nei loro usi, nei loro

costumi, particolarmente nelle regioni aride e montuose, di per sè

ribelli al progresso agrario, e l'inerzia ed il sudiciume sono purtroppo

qualità caratteristiche delle contrade.

Parlo dei piccoli villaggi della Provenza, non delle grandi città

avvezze alla civiltà, alla vita sociale, le quali però sono esse pure di

aspetto malinconico, decaduto e sudicie esse pure. Così è Donzères, così

Mondragone col suo nero castello, così la Palud Mornas con le sue

memorie sanguinose, Piolenc (nomi strani, bizzarri, sonori) così pure

Orange, che richiama tutto ad un tratto al ricordo della storia della

Borgogna, dei Paesi Bassi, dell'Inghilterra ed anche della Prussia; sede

una volta dei principi, da cui derivò la casa di Orange, ma pur sempre

città piccola, d'aspetto cupo, notevole per alcune antichità romane e

medioevali.

Nelle campagne regna un profondo silenzio; si vedono appena qua e là

alcuni contadini intenti a lavorare la terra, e, nonostante la vicinanza

di due grandi città commerciali, quali sono Lione e Marsiglia, non vi si

scorge quasi indizio di attività industriale e commerciale. Anche le

stazioni della strada ferrata sono in generale vuote di passeggieri; ad

ogni stazione però stanno aspettando preti col loro breviario, monache

coi loro rosari e con le loro grandi croci. In una parola, questa

contrada non è contrada francese; queste popolazioni dalla faccia

abbronzata dal sole, dai capelli neri, non sono francesi; sono preti

romani, o popolo misto di liguri, celti, borgognoni, visigoti, romani ed

anche di greci massilioti, i quali tutti popolarono queste regioni con

le loro colonie.

Le sponde qua e là altissime del Rodano, con le loro tinte calde,

l'aspetto affascinante di esse in molte parti, come all'incantevole

Roche de Glun, eccitano la fantasia, e quanto più uno si inoltra nel

sud, tanto più il paese gli appare bello e originale.

Presso Mornas vidi i primi olivi, ma sembravano ancora delle piante

esotiche. Di limoni e di aranci non ne vidi, ad onta della prossimità

della città di Orange. Presso Sorga si varca il celebre torrente di

questo nome, il quale scende dai monti romantici di Valchiusa, dove

Petrarca cantò la bella Laura. Sorge in vicinanza Avignone, sul possente

Rodano, e di là signoreggia tutta la contrada il palazzo dei Papi, uno

dei più cospicui monumenti che ci siano rimasti del medio evo,

gigantesco, di aspetto cupo; esso richiama alla memoria in certo modo

quelli d'Egitto.

Avignone non è nè grande nè bella città, però varia di aspetto ed

originale. Ai tempi dei Papi contava ottantamila abitanti; oggidì sono

ridotti a trentasettemila quelli del decaduto capoluogo del dipartimento

di Valchiusa. Al pari di tante città d'Italia, dalle quali si ritirò la

vita storica, non è più che un monumento senz'anima. L'aria vi è, per

così dire, impregnata di leggende, di storia, ma non già, come quasi

ovunque in Italia, di belle e poetiche tradizioni; qui tutto è severo.

Vi abbondano il fanatismo, la prepotenza baronale, l'assolutismo

clericale; mancano la vita civile, il soffio della democrazia, i

contrasti armonici della vita attiva e del genio della civiltà. L'ombra

del suo medioevale castello ciclopico si stende su tutta la città, e si

direbbe la opprima, le impedisca di risorgere; guardando da quello

Avignone, si pensa involontariamente ad un legittimista caduto in bassa

fortuna, sul logoro abito di velluto del quale, si scorgano tuttora

vestigia di ricami in oro.

Allorquando camminavo sul selciato, veramente cattivo, di queste strade

oscure e contorte, mi pareva di trovarmi ancora in Anagni, dove pure più

d'una volta tennero corte i Papi e dove sussistono tuttora le rovine del

palazzo di Bonifacio VIII. Quella città è decaduta, deserta, polverosa,

incresciosa, quanto lo è appunto Avignone. Fu in Anagni che Bonifacio

VIII fu sorpreso e trattato nel modo più indegno da Guglielmo di

Nogaret, inviato dal re di Francia Filippo il Bello. Pochi anni dopo lo

stesso re Filippo portava il papato esautorato e ridotto a' suoi voleri,

nella cattività francese, o, come fu detta, di Babilonia, fissandone la

sede quivi in Avignone. E queste reminiscenze storiche, queste relazioni

fra le due città, mi facevano pensare sempre più ad Anagni, della quale

serbavo profondo ricordo.

Le mura stupende della città, opera dei Papi, con le loro torri

quadrate, con i loro merli, con le loro porte; l'alta ed ampia rupe

(_Rocher des Doms_) con la cattedrale e coll'immenso palazzo; la città

di aspetto grigio, dalla quale sorgono alcune antiche torri, il Rodano

che lambe le mura; gli avanzi pittoreschi del ponte di S. Benezet; il

ponte sospeso che porta nell'isola sul Rodano; sull'altra sponda di

questo, l'aspetto bizzarro di Villeneuve-les-Avignon con le sue torri, e

col suo castello; tali sono i caratteri principali, che prima appaiono,

di Avignone.

La posizione della città, senza essere straordinariamente bella, non

manca però di un certo pregio; imperocchè il nobile fiume dà alla città

stessa ed al suo territorio un carattere di grandezza e di maestà.

L'orizzonte è vasto e bello, e mi sorprese, ad onta delle mie fresche

reminiscenze d'Italia, quando dalla riva del Rodano salii la lunga ed

ampia gradinata che porta sul Rocher des Doms. Si scorge una campagna di

aspetto completamente meridionale, coltivata ad oliveti, e con

piantagioni di gelsi, di robbia, di viti, attraversata dal Rodano, dalla

Sorga, dalla Duranza, irrigata da numerosi canali, popolata da

moltissimi villaggi. Un cielo limpido e sereno si stende su quella

regione di colline. Sulla sponda destra del Rodano, arida e di tinta

gialla come le roccie della Sicilia, si scorgono le rive di Villeneuve,

il forte S. Andrea, Chateau-neuf-des Papes, i monti ricchi di oliveti di

Valchiusa, più in là l'alto Bentoux, l'azzurro Luberon, le cime delle

Alpi del Delfinato e della Provenza, e finalmente le montagne della

Linguadoca. Tutti questi monti non hanno le belle forme dei monti

italiani, campeggiano però in un'atmosfera e sotto un cielo meridionale,

ed annunciano la vicinanza del bel paese. Allorquando i cardinali

italiani e romani (che sempre ve ne furono alla corte dei Papi francesi)

gettavano lo sguardo su questi campi di Provenza, potevano fino ad un

certo punto trovarvi un ricordo delle bellezze d'Italia ed una

reminiscenza del panorama grandioso di Roma. I cardinali poi, ed i Papi

francesi che l'amore di patria legava a queste contrade, potevano

rivolgere sovra esse con soddisfazione i loro sguardi e consigliare

agl'Italiani di consolarsi col vino eccellente di Borgogna, e con le

belle avignonesi, dagli occhioni neri, diletto, questo, che essi non

disprezzarono mai.

La vegetazione sul Rocher des Domes è tutta quanta meridionale. Vi

crescono e vi fioriscono, sulle terrazze, i leandri, l'alloro, gli

alberi della vite, le ginestre ed i pini, e vi scorsi pure alcune piante

di aloe, per quanto queste piante d'Italia fossero piccole, tisiche,

come piante esotiche. Si capiva che il suolo non era quello ancora, in

cui potessero prendere tutto il loro sviluppo. Nel pensare allo

splendore della vegetazione d'Italia, mi pareva che i Papi avessero

cercato di portare nella cattività di Babilonia la flora romana. Gli

aranci ed i limoni non crescono in Avignone all'aperto, per quanto vi

sia caldo il sole, e non vidi che meschini gli allori, i cipressi ed i

pini, che crescono cotanto maestosi in Roma. Del resto, il suolo di

Avignone è fertile, produce vino ed olio eccellenti, fichi, mandorle e

robbia soprattutto, in grande quantità.

