Voi state per commettere una pazzia, — signori, — disse Karaval. —

Il birbante non diceva quelle parole per salvare le loro vite, bensì

per la paura che venissero sbranati e di dover poi sostenere l'assedio

da solo.

— Se tu hai paura rimani, — rispose Tabriz.

— Io non sono un soldato come voi. Non sono che un povero _loutis_.

— Resta dunque. —

Armarono le pistole e trassero i _kangiarri_, poi cominciarono a

scendere con infinite precauzioni, onde non far franare le sabbie.

Volevano accostarsi fino a tiro di pistola, non dubitando

dell'esattezza dei loro colpi.

I due leoni pareva si fossero realmente addormentati, poichè non

accennavano ad aprire gli occhi.

Avevano compiuto metà discesa, quando un ruggito, che si era propagata

fra le dune, come un colpo di tuono, echeggiò improvvisamente.

Il maschio si era alzato di scatto colla criniera irta, raccogliendosi

prontamente su sè stesso, come se si preparasse a spiccare il salto.

— In guardia, signore! — gridò Tabriz.

Non aveva ancora finito che il leone si scagliava contro Hossein che si

trovava più in basso.

Il giovane s'appoggiò alla duna e sparò risolutamente, con una calma

ammirabile, il suo ultimo colpo di pistola.

Il leone, arrestato per così dire al volo, cadde da una parte,

rotolando quasi ai piedi di Tabriz.

— Prendi! — urlò allora il gigante assestandogli un poderoso colpo di

_kangiarro_.

La terribile lama squarciò netto il collo della belva, facendo

sprizzare alto il sangue.

Intanto la leonessa, svegliata dal ruggito del compagno e dal colpo di

pistola, era pure balzata in piedi, ma ebbe un momento di esitazione, e

quello fu la salvezza dei turchestani.

Due spari rimbombarono, seguiti da un ruggito formidabile, poi,

dileguatosi il fumo, Tabriz e Hossein scorsero la leonessa a fuggire

attraverso la steppa, varcando a gran salti le dune.

— Ehi, _loutis_ — gridò il gigante, volgendosi verso Karaval.

— Hai veduto come noi, uomini della steppa turchestana, sappiamo

ammazzare i vostri leoni?

— Sparate meglio dei cosacchi del Don, voi, — si limitò a rispondere il

bandito.

— Possiamo riprendere la marcia?

— Sono ai vostri ordini, signori. Abbiamo perduto già troppo tempo e

giungeremo tardi all'oasi di Kara-Kum. —

Non vedendo più la leonessa, lasciarono frettolosamente la collinetta

e dopo d'essersi bagnate le labbra coll'acqua, contenuta nella vescica,

si misero senz'altro in marcia affrettando il passo.

Fu solamente tre ore dopo il tramonto, che giunsero all'oasi,

completamente sfiniti e quel che era peggio, affamati.

Quella macchia però essendo più vasta delle altre e ricca d'alberi e di

cespugli, fornì loro dell'acqua ancora più fresca di quella del piccolo

stagno del ghepardo e uova in abbondanza, essendo abitata da veri

stormi di _houbara_.

Cenarono di buon umore, accanto al pozzo e si stesero poscia presso il

fuoco montando, uno per volta, la guardia, non essendo sicuri che non

vi fossero delle belve.

Nei giorni seguenti continuarono la terribile marcia attraverso a

quell'interminabile steppa ed al sesto giorno scoprivano finalmente la

zona alberata che segue l'Amu-Darja, dalla sua sorgente fino alla sua

foce.

Karaval aveva manovrato in modo da portarsi vicinissimo alla stazione

comandata dal capo ghirghiso o usbeko che fosse, suo amico, che

vegliava la frontiera per incarico dell'Emiro. Conoscitore profondo

della steppa della fame, e di tutte le sue oasi, era sicurissimo di non

essersi ingannato.

— Signori, — disse fermandosi dinanzi ai primi alberi e fingendo

una gioia immensa, — ecco la parte più difficile del nostro viaggio

compita.

Non ci rimane che di attraversare il fiume e saremo nella steppa degli

Illiati, che confina con quella dei Sarti.

— Tu sei un brav'uomo, — gli rispose Hossein, — e avrai un regalo degno

d'un nipote d'un _beg_.

