L'assedio.
Gli usbeki che, dal primo ricevimento avuto, avevano compreso di aver
da fare con due, pronti a qualunque sbaraglio e ben decisi a difendere
la loro vita, giunti a cinquanta passi dalla catapecchia, si erano
fermati per consigliarsi sul miglior mezzo di marciare all'attacco.
Temendo di ricevere qualche scarica, si erano stesi al suolo, dietro
una macchia di cespugli, forse coll'intenzione di aprire il fuoco,
tenendosi dietro quel riparo che, se non li copriva dalle palle, per lo
meno li nascondeva.
— Uhm! — disse Tabriz, che li spiava. — Non mi sembrano molto
coraggiosi i soldati dell'Emiro.
Con due dozzine d'uomini, a quest'ora avrei dato l'assalto anche al
ridotto.
— La partita non è ancora cominciata, — rispose Hossein, che non
condivideva l'ottimismo del gigante. — Tu hai dimenticato che sul
ridotto vi sono dei falconetti e che questa catapecchia ha le muraglie
di fango. —
In quell'istante un colpo di fucile partì dietro il cespuglio, ed una
palla si piantò profondamente nella tavola che serviva da barricata.
Tabriz fece un salto, riparandosi dietro lo stipite della porta.
— Pare che si siano finalmente decisi, — disse, sorridendo. — Sono di
una prudenza che rasenta quella dei conigli.
— Non esporti, Tabriz.
— Lascerò a loro sprecare le munizioni, signore. Ci tengo anch'io a non
farmi crivellare, almeno fino al giorno che ti avrò vendicato.
— Taci! — disse Hossein con voce sorda.
— Sì, è meglio lasciar parlare gli archibugi e le pistole, per
ora. —
Una scarica tenne dietro alle sue parole. Le palle si piantarono nelle
pareti di fango e nella tavola e alcune perfino sul soffitto.
— Padrone, — disse ad un tratto il gigante. — Non spaventarti se io
griderò, anzi farai meglio ad imitarmi.
— Perchè?
— Lascia fare a me. La mia idea mi sembra buona. —
Una seconda scarica rintronò, avvolgendo il cespuglio d'una nuvola di
fumo.
Tabriz aveva mandato un urlo, come d'un uomo colpito a morte.
— Grida anche tu, padrone, — disse poi subito. — Forte!...
Forte!... —
Quantunque Hossein non riuscisse a comprendere il piano del gigante,
aveva mandato a sua volta un lungo urlo.
— Ed ora silenzio, — aveva sussurato Tabriz. — Fingiamo di essere
morti. —
Gli usbeki, che avevano udite quelle due grida, si erano prontamente
alzati coi moschettoni ancor fumanti, guardando la casupola.
Stettero qualche minuto immobili, poi, non udendo alcun rumore, nè
vedendo ricomparire i due assediati, fecero alcuni passi innanzi,
incoraggiati dai sagrati del capo.
Gli usbeki, credendo che gli assediati fossero stati veramente uccisi
dalla seconda scarica, si erano fatti animo e s'avanzavano, lentamente
però, cercando di scoprire, dietro la tavola che ostruiva la porta, i
due cadaveri.
Erano tanto sicuri di trovarli morti o agonizzanti, che non avevano
nemmeno presa la precauzione di ricaricare i loro moschettoni.
— Attento, padrone, — sussurrò Tabriz che si teneva sempre nascosto
dietro lo stipite della porta. — Salta la tavola e piomba su quei
furfanti.
— Ho il _kangiarro_ ben saldo in mano.
Il capo degli usbeki, che era dinanzi a tutti e che impugnava una
specie di scimitarra assai ricurva e dalla lama larghissima, giunto a
quattro o cinque passi dalla porta si fermò, gridando:
— Vi arrendete? —
Nessuno rispose.
— Sono proprio morti, — disse poi, volgendosi verso i suoi uomini. —
Non mi aspettavo che tiraste così bene. —
I ventiquattro uomini si fecero coraggiosamente innanzi per rimuovere
la tavola, quando d'un tratto videro il gigantesco Tabriz e Hossein
varcarla con un solo salto e piombare in mezzo a loro.