Si riferisce alla coltivazione di quest'ultima pianta una grande statua

di bronzo, che sorge sulla spianata del Rocher des Doms. Avvezzo a

trovare in Italia sulle piazze delle cattedrali la statua del santo

patrono della città, mi mossi verso quella per vedere quale fosse il

protettore di Avignone, e trovai scritto sul piedistallo: _A Jean Althem

introducteur de la garance, les Vauclusions reconaissants.--1846_. Di

fronte alla cattedrale di Avignone, in prossimità del Vaticano francese,

non sorge dunque la statua di un Papa, nè di un martire, nè di un

vescovo, ma quella di un semplice cittadino, il quale introdusse nella

Provenza, non già l'inquisizione, ma una pianticella la quale fa ricco

il paese, tingendo di un bel rosso i calzoni di seicento mila francesi.

E ciò mi confermò che non mi trovavo già in Anagni, ma in una città

della Francia attiva ed industriale, fra Lione e Marsiglia. Giovanni

Althen però non era avignonese, ma persiano. Venne in questa città nel

1756 e morì nelle vicinanze, a Caumont, nel 1774.

Non spirava un soffio d'aria, quando pervenni su quell'altura; benchè

fossimo in ottobre, il sole splendeva ardente sulle nude rocce. Ma il

vento del settentrione, il _maestrale_, come qui lo chiamano, si fa

sentire sovente con forza, e la città vi è molto esposta; di qui

l'antico proverbio:

Avenio ventosa

Sine vento venenosa

Cum vento fastidiosa.

Io però farei una correzione all'ultimo verso, dicendo: _Cum et sine

vento fastidiosa._ Questo proverbio mi ricordò quello di Tivoli: _Tivoli

di mal conforto, o tira vento, o piove, o suona a morto._

Il nome di _Rocher des Doms_ è derivato da _Domnis_ o _Dominis_, e la

cattedrale pure è denominata _Nostra Signora des Doms_. La rupe sopra la

quale sorge è alta centotrent'otto piedi sopra il livello del mare, ed

ottant'un piede sopra Avignone. Colà sorgeva l'antichissima acropoli e

colà ebbero sede, in tutte le epoche, i principali monumenti della sua

storia. Avignone rassomiglia in questo a parecchie città del Lazio e

dell'Etruria, le quali ebbero nel punto più elevato l'antica rocca ed a

fianco di questa il tempio, tanto durante il paganesimo quanto nell'êra

cristiana; imperocchè le cattedrali ed i palazzi vescovili, fortificati

e con le loro torri, furono in generale costrutti con i materiali tolti

dai tempî dei pagani.

Prima di introdurre il mio lettore nel celebre palazzo dei Papi, voglio

da questo Campidoglio avignonese gettare uno sguardo sulla storia di

questa città e de' suoi dintorni, imperocchè, quale linguaggio possono

parlare le pietre e le mura di una località famosa, se non se ne conosce

la vita storica?

L'origine di Avignone è oscura; sorse certamente avanti G. C. I greci la

nomarono _Avenion_, i romani _Avenio_, non si sa se togliendo il nome _A

vento_, _Ab avibus_, _Avineis_, o da altra parola. La città fu

indubbiamente capitale dei Cavari o Celti, i quali popolavano questa

parte delle Gallie, e più tardi vi presero stanza pure i massiloti,

quale un emporio sul Rodano. Avignone fu quindi colonia romana, con

diritto di città latina, ed appartenne al pari di Ginevra, Grenoble,

Valenza, Orange, Carpentras, Arles e Marsiglia, alla provincia gallica

di Vienna nel Delfinato. Tutte queste città fiorirono sotto i primi

imperatori, e si ebbero in esse numerosi monumenti d'architettura

romana. In Avignone, però, nessuno ne rimane, mentre nelle sue

vicinanze più o meno sussistono tuttora, in Orange, Carpentras,

Cavaillon ed Arles. Può darsi sia vero quanto dicono i più recenti

scrittori di Avignone, che quei monumenti siano stati distrutti dai

Borgognoni, dai Goti, dai Franchi e dagli Arabi; se non, che nel

considerare le mura colossali del palazzo dei Papi, mi pareva probabile

che, al pari di molte chiese, di molti palazzi di Roma, dovessero celare

nel loro interno più di un monumento romano.

La Provenza, ultima fra le provincie romane delle Gallie, divenuta

finalmente romana per lingua, per costumi, fiorente per civiltà latina,

ricca di scuole, di accademie, fu posseduta dapprima, per poco tempo,

dai Visigoti, poscia dai Borgognoni; poi divenne provincia franca sotto

Clodoveo. Se non che, tutte le razze germaniche furono sempre odiate dai

Provenzali, i quali parlavano latino, ed anche allorquando i Franchi

diventarono Francesi, la Francia meridionale sulle due sponde del

Rodano, fino ai piedi dei Pirenei, si separò fin quasi ai tempi nostri

per la lingua, per sentimento nazionale, per usanze, per costumi dal

resto della nazione. La Francia meridionale si oppose violentemente alla

dinastia dei Merovingi, quindi dei Carolingi; quelle provincie cercarono

far regno a sè, e di qui ebbero origine i loro rapporti coi Saraceni,

nemici giurati dei Franchi. Ma Carlo Martello, dopo aver sconfitto i

Mussulmani presso Tours, li cacciò pure dalla Provenza, s'impadronì di

Avignone, la quale aveva aperte le sue porte agl'infedeli e la pose a

ferro ed a fuoco. In tal guisa la Provenza venne ridotta a signoria dei

Franchi.

Intanto i Provenzali, dopo la caduta dei Carolingi, si sottrassero alla

monarchia francese; elessero a Vienna (879) a loro re nazionale il conte

Bosone, e così venne fondato il regno di Provenza, il quale ebbe pure il

nome di Borgogna Cisiuranica, siccome quello che comprendeva molte parti

dell'antica Borgogna, la Provenza, il Delfinato, un tratto della Savoia,

Nizza, il Lionese, la Bressa e parte di Friburgo. Rimase separata la

Borgogna Transiuranica fino al 933, nel quale anno i due regni furono

riuniti e formarono il novello regno di Arles. L'ultimo re di questo,

Rodolfo III, chiamò nel 1032 a suoi eredi i re di Germania, i quali

mantennero a lungo su quelle provincie, attualmente francesi, e più a

lungo ancora sulla Svizzera, la supremazia politica.

Sebbene passasse allora la Provenza a far parte del regno di Borgogna,

continuarono però a governarla i suoi conti nazionali, in qualità di

vassalli del regno e dell'impero. Dall'anno 900 in poi presero stanza

in Arles e finirono per ridurre la loro signoria ereditaria pressochè

indipendente, mentre sorgevano anche dei conti nazionali nella

Linguadoca, e vi fondavano la famosa famiglia dei conti Raimondo di

Tolosa.

Avignone appartenne al regno di Arles; ma, oltre i conti di Provenza,

possedevano pure diritti sulla città, quelli di Tolosa, e quelli ancora

di Forcalquier, di guisa che, prima di diventare dominio dei Papi, ebbe

per lungo spazio di tempo tre signori, pur rimanendo soggetta ancora

all'Imperatore di Germania; strana ed assurda combinazione, che solo il

feudalismo e l'intricato suo sistema di diritto pubblico possono

spiegare.

Nell'epoca avventurata in cui principiarono a svilupparsi ed a fiorire

le libertà municipali, anche Avignone ottenne la propria autonomia, come

l'avevano ottenuta Marsiglia ed Arles, e fu governata da consoli e da

podestà, ad imitazione delle repubbliche italiane. L'imperatore

Barbarossa confermò nel 1137 gli statuti di Avignone, ed allora la

fiorente città prese pure il nome di repubblica imperiale.

Poco tempo dopo fu coinvolta nella grande agitazione, nel grande

rivolgimento che prese nome dagli Albigesi.

L'affrancamento, l'emancipazione del pensiero andarono di pari passo

coll'affrancamento della borghesia; e le città della Francia

meridionale, dove fin dai tempi dei Greci e dei Romani eransi mantenuti

sentimenti municipali, inalberarono con ardore la bandiera degli

Albigesi e di Raimondo di Tolosa, per conquistare la loro piena

indipendenza. È noto quale fu l'esito finale di quest'ultima lotta della

Francia meridionale per la sua libertà; le crociate micidiali, bandite

prima da Innocenzo III, quindi da Onorio contro gli Albigesi, ebbero per

fine di annientare la libertà di quelle città, di rovinare la loro

prosperità e di fare assorbire la loro nazionalità dalla Francia.