— Troveremo un guado? — chiese Tabriz.

— Ecco il difficile, signore, — rispose il bandito. — L'Amur qui

deve essere larghissimo e profondissimo e senza una barca non potremo

attraversarlo.

Però, se non m'inganno, non dobbiamo essere lontani da una stazione di

pescatori di _garitse_. Conoscete quei deliziosi pesci che somigliano

alle trote?

— Ci preme conoscere più i pescatori che i pesci, — disse Tabriz.

— Volete lasciare a me l'incarico di andarli a cercare?

Mancano tre ore al tramonto e le mie gambe sono ancora in ottimo stato.

Qui d'altronde nulla avrete da temere, essendo queste rive quasi

disabitate.

— Tornerai con una barca? — chiese Hossein.

— Ve lo prometto, signore. Continuate la marcia fino al fiume,

accendete il fuoco e aspettatemi.

— Intanto cercheremo di procurarci la cena, — disse Tabriz.

— Addio, signori, contate su di me, — concluse il bandito

allontanandosi.

Mentre egli seguiva il margine della zona alberata, Tabriz e Hossein si

erano cacciati sotto le vôlte di verzura, premurosi di giungere sulla

riva del fiume.

Una vegetazione splendida, formata però quasi esclusivamente da

querce e da platani e da enormi cespi di rose ancora in fiore, formava

come una fascia di qualche chilometro di estensione, non potendo le

infiltrazioni delle acque spingersi più lontano.

Che frescura deliziosa però sotto quelle ombre, specialmente per

uomini che, da otto giorni, si arrostivano da mane a sera sotto un sole

implacabile e che avevano sempre marciato.

— Qui mi sembra di rivivere, — disse Tabriz. — Si direbbe che i pori

della mia pelle disseccata, assorbano voluttuosamente l'umidità del

fiume.

E poi questa è l'aria della nostra steppa, signore.

— Mista ad aria satura di vendetta, — aggiunse Hossein che era

diventato tetro.

— Se non l'ucciderete voi, lo finirò io, signore. L'ho giurato, e gli

uomini della steppa sanno mantenere le loro promesse, checchè avvenga.

— Mio zio non perdonerà: è implacabile come noi, lo conosco troppo

bene. Vi è sempre però un sospetto che mi cruccia.

— Quale, signore?

— Che Abei mi abbia surrogato, credendomi morto.

— Non parlare di ciò, ora, signore. Ecco il fiume: lasciamo l'argomento

scottante e vediamo se possiamo guardare l'Amu-Darja senza attendere il

ritorno del _loutis_. —

Il fiume in quel luogo era largo cinquecento metri per lo meno, e le

sue acque scorrevano rapidissime ed a quanto sembrava dovevano essere

anche assai profonde.

Per di più la riva opposta non offriva alcun approdo, essendo

formata da altissime rocce tagliate a picco, di colore nerastro e che

trasudavano una materia vischiosa, di colore oscuro, che scivolava

lentamente nel fiume in forma di serpenti.

— Senza una barca noi non potremo passare, — disse Tabriz. — E poi

dovremo ancora scendere o risalire il fiume.

Dinanzi a noi si trova un terreno petrolifero. Non vedi la nafta che

cola da quelle rupi?

— Aspettiamo il _loutis_, — rispose Hossein. — Sapendo di ricevere un

premio, non mancherà di ritornare.

— Vado a cercare qualche cosa da porre sotto i denti. Troverò certo

qualche albero da frutta. —

La breve gita di Tabriz, non fu troppo fortunata. Tuttavia riportò un

po' di ribes e delle bacche, sufficienti a calmare momentaneamente la

fame.

— Ci accontenteremo di questo per ora — disse il gigante. — Il _loutis_

sa che siamo a secco di viveri e non mancherà di portarci almeno

qualcuno dei suoi famosi pesci. —

Divorarono la frugalissima cena, accesero il fuoco per segnalare alla

loro guida la loro presenza, poi si sedettero sulla riva, sotto una

grossa quercia che lanciava rami giganteschi in tutte le direzioni.