— _Uran!... Uran!_... —
Il terribile grido degli scorridori della steppa turchestana lanciato
dai due assediati, fu accompagnato da due colpi di _kangiarro_ che
fecero stramazzare a terra due usbeki colle gole squarciate.
— Sotto, padrone! — urlò Tabriz, che menava disperatamente le mani.
— Cacciamo questi poltroni. —
Quell'attacco fulmineo e soprattutto la vista di quel colosso,
sconcertò gli assedianti. Spararono appena qualche colpo di pistola,
poi volsero i tacchi come lepri. Anche il loro comandante, che era
sfuggito per un vero miracolo ad un colpo di kangiarro, vibratogli da
Hossein, se l'era data a gambe non meno velocemente degli altri.
— Credo che per ora ne abbiano abbastanza, — disse Tabriz, rifugiandosi
prontamente entro la catapecchia. — Guardati dalle palle, signore.
Ci tempesteranno di certo.
— Finchè adopreranno i fucili non avremo molto da temere, — rispose
Hossein, che si era coricato dietro la parete. — Il mio timore è che si
servano dei falconetti che abbiamo veduto sul ridotto.
— Pare che per ora non ci abbiano pensato, signore. La faccenda si
guasterebbe troppo presto, non potendo queste muraglie resistere a
simili tiri.
— Che cosa fanno dunque quei poltroni?
— Ci spiano, signore, e tengono un secondo consiglio. Pare che piaccia
più ai bukari parlare che menare le mani.
To'!... M'ingannavo: ecco che si preparano a consumare un po' di
polvere dell'Emiro. —
Sette od otto colpi di fucile vennero sparati dietro al cespuglio,
producendo molto baccano e molto fumo, ma niente di più perchè le palle
di quei vecchi moschettoni non riuscivano ad attraversare le muraglie
di fango, anzi nemmeno la tavola che aveva uno spessore non comune.
— Avanti!... Musica!... — disse Tabriz che pareva si divertisse
immensamente. — Ci vuol ben altro che le vostre palle, stupidi!...
Bisogna venirci a scovare col _kangiarro_ in pugno, miei cari,
e... —
Si era interrotto bruscamente ed aveva spiccato un salto verso la
tavola senza prendersi alcun pensiero delle palle che continuavano a
fioccare con un lungo mugolìo.
— Tabriz, che cosa fai? — gridò Hossein.
— Il miserabile!...
— Chi?...
— Il _loutis_.
— Con gli usbeki?...
— Sì, padrone.... Canaglia, si è nascosto, ma lo terrò d'occhio!... È
necessario che l'uccida!...
— Via di lì, Tabriz!...
— Hai ragione, padrone. Sono uno stupido a espormi così... un po' più
basso e la mia testa scoppiava. —
Una palla aveva attraversato il suo cappello portandoglielo via dal
capo.
— Hai veduto, Tabriz? —
Gli spari si succedevano senza tregua. I bukari facevano grande spreco
di munizioni, senza ottenere alcun successo, poichè i due assediati si
guardavano bene dal mostrarsi.
La fucilata durò una buona mezz'ora, poi parve che gli assedianti si
fossero finalmente accorti dell'inutilità dei loro tiri, poichè il
fuoco bruscamente cessò.
— Tabriz, — disse Hossein, — che vengano all'attacco?
— Mi pare che non ne abbiano l'intenzione, almeno pel momento, —
rispose il gigante, che li spiava per una fessura lasciata fra la
tavola e lo stipite della porta.
— Che ci cannoneggino?
— Eh, non lo so, mio signore, tuttavia non sono molto tranquillo.
— Io vorrei sapere come finirà quest'avventura.
— Li vedi ancora?
— No, sono tutti scomparsi, signore.
— Saranno andati a far colazione.
— E noi?
— Cerchiamo: quel maledetto taverniere avrà qualche cosa da porci sotto
i denti.