Simone di Monfort si rese padrone della Linguadoca, la bella proprietà

dei conti di Tolosa; e Roma che a quei tempi regalava regni, quasi fosse

stato il Papa padrone del mondo, lo confermò nel possesso di tali

contrade. Se non che, l'infelice Raimondo e suo figlio, partiti da

Genova, dove si trovavano in esilio, furono accolti con trasporto dalle

repubbliche di Avignone e di Marsiglia, e si riaccese la guerra più

accanita che mai. Un sasso, lanciato dalla mano di una donna, colse al

capo Simone di Monfort, all'assedio di Tolosa, e gli Albigesi

trionfarono per poco tempo.

Soggiacquero alla spada di Ludovico VIII, di cui l'aveva armato Onorio

III. Il giovane Raimondo fu costretto alla pace, cedendo alla corona di

Francia molte delle sue possessioni, ed alla chiesa romana parecchi de'

suoi diritti sopra Avignone ed il contado Venosino. Roma guadagnò nella

guerra contro gli Albigesi il primo titolo ad una novella signoria in

Francia, ed ottenne particolarmente Venasque e Carpentras; sebbene

questa cessione non avesse propriamente che il carattere di un pegno, e

la Chiesa si trovasse poi costretta a dovere restituire quelle città ai

conti di Tolosa. Non dimenticò però mai i suoi diritti, e fin dal 1273

il re di Francia fece cessione assoluta, e per sempre, ai Papi del

contado Venosino.

Avignone, costretta da Ludovico VIII nel 1226 ad arrendersi, rimase

ancora una volta soggetta ai conti di Tolosa ed a quelli di Provenza. Ma

in forza dei patti della pace di Parigi, Raimondo aveva dovuto concedere

la mano della sua figliuola ed erede Giovanna ad Alfonso di Poitiers,

fratello del re. Colla morte del primo, avvenuta nell'anno 1249, si

estinse la famiglia illustre dei conti di Tolosa ed i suoi possedimenti

passarono alla Francia. Uguale sorte toccò alla stirpe dei conti di

Provenza; l'ultimo di questi, Raimondo Berengario, maritò la sua

figliuola Beatrice con Alfonso fratello di Carlo d'Angiò, che fu più

tardi conquistatore di Napoli e carnefice di Corradino, e in tal modo

anche la Provenza passò nel 1245 in potere della corona di Francia.

I due fratelli cercarono di far valere i loro diritti sopra Avignone e

su altre città. Invano si rivolsero le repubbliche minacciate, per

aiuto, al grande imperatore Federico II, loro alto signore, in forza

degli antichi diritti dell'impero; dovettero soggiacere al duro

conquistatore. Avignone si arrese il 10 maggio 1251; scomparvero così i

suoi ordinamenti repubblicani e la fiorente sua civiltà municipale, alla

quale doveva succedere sessanta anni dopo un'altra esotica e curiale,

istituita dai Papi in quella stessa Provenza, che i loro predecessori,

per mezzo di legati, avevano messa a ferro e fuoco, spegnendo la

splendida civiltà della Francia meridionale, la brillante scienza di

Arles, di Tolosa e di Nimes.

Avignone rimase esclusivamente ai re di Napoli, i quali portavano pure

il titolo di conti di Provenza e di Forcalquier. Narrerò poi, nel

palazzo stesso dei Papi, come la Chiesa romana potè ottenere questa

città dalla corona di Napoli.

Il castello cupo, con le sue torri massiccie e colossali, le sue mura

nere e gigantesche, interrotte da poche finestre gotiche irregolari, con

i suoi fossati, con le sue saracinesche, con le sue prigioni

sotterranee, produce non solo un'impressione di tristezza, ma anche

sinistra. Nel complesso, il castello è un brutto edificio, un misto di

fortezza e di convento, di palazzo e di prigione, fabbricato senza

piano, senza disegno: una specie di laberinto. Sebbene la mole abbia una

certa imponenza, questa fortezza papale in Francia, isolata da tutta

quanta la storia del papato, senza veruna connessione con tutti gli

altri monumenti del paese, offre un carattere di casualità, di

meschinità, quando si pensi al Vaticano. Anche a fianco di questo sorge

una fortezza, ma è il mausoleo di un imperatore romano; il genio delle

arti ha ingentilita la sua mole e nelle sue ampie stanze brillano le

meraviglie del mondo classico. A S. Pietro, a fianco del Vaticano,

corrisponde in Avignone la piccola chiesa Notre Dame des Doms, annessa

al castello. Rappresenta dunque, questa residenza passeggera, le sorti

ed il decadimento del papato durante la sua permanenza in Francia; essa

fu una prigione dei Papi, ed il suo castello baronale ricorda l'epoca

del feudalismo, nella quale il supremo gerarca della cristianità non

era altro che un vassallo della Francia e non arrossiva di fregiarsi del

titolo feudale di conte Venosino e di Avignone.

La storia di sette Papi dà vita al castello, ma non basta a riempire

quelle ampie stanze, a popolare le sue mura; appena i Papi ebbero

abbandonato il palazzo, non presentò questo maggiore interesse di tanti

altri castelli baronali.

Sulla porta principale d'ingresso si scorgono le armi di Avignone, una

città sorretta da due aquile, e al disotto tre chiavi papali in oro;

entrando, si trovano cortili deserti, mura altissime, scale eterne,

lunghi corridoi come nei monasteri, cappelle gotiche ora chiuse, ampie

sale attualmente tramezzate, stanze nelle torri, vôlte sotterranee, un

vero laberinto di Dedalo, che fa venire le vertigini. Rimbomba il

tamburo; i soldati gridano, schiamazzano, e, negli splendidi

appartamenti che furono di Clemente VI, si vedono ora lunghe file di

materassi e lunghe file di soldati francesi. Dopo che la rivoluzione del

1790 ebbe cacciato da Avignone i legati pontificî, il palazzo venne

senza difficoltà ridotto ad uso di caserma, e serba tuttora quella

destinazione. Ne ha tutto quanto l'aspetto, essendo stata devastata in

modo barbaro dai soldati durante la rivoluzione, e sotto la

restaurazione del 1815. I preziosi affreschi delle cappelle e di

parecchie stanze furono interamente rovinati, e non vi si scorgono più

che a mala pena alcune reliquie di belle pitture, della scuola di

Giotto.

Queste mura, ora mute, furono testimoni durante settant'anni della

storia del papato, in una delle epoche più memorabili d'Europa, quando

cominciava a splendere di bel nuovo la luce delle scienze.

Il primo Papa di Avignone fu Clemente V, Bertrando du Got, arcivescovo

di Bordeaux, volpe astuta in abiti sacerdotali. Eletto e confermato in

seguito a segrete intelligenze con Filippo il Bello, si fece incoronare

a Lione contro il volere dei cardinali; li costrinse a venire in

Francia, a seguirlo in Avignone, dove fissò la sua dimora nel 1309. La

città apparteneva allora a Carlo II re di Napoli; il Papa, pertanto, era

suo ospite; non esistendo colà palazzo pontificio, Clemente andò ad

alloggiare nel convento dei domenicani. Si prestò servilmente ai voleri

del despota francese, sopprimendo vergognosamente l'ordine dei templari.

Nell'atto di morire, il gran maestro di questi, Giacomo Molay, citò il

Papa ed il Re di Francia fra breve davanti al tribunale di Dio, e volle

il caso che la sua profezia non tardasse ad avverarsi: poichè Clemente

morì in Roquemaure nel 1314. Arricchì i suoi nipoti, ma non lasciò di

sè che la memoria di un ambizioso sordidamente avaro, quale lo

qualificarono due grandi ed illustri fiorentini, storico l'uno, santo

vescovo l'altro.

Dopo la sua morte, Avignone continuò ad essere residenza del suo

successore, provenzale di nascita e contemporaneamente vescovo della

città. Giovanni XXII si lusingò di poterla ridurre a signoria della

santa Sede e di unirla al contado Venosino, ed a Carpentras. Si

rinnovarono nella piccola Avignone le sorti di Roma; i Papi, i quali

avevano a poco a poco acquistato in questa il dominio temporale,

mirarono pure a diventare signori di Avignone, non appena ebbero fissata

ivi la loro dimora. L'energico vecchio si decise di trincerarsi in un

palazzo in suolo straniero, ed in podestà del Re di Francia. Questa

nuova abitazione doveva diventare una rocca con fossi e con torri, ed a

questa si offriva adattissimo il _Rocher des Doms_, che signoreggiava il

corso del Rodano.