Entrambi erano diventati muti e non staccavano gli sguardi dalla sponda

opposta che serviva di barriera alla loro steppa. Certo pensavano al

_beg_, a Talmà e soprattutto ad Abei, al miserabile che per poco non li

aveva uccisi e che era stato la causa di tutte le loro disgrazie.

Le tenebre erano calate da un paio d'ore, quando Tabriz, che di quando

in quando osservava il basso corso del fiume, scorse un certo numero di

punti luminosi che si riflettevano vivamente nelle acque del fiume.

— Quelle sono barche di pescatori, — disse alzandosi. — Il _loutis_ ce

ne aveva promessa una e giunge invece con una flottiglia. Avrei meglio

desiderato che fosse una sola, piuttosto di tante.

— Temi qualche sorpresa, Tabriz? — chiese Hossein che pareva uscisse

allora da un sogno.

— Io non ho mai avuto rapporti coi pescatori dell'Amu-Darja, quindi non

ti posso dire se sono galantuomini o birbanti.

— Nulla potrebbero toglierci. I bukari dell'Emiro mi hanno preso

perfino l'ultimo _tomano_.

— E anche a me, signore. —

I punti luminosi intanto ingrandivano a vista d'occhio e le barche

cominciavano a delinearsi abbastanza nettamente. A bordo si scorgevano

parecchi pescatori, che arrancavano con gran lena per vincere la forza

della corrente.

Tabriz contò sei barche, piuttosto pesanti, essendo tutte scavate nel

tronco d'un albero, montate ognuna da cinque pescatori, quattro ai remi

ed il quinto al timone.

Dinanzi ad ognuna, all'estremità d'un lungo bastone che reggeva una

specie di borsa, formata di filo di rame, ardevano pezzi di legno,

cosparsi di nafta o di petrolio, onde proiettassero maggior luce.

Sui bordi, Tabriz e Hossein scorsero, non senza un certo stupore, degli

uccelli dalle gambe piuttosto lunghe, che si tenevano l'uno accanto

all'altro e che sembravano liberi.

— Sono pescatori o cacciatori? — si chiese Tabriz. — Che cosa fanno

quei volatili? —

In quel momento una voce a loro ben nota s'alzò sulla prora della prima

scialuppa, gridando:

— Eccomi, signori!... Giungo in buon punto.

— Il _loutis_! — esclamarono Tabriz e Hossein.

La scialuppa, con pochi colpi di remo, giunse presso il fuoco che

ardeva sulla riva, ed il bandito balzò a terra, dicendo:

— Noi siamo ospiti di questi pescatori e non avrete nulla da temere da

parte loro. Sono brava gente.

— Acconsentono a farci attraversare il fiume? — chiese Hossein.

— Sì, signore, non prima di domani mattina però, essendo ora occupati

alla pesca della _garitsa_. E poi per trovare un approdo, noi siamo

costretti a discendere il fiume per parecchie miglia, essendo qui

la riva opposta tagliata a picco per un lunghissimo tratto e troppo

pericolosa.

— Ce n'eravamo accorti, — disse Tabriz.

— Vi è una zona petrolifera al di là delle rocce. Imbarcatevi, signori,

e assisterete ad una pesca divertente.

— A ventre vuoto?

— Ho pensato a voi: vi è sotto la prora un canestro con pesci

arrostiti e gallette di maiz, nonchè un fiasco di _kumis_ e anche delle

pipe. —

Balzarono nella barca che era la più lunga di tutte e si sedettero a

prora, mentre i pescatori prendevano subito il largo ridiscendendo la

corrente.

— Dimmi un po', _loutis_, — disse Tabriz, che aveva subito dato

l'assalto al canestro.

— Che cosa fanno quegli uccelli che si tengono ritti sul bordo e che

non sono legati?

— Servono a pescare le _garitse_, signore. La notte è oscura e quei

deliziosi pesci si lasceranno prendere in gran numero.

— Da chi?

— Da questi uccelli, signore. Sono cormorani del mar d'Aral, dei

pescatori infaticabili, che sono stati ammaestrati per la pesca della

_garitsa_.

— Che pesci sono?

— Una specie di trote e abbondano qui. —

Le sei barche si erano disposte su due linee e si erano portate in

mezzo al fiume, mentre i pescatori remavano dolcemente all'indietro,

onde la corrente non le trasportasse troppo rapidamente.