Giovanni XXII gettò le fondamenta della rocca di Avignone, e risale alla

sua epoca la maggiore torre, detta _Trouillas_, la quale si estolle

colossale, tuttochè non ultimata. Nel veder sorgere davanti ai loro

occhi questo edificio, i cittadini di Avignone, attoniti, non potevano

comprendere quale fosse la sorte riservata alla loro patria. Giovanni

prese ad abitare la sua fortezza, e si fu da questa che scagliò nel

mondo i fulmini delle sue scomuniche, i quali andarono a colpire anche

Lodovico il Bavaro; ivi accolse pentito l'antipapa Pietro di Corbara, ed

ivi lo tenne prigioniero fino alla sua morte. Giovanni XXII morì nel

1334, in età di novant'anni. Alla sua morte si rinvenne ne' suoi scrigni

l'ingente somma di venticinque milioni di scudi d'oro, dei quali

diciotto in moneta sonante, e sette in vasellami e pietre preziose.

Tali erano le ricchezze dei Papi in quel loro esilio di Babilonia ed in

un'epoca in cui lo stato della Chiesa si trovava in piena rivolta e in

cui tutte quante le Provincie erano rovinate.

Giacomo Fournier fu il terzo Papa di Avignone e prese il nome di

Benedetto XII. Vecchio, senza genio, ma dotto in teologia, succedette

all'abile Giovanni XXII, l'amico dei re, col lodevole proposito di

purgare la Corte papale dal nepotismo e la Chiesa dai mille abusi.

Cominciò allora a regnare nel palazzo pontificio una disciplina severa,

tutta monastica. Se non che lo stesso Benedetto XII, dal quale molto

speravano i Romani, rimase sordo alle loro preghiere, alle loro ripetute

istanze, perchè trasferisse di bel nuovo la sede del Papato a Roma. Il

partito francese vi si oppose virilmente; il re costrinse il Papa a

rimanere in Avignone, motivo per il quale Petrarca lo fece segno ai più

vivi rimproveri.

Benedetto XII ridusse l'abitazione di Giovanni XXII a guisa di fortezza

inespugnabile, dandole anche in certo modo, seguendo in questo la sua

indole, l'aspetto di un monastero; nè poterono più, i suoi successori

mondani, togliere all'edificio questo carattere.

Clemente VI fu uomo di spirito, istruito, d'inclinazioni mondane, un

perfetto gentiluomo della casa di Beaufort, amico del Petrarca, amante

delle belle arti, della poesia, delle scienze; egli chiamò le Muse alla

voluttuosa sua Corte di Avignone. La città che gl'Italiani, nella loro

perdonabile irritazione, nomavano Sodoma, o la seconda Babilonia,

fioriva in quella epoca e brillava di un fugace splendore; in un teatro

così ristretto la Corte dei Papi e dei cardinali non poteva estendersi;

e quei Papi francesi non furono che baroni provenzali, che cittadini

della piccola Avignone. Mentre questa fioriva, Roma era divenuta un

villaggio. Abbandonata dai papi, che avea cacciati le tante volte dalle

sue mura, ne bramava ora ardentemente il ritorno, e dal momento che

questi non si decidevano a ritornare, si abbandonava, la città eterna

ad una delle imprese più singolari che ricordi la storia. Era il tempo

di Cola di Rienzo.

I Romani mandarono un'ambasceria a Clemente VI per sollecitarlo a voler

far ritorno a Roma; trovavasi fra i legati Cola. Fu appunto in Avignone

che Petrarca lo conobbe. Fra gli ambasciatori c'era pure Stefano

Colonna, capo della prima famiglia di Roma, amico del Petrarca, il quale

per certo non nudriva allora il sospetto che fra pochi anni il giovine

notaio avrebbe fatto uccidere i suoi figliuoli ed i suoi nipoti.

Nell'aggirarsi oggidì entro le squallide stanze del castello di

Avignone, sorgono davanti agli occhi Petrarca, madonna Laura, non che la

figura romantica dell'ultimo tribuno dei Romani, e rallegrano così la

tristezza che regna entro a quelle mura. Se non che i soldati dai

calzoni rossi di Napoleone, i quali, tornati appena dai campi di

battaglia sanguinosi di Magenta e di Solferino, si andavano preparando

in questo palazzo dei Papi a partire in guarnigione in quella stessa

Roma papale, la quale trovasi ora in condizioni ben più critiche di

quanto fosse ai tempi di Cola di Rienzo; quei soldati si frapponevano di

continuo fra me e le immagini del passato. Essi non avevano idea veruna

nè di Petrarca, nè di madonna Laura, nè di Cola di Rienzo, nè di

Giovanna di Napoli; sapevano però che quelle mura avevano albergato Papi

e potevano credere che anche attualmente un Papa era in certo modo

prigioniero della Francia, e che si andava dicendo potesse venire

condotto in Avignone. Sì, molte considerazioni mi facevano ricollegare,

in quel castello dei Papi, il tempo dell'esilio avignonese col tempo

presente.

Fu, pertanto, fra queste mura, ed in principio del 1344, che Cola di

Rienzo tenne discorso a Clemente VI. Il momento era splendido, adatto ad

un Demostene, o ad un Cicerone; il giovane oratore aveva posto tutto il

suo impegno per arrivare a commuovere il Papa e quella nobile assemblea,

acquistando contemporaneamente a sè fama non peritura. Fece una pittura

vivace della miseria in cui era caduta Roma, e descrisse in particolar

modo i soprusi, e la prepotenza dei baroni. Questa fu la causa della sua

rovina. I Colonna, fra i quali il cardinale Giovanni ch'era presente,

posero il Papa in guardia contro l'ardito demagogo, e Cola rimase un

certo tempo in Avignone in povero stato, oggetto di scherno da parte dei

cardinali e dei grandi. Allora Clemente VI si trovò costretto a

rimandarlo a Roma, nella qualità di notaro della Camera municipale. Da

quel momento ebbe principio la sua carriera fantastica in Roma, nella

quale si propose non solo di richiamare la città all'antica grandezza,

ma ancora di fondare l'unità d'Italia.

Il grande tribuno ricomparve ancora una volta nello stesso palazzo di

Avignone. Il primo atto del meraviglioso suo dramma aveva avuto luogo in

Roma. Venne nel 1351 quale prigioniero da Praga, consegnato

dall'imperatore Carlo VI. Allorquando giunse in città, scortato da

uomini armati, tutto il popolo si mosse per vedere l'uomo singolare, che

avea operato cose cotanto straordinarie in Roma. Cola fu condotto nel

palazzo, trattenuto ivi in carcere, dove gli si somministrava vitto

scarso; gli venne fatto processo, al quale prese viva parte non solo

Avignone, ma tutto il mondo. Era grande il prestigio del suo nome, de'

suoi atti; la gloria classica di Roma circondava il singolare nipote che

aveva osato vestire la toga e presentarsi qual tribuno del popolo che

egli aveva incantato con uno spettacolo romano. Petrarca scrisse

epistole ai Romani, richiedendoli di tentare, per mezzo di

un'ambasciata, la salvezza del suo infelice amico. Intanto Cola se ne

stava rinchiuso, fantasticando, in una torre del castello, forse in

quella terribile Trouillas che esiste ancora. Veramente non si sa con

precisione il luogo dove venisse rinchiuso, ma la tradizione accenna

quella torre quale sua prigione. La sua prigionìa però si andò facendo

meno severa; gli si mandavano cibi dalla tavola del Papa, gli si permise

di avere dei libri, ed egli si immerse nella lettura assidua di Tito

Livio, nel quale trovava descritta la grandezza antica dei Romani, ed in

cui poteva ravvisare l'imagine tanto delle sue geste, quanto della sorte

che lo attendeva. Visse colà fino all'agosto del 1353, nel quale anno il

successore di Clemente VI non solo gli permise di ritornare a Roma, ma

colà lo spedì in qualità di suo vicario. Lo strano capriccio della sorte

permise al già caduto tribuno d'innalzarsi ancora una volta con

splendore; furono quelli i suoi _cento giorni_ di Roma; poi cadde

trafitto da una spada, ai piedi del Campidoglio.

Domandai se per avventura esisteva nel palazzo qualche ricordo della

presenza di quest'uomo singolare, ed il custode mi fece vedere un

ritratto di Cola, che teneva nella sua stanza. Questo ritratto, dipinto

ad olio, lo rappresentava in abito di senatore, con la testa dai

riccioli neri, coperta da un berretto rosso. La sua testa grande e molto

espressiva, il viso nobile, senza barba, presentava la fisonomia larga e

grassa che si dice che Cola avesse avuto nell'ultimo periodo di sua

vita. Il naso aquilino, di profilo prettamente romano, rivelava

energia; lo sguardo era tranquillo e imperioso. Sotto il ritratto lessi

queste parole: _Nicolas Calabrini dit De Rienzi, tyran de Rome en 1347_.

Questo ritratto non aveva, a dire il vero, verun carattere di

autenticità, ed apparteneva fuor di dubbio al tempo in cui il gesuita

Cerceau pubblicò l'opera, senza valore: _Conjuration de Nicolas Gabrini

dit De Rienzi, tyran de Rome,_ venuta alla luce in Amsterdam nel 1734.

Un'altra figura storica del tempo di Rienzi e Petrarca aleggia nel

palazzo di Avignone, quella di una bella e giovine principessa, accusata

dell'uccisione del marito ed assolta dal Pontefice; Giovanna I regina di

Napoli e signora di Avignone e della Provenza. Quale erede del regno,

era stata fin dalla fanciullezza fidanzata dal suo avo Roberto I al

giovane principe Andrea d'Ungheria. Questo re morì il 19 gennaio 1343,

dopo aver stabilito un consiglio di reggenza per la durata della

minorità di Giovanna. La principessa, giovane di sedici anni, punto non

amava il suo consorte, di cui probabilmente non hanno gli storici

napoletani esagerati i modi rozzi e la inettitudine. I baroni napoletani

mormoravano contro la tracotanza degli Ungheresi che circondavano la

giovane corte; decisero di sbarazzarsi di Andrea, tanto più che

Clemente VI aveva di già pubblicata la bolla che prescriveva

l'incoronazione anticipata del minorenne Andrea.

Giovanna trovavasi, il 18 settembre 1345, in Aversa col re suo consorte;

nella notte Andrea venne chiamato fuori dei suoi appartamenti col

pretesto di ricevere dispacci importanti, e, non appena l'infelice

giovane apparve al balcone, fu afferrato da persone mascherate, le quali

gli gettarono un laccio al collo e lo precipitarono, senza far rumore,

nel giardino, dove si trovò al mattino il suo cadavere appeso ad una

fune. Il popolo si commosse; la regina fuggì in tutta fretta a Napoli,

dove si rinchiuse nel suo palazzo; la voce pubblica l'accusò di aver

ucciso il marito, o, per lo meno, di essere complice dell'assassinio di

questo. Ebbero luogo processi ed esecuzioni per ordine tanto di

Giovanna, quanto del legato pontificio, che non si tardò a spedire da

Avignone.

Intanto Ludovico di Ungheria, fratello dell'ucciso, preparava un

esercito per muovere contro Napoli e vendicare la morte di Andrea; nel

che riuscì completamente. Giovanna, giovane, bella, voluttuosa, come in

tempi posteriori Maria Stuarda, e intelligente al punto che si diceva

aver ereditate le splendide doti d'ingegno del suo grande avo, non

sapeva in qual modo sottrarsi al pericolo imminente che la minacciava.

Tolse a marito Ludovico di Taranto, suo cugino, per il quale nudriva una

tenera passione già prima della morte del marito. Intanto il mondo

risuonava delle accuse del re di Ungheria e delle proteste d'innocenza

di Giovanna; le opinioni erano divise.

Comparvero gl'inviati di Ludovico e di Giovanna a Roma, davanti a Cola

di Rienzo, e la regina si abbassò innanzi al tribuno del popolo, allora

padrone di Roma e nello splendore della sua possanza, protestando la sua

innocenza, con umili e lusinghiere epistole, accompagnate da ricchi

doni. Sottraendosi però alla collera dell'ungherese il quale si

avvicinava, si avviò, nel gennaio del 1348, in Provenza, sua proprietà,

in compagnia del novello marito, e si presentò in Avignone a Clemente

VI, il quale, feudatario di Napoli ed iniziatore del processo aperto

contro di lei, era ad un tempo suo giudice e suo signore.

Il Papa le assegnò a stanza Villeneuve, sopra la sponda opposta del

Rodano; convalidò il secondo matrimonio di lei, che non era conforme

alle leggi canoniche, e fece istruire il processo, invitandola poi a

comparire nel proprio palazzo, davanti ai cardinali ed ai baroni di

Provenza. Giovanna pronunciò davanti all'assemblea una orazione latina

a sua difesa, con tanto spirito, con tanta tranquillità, con tanta

sicurezza, che tutti rimasero compresi di stupore. Il suo comparire in

attitudine di accusata, di esule, la memoria del suo grande avo Roberto,

protettore illustre della Chiesa e, più di tutto, la sua gioventù, la

sua bellezza, la sua grazia, commossero tutti gli animi, e la giovane

regina fu assolta dall'accusa di uxoricidio.

Bastò questo giudizio dei cardinali ad assolverla davanti alla propria

coscienza? Era dessa veramente innocente quale la proclamarono? Fra gli

storici napoletani, gli uni la condannano, gli altri l'assolvono, e la

sentenza imponente dello storico d'Italia di maggior peso l'addita quale

complice almeno del misfatto. Dessa fu consapevole del reo disegno, e

non vi si oppose; al pari di quanto fece più tardi Maria Stuarda, in

occasione della morte di Darnley.

Giovanna si preparò a far ritorno a Napoli per riconquistarvi il suo

regno. Aveva d'uopo d'uomini e di danaro, e vendette, l'8 giugno 1348,

la città di Avignone al Papa per la meschina somma di ottantamila scudi

d'oro. Si trassero da questo fatto severe conclusioni; nessuna prova

esiste a conferma di esse, ma il sospetto è facile a spiegare.

L'uccisione di un re e l'assoluzione di una regina accusata di averlo

spento, furono quelle che ridussero Avignone in signoria dei Papi.

Giovanna riacquistò il regno di Napoli, che governò con senno e prudenza

per molti anni, in mezzo ad agitazioni continue. Morto Ludovico di

Taranto, sposò Giacomo di Aragona, e venuto a morte questi pure, tolse a

quarto marito Ottone di Braunschweig. Cadde poi nelle mani di Carlo III

di Durazzo, suo parente e nemico a morte, e questo pretendente alla

corona ordinò ai suoi scherani di farla perire della stessa sorte

toccata al suo primo marito. Così Giovanna di Napoli fu strangolata nel

castello di Muro, nelle Puglie, nel 1382.

Mentre le mura del palazzo di Avignone richiamavano nella mia memoria

questo episodio sanguinoso della storia del reame di Napoli, il mio

pensiero si fermava a considerare le condizioni attuali del regno

stesso, le cui sorti incerte ed agitate traggono a sè l'attenzione di

tutta quanta l'Europa. Pensavo al giovane re Francesco rinchiuso nelle

mura di Gaeta, erede degli errori e delle colpe de' suoi padri,

fuggiasco dalla sua capitale, abbandonato dal suo popolo, stretto

d'assedio dalle truppe italiane nella sua ultima fortezza, minacciato

dal re di Piemonte, che mira a precipitare dal trono il suo congiunto,

inalberando l'antica bandiera di Cola di Rienzo, la bandiera dell'unità

d'Italia, con Roma capitale. Il fuoco dei cannoni di Gaeta è l'ultimo

lampo del tramonto di un dispotismo che non poteva più durare.

Avignone, pertanto, era diventata, come abbiamo visto, proprietà della

Santa Sede, e Clemente VI non tardò a prenderne possesso con sua grande

soddisfazione, perchè vi si sentia non meno signore di quanto lo fosse

già in Venasca e Carpentras. In un'epoca in cui la Chiesa era venuta

perdendo a mano mano i suoi possedimenti in Italia, quel tratto di terra

provenzale doveva apparire ai Papi come un vero asilo e come un rifugio

inaccessibile alle tempeste, dinanzi all'aspetto della rivoluzione che

sembrava dovesse di giorno in giorno scoppiare in Roma. Mentre per varî

secoli erano stati dalla ribellione cacciati ripetutamente dall'Urbe ed

era colà la loro esistenza divenuta continuamente precaria, in Avignone

avevano quiete e tranquillità, ed i settant'anni d'esilio di Babilonia

furono per lungo tempo i soli anni pacifici del Papato. Non c'è, quindi,

da stupire che i Papi esitassero a staccarsi da Avignone.

Se attualmente la Chiesa romana possedesse un territorio di là dalle

Alpi, non sarebbe improbabile che Pio IX, in condizione di cose che

ricordano l'epoca di Cola di Rienzo, vi cercasse rifugio, invece di

rimanere, sotto la dubbia protezione della Francia, in Roma.