Sul mar d'Aral e sui suoi fiumi che scaricano entro esso le loro acque,

come nei mari e nei fiumi della China e del Giappone, si fa uso dei

cormorani, di quegli avidissimi uccelli acquatici, che noi chiamiamo

smergli, per ottenere delle pesche abbondanti.

Gli uomini della steppa si servono dei falchi per la caccia, i

pescatori pure di volatili, e gli uni e gli altri non hanno da

lagnarsi, perchè oltre a procurarsi un buon divertimento, si procurano,

con quasi nessuna fatica, selvaggina terrestre ed acquatica. Si sa che

i cormorani sono grandi distruttori di pesce e che sono anche pescatori

abilissimi, potendo tuffarsi sott'acqua e rimanervi per qualche tempo.

È appunto sull'avidità di quei trampolieri che i pescatori contano, ed

in quale misura anche!...

Un cormorano bene ammaestrato può mantenere comodamente una famiglia di

pescatori, e anche procurarle una certa agiatezza. Ordinariamente però

i pescatori non ne hanno mai meno d'una mezza dozzina, che tengono con

cure infinite.

È di notte che il cormorano lavora con maggior lena, sicchè i suoi

padroni difficilmente se ne servono di giorno, almeno quelli delle rive

del mar d'Aral e dei fiumi della steppa settentrionale.

Aspettano di solito le notti oscurissime, perchè quelle sono le più

propizie per la pesca e prendono il largo coi loro uccelli che stanno

appollaiati sui due bordi della barca.

Un fuoco arde sempre all'estremità d'un bastone per attirare i pesci.

Quando questi cominciano a mostrarsi a fior d'acqua, i cormorani, ad un

fischio del padrone si mettono animosamente al lavoro.

Di solito sono i più giovani che cominciano l'attacco. In un lampo

si tuffano, afferrano il primo pesce che guizza dinanzi a loro e lo

portano fedelmente al padrone, fedelmente perchè non possono divorare

la preda. Se non avessero al collo un anello di rame che stringe loro

il gozzo, vi sarebbe da dubitare sulla loro fedeltà e probabilmente il

padrone aspetterebbe invano la preda.

Sono però così stupidi che, quantunque delusi nelle loro speranze e

spronati un po' anche dalle loro abitudini, tornano subito in acqua

alla caccia d'altri pesci, portandoli sempre.

È vero che a pesca finita potranno fare delle scorpacciate d'interiora,

che l'avaro padrone getta loro in abbondanza.

Non è raro che un solo cormorano in una notte riesca a prendere

quindici, venti e talvolta anche trenta chilogrammi di pesce.

Moltiplicando per sei, ossia pel numero degli uccelli contenuti in ogni

barca, si può comprendere quali guadagni faccia l'equipaggio che si

compone di solito di non più di cinque persone.

La flottiglia dei pescatori, che continuava a scendere il fiume, dopo

d'aver percorso un paio di chilometri, rinnovando costantemente i

pezzi di legno, che bruciavano entro le borse di filo di rame, aveva

cominciato a lanciare i volatili.

Quegli infaticabili pescatori lavoravano con vero accanimento. Appena

a bordo ripartivano, tuffandosi profondamente, colla speranza mai

esaudita, di poter finalmente saziare la loro ingordigia.

Già le barche erano mezze piene, quando giunsero in un luogo ove

l'Amu-Darja s'allargava, formando una specie di lago che era cosparso

d'isolette boscose.

— Qui faranno la grande pesca, — disse Karaval a Tabriz. — È questo il

luogo ove le _garitse_ si radunano in maggior copia. —

Le sei scialuppe continuavano ad avanzare, ma i cormorani, appena

toccata l'acqua, s'affrettavano a ritornare a bordo rifiutandosi

assolutamente di ritornare.

Una certa agitazione si era manifestata fra i pescatori.

Osservavano l'acqua, fiutavano l'aria e non osavano più avanzare.

Ad un tratto un altissimo grido s'alzò fra l'equipaggio della prima

scialuppa.

— Fuggite!... La nafta. —

Quasi nell'istesso tempo, l'acqua s'infiammava intorno alle

imbarcazioni, rompendo furiosamente le tenebre che gravitavano sul

fiume.

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 62 / 81 题