Clemente ampliò ed abbellì il palazzo dei suoi predecessori. Vi eresse

una stupenda cappella, o piuttosto una chiesa gotica, di gran lunga

superiore, per ampiezza e per bellezza architettonica, alla cappella

Sistina del Vaticano. La ornò, come del pari varie stanze del castello,

di buone pitture a fresco, per opera di maestri chiamati d'Italia. Tutte

queste pitture vennero distrutte; la cappella, divisa in due piani ed in

varie camere, venne ridotta ad uso di caserma, e si vedono con dolore

gli archi gotici incassati nei muri ed avanzi di pregevoli affreschi,

che erano, senza dubbio, della scuola di Giotto.

Clemente VI morì il 6 dicembre 1352, dopo oltre dieci anni di

pontificato e dopo aver vissuta vita piacevole e splendida. Aveva

radunato in Avignone il fiore della Francia meridionale, ed introdotto

il lusso alla sua corte; nelle sale del suo palazzo, gremite di belle

dame, di cavalieri, di poeti, di artisti, di dotti, le feste si

succedevano alle feste. Egli fu largo co' suoi nipoti, co' suoi

favoriti, delle dignità della Chiesa e dei tesori accumulati

dall'avarizia del suo predecessore. Fu il papa più brillante di quanti

ebbero stanza in Avignone, ed il cupo castello sotto di lui si può

paragonare al Vaticano nei tempi di Sisto IV, di Giulio II e di Leone X.

Tre papi abitarono ancora dopo di lui la Francia; l'ultimo di questi

pose fine all'inopportuno esilio, riportando la sede del sommo

pontificato nella città eterna.

Il severo Innocenzo VI fu il contrasto preciso di Clemente VI.

Proscrisse ogni lusso dalla corte di Avignone, rimandò a Roma Cola di

Rienzo, facendolo accompagnare dal cardinale Egidio Alvarez Albornoz,

uno degli uomini di Stato e dei capitani più distinti che abbia avuto la

Chiesa. Egli, difatti, riuscì a riconquistare al patrimonio di S. Pietro

le provincie perdute, meglio di quanto non abbia saputo fare, a' giorni

nostri, il generale Lamoricière. Roma stessa piegò davanti a

quell'energico spagnuolo, e fece ritorno al papa. Innocenzo VI morì in

Avignone il 12 settembre 1362.

Gli succedette Urbano V (1363-1370). Potè essere grato ai suoi

predecessori, i quali avevano provveduto a cingere Avignone di mura,

imperocchè, senza questa precauzione, sarebbe caduto nelle mani di

quelle bande armate, le quali in allora percorrevano, saccheggiando,

l'Italia ed il mezzodì della Francia. Circondarono quelle la città, ed

il papa si vide costretto ad ottenere, con molto denaro, il loro

allontanamento. Petrarca, oramai vecchio, esortò allora Urbano, perchè

abbandonasse la Francia e facesse ritorno a Roma, divenuta tranquilla. I

Romani lo avevano richiamato per mezzo di un'ambasciata, ed Urbano si

portò difatti, nel 1367, nella desolata città; se non che, nel 1370,

abbandonò di bel nuovo Roma e l'Italia, fattesi deserte, e non valsero a

trattenerlo le supplicazioni di S. Brigida, la quale gli profetava la

morte, quando facesse ritorno ad Avignone. E volle il caso che la

profezia si avverasse, poichè Innocenzo cessò di vivere nel dicembre,

non appena ritornato in Francia. Egli aveva ultimato il palazzo

pontificio, aggiungendovi la settima torre, denominata degli Angeli. Le

altre sei avevano nome Trouillas, S. Giovanni, l'Estrapade, S. Lorenzo,

la Campana e la Gache.

Il suo successore Gregorio XI fu l'ultimo papa in Avignone. Scosso dalle

preghiere dei Romani, di Pietro d'Aragona, delle sante donne Brigida e

Caterina da Siena, la quale ultima venne persino a tal uopo in Avignone,

abbandonò, il 13 settembre 1376, per sempre la Provenza, accompagnato da

tutti i cardinali, ad eccezione di sei, i quali preferirono continuare

ad abitare le loro amene ville sulle sponde del Rodano.

Perde da questo momento ogni interesse il palazzo dei Papi, imperocchè,

dopo il loro ritorno a Roma, rimase deserto. Durante lo scisma, però,

vi abitarono ancora due antipapi: Clemente VII e Benedetto XIII, il

quale ultimo vi fu assediato.

Dal 1409 in poi, Avignone ed il contado Venosino furono governati da

cardinali legati, fra i quali però gl'italiani, quasi sempre nipoti,

punto non si muovevano da Roma, facendosi rappresentare da vice legati.

L'ultimo fu Filippo Casoni; la repubblica francese lo scacciò per sempre

col dominio papale da Avignone, e questa città venne funestata da atroci

scene di sangue sotto Jourdan, Duprat e Jouve, nella notte dal 16 al 17

ottobre 1791. Si fa vedere tuttora, nella torre Trouillas, il luogo dove

le vittime infelici erano precipitate da quelle belve umane, sitibonde

di sangue. Era pur troppo naturale che l'odio, concentrato a lungo

contro la dominazione pontificia, somministrasse pretesto a quegli atti

crudeli: il popolo parlava di carceri sotterranee della inquisizione nel

castello, di orribili misteri consumativi durante il governo dei legati.

La favola narra che nel secolo XV, nell'epoca terribile dei Borgia, un

vice legato avesse invitati i cittadini più distinti di Avignone ad una

festa nel palazzo pontificio, che avesse chiuso quindi le porte delle

sale, e, appiccato il fuoco agli appartamenti, avesse arsi vivi i suoi

ospiti; così egli avrebbe vendicato un nipote assassinato da un marito

tradito.

Quando si visita Avignone, sotto l'impressione di simili atrocità

commesse dalla rivoluzione, sotto il ricordo ancora recente

dell'assassinio del maresciallo Brune, commesso dai realisti il 2 agosto

1815, quando si vede quella popolazione rozza e fanatica, si prova un

vivo desiderio di partire al più presto da quella città. Oggidì la

popolazione di Avignone è ritenuta ancora per superstiziosa, rozza,

irritabile, ignorante, ed è possibile che questa contrada possa divenire

ancora teatro di brutti eccessi.

Non voglio però dimostrarmi ingrato verso una città così notevole, e mi

ci tratterrò ancora un poco. Ci rimane a visitare l'antica cattedrale,

il San Pietro di Avignone, ché difatti quello di Roma potè per ben

settanta anni nutrire invidia a questa chiesa piccola, nera ed oscura,

quale usurpatrice dei suoi diritti secolari. Intanto i Papi si trovarono

in questo angolo del mondo, ridotti ad una semplice cappella, la quale

sottraeva le pompe del culto e gli atti della storia della Chiesa agli

sguardi della cristianità.

_Nôtre-Dame des Doms_, secondo la tradizione, venne fondata da Santa

Marta sorella di Lazzaro, imperocchè la pia donna sarebbe sbarcata nella

Camargue, avrebbe introdotto il cristianesimo nella Provenza e

fabbricata la prima chiesa in Avignone, sulle rovine di un tempio

d'Ercole. L'origine, del resto, di _Nôtre-Dame_, non è conosciuta, ed il

suo vanto di essere stata edificata da Carlomagno trovasi tutt'altro che

fondato; solo è certo che essa è una chiesa molto antica, come lo si

vede dalla sua porta principale, di stile prettamente romano,

fiancheggiata da due colonne antiche d'ordine corinzio. Il vandalismo

della rivoluzione, il quale ridusse a mucchio di rovine altre chiese

della città, non risparmiò neppure questa. Rimane, a soddisfazione dei

dilettanti di antichità, la così detta cappella di Carlomagno, ma

andarono miseramente perduti i monumenti di varî Papi, ricordi preziosi

dell'arte gotica nel secolo XIV. Furono restaurate le tombe di Benedetto

XII e quella più pregevole di Giovanni XXII, di gusto gotico, con fini

sculture e con la figura del pontefice stesa sopra un sarcofago. In una

nicchia esistono alcuni avanzi della tomba del cardinale di Armagnac;

nel _Sancta-Sanctorum_ si scorge la lapide mortuaria di Luigi Balbo

Bertone di Crillon, soprannominato il _Bravo_, l'amico di Arrigo IV.

Egli morì in Avignone nel 1615, e la sua statua in bronzo sorge sulla

piazza dell'Horloge.

E' questa la più bella piazza della città, e trovasi a poca distanza,

scendendo dal palazzo dei Papi. E' circondata da varî belli edificî, fra

i quali l'elegante teatro ed il nuovo palazzo municipale, nello stile

del risorgimento francese, preceduto da una corte sopracarica di

colonne. Il custode, che me lo fece visitare, mi diceva con aria

d'importanza che Luigi Napoleone aveva onorato quel palazzo della sua

presenza, nel recarsi ad Algeri, che le scale erano state ricoperte da

tappeti, e tutto il quartiere aggiustato con gusto squisito.

L'Imperatore venne accolto con grande ostentazione; però il partito

legittimista è ancora numeroso in Provenza, sebbene sia grandemente

scaduto di ricchezze. Intanto Napoleone può per qualche tempo riposare

tranquillo; ha per sè i proprietarî e le classi che lavorano; si odono

per ogni dove le sue lodi: egli ha domato la rivoluzione, ristabilito

l'ordine e, co' suoi trattati di commercio, ha procurato immenso

vantaggio a queste contrade vitifere. Ed inoltre, _notre

préponderance!_... Sono parole che si sentono ripetere ad ogni passo.

In fin dei conti convien però dire che il visitare questa città cagiona

una grande stanchezza. Le sue strade, dove qua e là sorgono alcuni

palazzi, in stile del risorgimento, alcuni edificî antichi e bizzarri,

con porticati e cortili che richiamano a sè l'attenzione, sono cupe;

l'atmosfera che vi si respira, è malinconica e suscita tristi ricordi.

Quanto non sono più belle le piccole città della Toscana, Prato,

Pistoia, Siena, Arezzo, nelle quali ad ogni tratto s'incontrano

meraviglie d'arte, memorie della libertà municipale, di una antica e

splendida civiltà!

Ho visitato la maggior parte delle chiese di Avignone; non havvene una

che si possa dire propriamente bella, e tutte, quasi, recano le traccie

della devastazione dell'epoca rivoluzionaria. Entrai una domenica in S.

Didier, chiesa di architettura gotica; era piena di donne velate di

bianco, le quali, inginocchiate, cantavano delle litanie. Era un quadro

pieno di anima e di vita; in quel raccoglimento devoto, nelle armonie di

quei canti mi parve ravvisare l'influenza esercitata da Roma per lunghi

anni su Avignone. Era un quadro di carattere prettamente romano, se non

che la piazza attorno alla chiesa, ombreggiata da grandi alberi, non

aveva affatto aspetto romano, nè meridionale, e mi ricordava piuttosto

le chiese campestri delle care mie contrade natìe.

La folla dei fedeli non mi permise che di gettare un rapido sguardo

sopra un bassorilievo, a cui si dà il nome di _images du roi René_;

imperocchè queste sculture sono attribuite al _buon Re_; e non è a dire

di quante statue e di quanti quadri lo faccia autore, nella Provenza, la

tradizione.

Sorge, a poca distanza da S. Didier, la chiesa del patrono della città,

S. Agricola, il quale è invocato in tutte le pubbliche calamità, e

particolarmente nei tempi frequenti di siccità. Questa chiesa risale al

secolo X e venne ampliata in secoli posteriori; la sua facciata gotica,

con larghe torri merlate, è originale, e la semplicità dello stile

ogivale anche nell'interno rivela la sua antichità.

Merita pure di esser ricordata la cappella dei _penitents noirs de la

miséricorde_. Si conserva in essa il famoso crocifisso d'avorio di

Guillarmin, opera del 1659, e la suora che lo mostra, narra la leggenda

del nipote dell'artefice, condannato a morte, e, per intercessione di

quel Cristo, salvato.

Avrei visitato molto volentieri la chiesa ed il convento dei domenicani,

quale ricordo di un'epoca storica, della guerra contro gli Albigesi; ma

quegli edifici stupendi furono rovinati totalmente dalla furia

rivoluzionaria. Il primo Papa d'Avignone ebbe stanza in quel monastero,

ora distrutto, ed ivi Giovanni XXII dichiarò santo il più gran filosofo

del medio evo, Tommaso di Aquino, alla presenza del re di Napoli. Quel

Papa riteneva, fra le cose sue più preziose, lo stupendo codice in

pergamena della _Somma_ del santo, e lo lasciò, morendo, alla biblioteca

del monastero, con l'espressa condizione che dovesse essere fissato al

muro con una catena. La rivoluzione venne a liberarlo, ed ora il

prezioso volume, coperto della polvere dei secoli, gode della sua

libertà o del suo oblio nella biblioteca civica. Caterina da Siena,

monaca dello stesso ordine, rivolse in quel monastero le sue esortazioni

al Papa, per persuaderlo a far ritorno a Roma. Era stato quel convento

costrutto poco tempo prima, nell'anno 1330, e si assicura che il suo

cortile fosse bellissimo e affatto non la cedesse per vaghezza a quello

di S. Trofimo in Arles. I sanculotti rovinarono tutto, comprese pure le

tombe di ventiquattro cardinali, sepolti nel convento. La chiesa, in

gran parte distrutta, venne ridotta più tardi a fonderia di cannoni.

Per farsi un'idea delle vandaliche devastazioni, operate dalla

rivoluzione nella Provenza, è d'uopo visitare il museo d'Avignone.

Trovasi allogato in un palazzo ampio del secolo XVIII. Dopochè il

benemerito dottore Calvet fondò questo museo nel 1810, vennero accolte

in esso le reliquie delle arti belle tolte dalle chiese, dai conventi,

dai castelli feudali, dai palazzi, non di Avignone soltanto, ma ancora

dei dintorni. Vi sono rappresentate tutte le fasi del medio evo, fino

all'epoca del risorgimento francese, _la rénaissance_; ed io provai

tanto maggior interesse a contemplare questa collezione delle antichità

del medio evo nella Francia meridionale, in quanto che avevo visitato,

pochi mesi prima, in Norimberga, il museo tedesco, istituzione destinata

a prendere un grande sviluppo, e meritevole dell'appoggio di tutta

quanta la Germania.

Il museo di Avignone, del resto, anche per quanto riguarda l'epoca

classica, è povero in paragone di quello di Norimberga, e, tuttochè sia

diviso in varî rami, non presenta più che un periodo di civiltà. Nella

galleria del medio evo si vedono numerose sculture, e si possono seguire

i progressi della plastica, dagli antichi sarcofaghi cristiani fino agli

avanzi dei mausolei dei cardinali di Brancas e Lagrange, del conte

Raimondo di Beaufort e del maresciallo de la Palice.

Alla collezione di antichità classiche contribuirono quasi tutte le

città del mezzodì della Francia; in complesso, però, è povera e non vi

si vedono oggetti pregevoli; tanto più che quasi tutte quelle città

posseggono il proprio museo. Si osserva, però, con interesse tutto

quanto fu rinvenuto in questa parte della Francia, dell'epoca dei

Romani, ed anche dei Greci. Vi sono parecchie antiche iscrizioni greche,

e altre greche del tempo dei Romani. Si deve pure far menzione di una

bella collezione di piccoli bronzi e di un ricco medagliere di tutte le

provincie e di tutte le epoche della Francia. Trovasi, nello stesso

palazzo, la biblioteca civica, la quale conta più di sessantamila

volumi. Contiene parecchie buone opere sulla storia del mezzodì della

Francia, ma sono scarsi i manoscritti ed i documenti originali. Gli atti

del papato, durante la sua stanza in Avignone, vennero già da tempo,

come è noto, trasportati negli archivi segreti del Vaticano. Stanno in

una sala della biblioteca i ritratti degli uomini illustri appartenenti

al dipartimento di Valchiusa, fra' quali il duca di Mahon, il prode

Crillon, Giovanni di Althens, il cardinale Maury, il pittore Mignard, il

dottore Calvet, e vi si vedono pure i ritratti di Petrarca e di Madonna

Laura, i quali datano però da epoca posteriore.

Nel piano superiore c'è una galleria di quadri, abbastanza pregevole per

Avignone; vi sono pochi buoni quadri antichi italiani, fiamminghi e

tedeschi di valore, ma molti francesi, particolarmente di Mignard e dei

cinque Vernet, la cui famiglia era originaria di questa città. Del

resto, bisogna osservare che Avignone non ha prodotto nessun uomo che

possa dirsi un vero genio; anzi nessuno dei celebri, a ragione o a

torto, poeti della Provenza nacque sulle sponde del Rodano o della

Durance. Era d'uopo venisse un forestiero da Arezzo, per dare a quelle

contrade il prestigio poetico; ed Avignone gli offrì, ad argomento de'

suoi versi armoniosi, una bella donna, come Crotone o Taranto offrivano

le loro ragazze per modelli a Zeusi. Ben più avventurata fu Firenze che

può vantarsi ad un tempo di Dante e di Beatrice.

Ed ora, addio, chiese, palazzi, musei e meschine antichità di Avignone!

Come finiscono per stancare questi quadri, questi monumenti, queste

reliquie dei tempi andati! Come riposa il ricrearsi nella vista della

bella valle del Rodano ai piedi della città! Lo splendido sole di

Provenza illumina le verdi isole del fiume, indora la collina di

Villeneuve ed invita il viaggiatore a passeggiare all'ombra dei pioppi e

dei platani agitati dal vento, a prestar ascolto al muggito delle acque

poderose, a contemplare le grandi barche di trasporto che guizzano con

la rapidità della freccia sotto gli archi del ponte! La vista, dalla

porta dell'Ouille di Avignone, dell'ampio Rodano con le sue due isole, e

con le rive singolari della Linguadoca, è bella davvero; non valse,

però, a cancellare dalla mia memoria quella contemplata poco tempo

prima, della Vistola, il gran fiume che svolge le sue acque profonde

sotto gli archi giganteschi del ponte della strada ferrata presso

Dirschau, nè l'immagine del Nogat che scorre tranquillo ai piedi

dell'antica e bella Mariemburg. Il castello del medio evo, dei cavalieri

dell'ordine teutonico, torreggia colà in modo assai più pittoresco che

il palazzo dei Papi in Avignone.

Il fiume separa Villeneuve dalla città, e la Provenza dalla Linguadoca.

Le due rive sono congiunte da ponti; di uno, di costruzione romana, non

sussistono più che quattro grandi archi molto pittoreschi e che si

estendono per un tratto dalla riva sopra il fiume, poi cessano. Su di

essi sorge una piccola cappella, che guarda, solitaria e fantastica, i

flutti. Narrasi che risiedesse in quella il santo uomo che aveva

edificato il ponte stesso, e la leggenda relativa a quella costruzione è

l'unica d'indole mite e poetica che io abbia trovata in Avignone.

Il piccolo Benezet stava custodendo al pascolo le pecore della sua

povera madre sui monti del Vivarais, quando, tutto ad un tratto, i monti

e le valli si trovarono immersi nelle tenebre per un eclissi; era il 13

settembre del 1177. Una voce esclamò: «Benezet, dammi ascolto, perchè io

sono Gesù Cristo!» Il ragazzo spaventato rispose: «Dove sei, o Signore,

e che cosa domandi da me?»--«Non aver paura, lascia pure pascolare le

tue pecore, scendi al Rodano e fabbricavi sopra un ponte».--«Signore io

non so dove sia il Rodano; sono un povero ragazzo, non ho che tre soldi

in tasca, come vuoi che io possa costruire un ponte su quel fiume?» La

voce replicò: «Fa quanto ti ho detto, poichè io so dove e come dovrai

costruire il ponte». Il piccolo pastore scese dal monte piangendo,

abbandonò il gregge, ed incontrò un pellegrino che camminava appoggiato

al suo bordone, il quale gli disse: «Figliuolo mio Benezet, seguimi al

luogo dove dovrai costruire il ponte.» Allorquando arrivarono al fiume e

il ragazzo vide le acque di questo, ampie, rapide, profonde, prese a

piangere più amaramente, se non che il pellegrino lo confortò, gli

ordinò di salire in una barca, di scendere ad Avignone, di presentarsi

al vescovo, e di partecipargli l'incarico che gli era stato affidato.

Così fece Benezet, e trovato il vescovo che stava predicando nella

cattedrale, gli disse franco e disinvolto: «Signor vescovo! Il Signore

mi ha qui mandato per costruire un ponte sul Rodano». L'ardito ragazzo

venne tosto arrestato e fu condotto davanti al vicario. Ripetè al

giudice l'incarico che aveva avuto, e questi, additandogli un grosso

macigno che trovavasi nella corte, gli disse sorridendo che avrebbe

prestata fede alla sua missione, quando fosse riuscito a sollevare

quella voluminosa pietra. Il ragazzo la sollevò tosto, la caricò sulle

spalle, e la portò, fra gli applausi del popolo che gridava al miracolo,

sulla riva del Rodano. In un momento si raccolsero cinquemila scudi

d'oro, e si pose tosto mano alla costruzione del ponte.

Tale è la meravigliosa leggenda relativa all'antico ponte di Avignone,

ed io non voglio toglierle il suo carattere poetico, coll'aggiungervi

dei commentarî. La grande opera fu compiuta nel 1188, ma le bande

catalane cominciarono a danneggiarla nel 1395, e, dopo d'allora, il

tempo e la furia delle acque la ridussero a quello stato di rovina in

cui oggi si trova.

Per arrivare a Villeneuve, esistono ora due altri ponti, uno in

ferro, e l'altro in legno, i quali congiungono le due isole che

sorgono sul fiume, denominate Ville de Piot, e la Barthelasse.

Villeneuve-les-Avignons è un paese pittoresco. Dicesi che anticamente

sorgesse in quella località _Stathmos_, o Statuma, emporio commerciale

dei Massiliotti. Il paese attuale risale al 1226; fondato dai monaci di

S. Andrea, venne ampliato e fortificato da Filippo il Bello. Serviva

quasi di porto avanzato alla Francia sul Rodano, e tale rimase, finchè i

re di Napoli e i Papi di Avignone furono padroni della Provenza. Sorge

tuttora, a poca distanza dal fiume, una bella torre, la quale si suole

chiamare torre di Filippo il Bello. La sua posizione, di fronte al ponte

di S. Benedetto a cui può avere servito di difesa, è bella, ed è

amenissima la passeggiata ombreggiata d'alberi per arrivarvi, colla

vista del fiume e della mole imponente del palazzo dei Papi. Il

villaggio, del resto, è grigio, deserto, malinconico e pare anche

povero, sebbene vi siano alcune tintorie di robbia ed alcune filature.

Solo si scorgono qua e là alcune chiese ed alcuni palazzi cadenti in

rovina, i quali ricordano i tempi, per buona sorte passati, del

feudalismo.

E' cosa ben curiosa, che nel mentre Avignone si vanta dell'uomo che

introdusse nella Provenza la coltivazione della robbia, Villeneuve le

possa contropporre quello che nel 1560 importò in Francia il tabacco,

presentandone le prime foglie alla regina Caterina de' Medici. Non ho

visto a Villeneuve nessuna statua in bronzo di Giovanni Nicot,

ambasciatore di Francia alla corte del Portogallo, e glie se ne dovrebbe

pure innalzare una, con una grande tabacchiera nella mano ed un grosso

sigaro avana in bocca. Del resto, i sigari francesi non fanno punto

onore a Giovanni Nicot, perchè sono di pessima qualità.

Poche sono le cose meritevoli di attenzione in Villeneuve: esiste, nella

chiesa dello spedale, la tomba d'Innocenzo VI, monumento gotico in stile

di tabernacolo, il quale trovavasi dapprima nella bella Certosa del

luogo, ora interamente distrutta. Venne quello ristaurato, e la statua

del Papa coricato è nuova. Sulla ripida collina Andaon vi è il forte, S.

Andrea, tuttora in buono stato. Vi si accede per una grande porta e

sull'altipiano della collina, cinto di mura, si vede una cappella. Di là

si gode la bella vista del panorama della Provenza, simile a quella che

si ha dal _Rocher des doms_, se non che ha il pregio che di qui si

scorgono pure la città di Avignone e il suo castello. Allorquando il

sole sul tramonto tinge le mura gigantesche di questo in rosa, o di

colore violaceo, l'effetto è magico. Questo è il luogo opportuno per

prendere congedo da questa antica Avignone, illuminata dal sole cadente.

Gettai uno sguardo di desiderio su quelle campagne della Provenza, che

avrei pure voluto visitare. Ero attorniato da provenzali, e la loro

antica favella mi destava mille ricordi sulla loro storia, sulla loro

civiltà. Quella lingua si va perdendo; tutti gli sforzi per farla

rivivere dei poeti, fra' quali il più illustre è Mistral, non valgono

altro che a continuarle un'esistenza letteraria artificiale. Vorrei

anch'io poter intonare le rime, piene di speranza, dirette da un poeta,

ancora vivente, al suo amico Mistral; ma temo non esprimano altro che un

pio desiderio.

Prouvenço, o pais dei troubaire

Lou gai-sabé reverdira:

Deja milo novèu cantaire

Dison lou béu tems que viendra

Lou mounde vèi la reinessènço:

Lei Troubadour van reflouri...

O moun païs, bello Prouvènço,

Toun dous parla pòu pas mouri.

Passeggiate per l'Italia, vol. 3 · 第 20 / 31 题