I fanatici del Turchestan.

Kitab, senza avere l'importanza di Bukara, di Kiva e di Samarcanda, le

tre città più popolose e più famose del Turchestan, e ritenute le tre

regine della steppa, come le chiamano i turani, era nel 1875 una città

ragguardevole, se non pei suoi commerci, per la sua popolazione e per

le sue fortificazioni che, collegate con quelle di Schaar, la rendevano

molto temuta.

Non era veramente una rôcca, assolutamente inespugnabile per truppe

specialmente europee, tuttavia i barbari la ritenevano talmente salda,

da non osare assalirla, nè sfidare i suoi venti pezzi d'artiglieria che

guarnivano, insieme ad un certo numero di falconetti, i ridotti della

cittadella.

Come tutte le città turchestane, aveva un gran numero di moschee con

altissimi minareti, spaziosi bazar, una salda cittadella, bellissimi

giardini; ma le sue case basse, ad un solo piano, coi loro muri

di terra battuta, dello spessore d'un metro, coi tetti sorretti

da travicelli e di canne impastate di creta, le davano un aspetto

piuttosto miserabile. Solo il palazzo del bey a più piani, con

vaste gallerie e terrazze di stile mezzo Chinese e mezzo mussulmano,

risaltava colla sua mole maestosa, in mezzo a quel caos di casupole che

le piogge di quando in quando sgretolavano e scioglievano.

Nel momento in cui i cinquanta cavalieri irrompevano sotto la porta

di Ravatak, slanciandosi a gran galoppo attraverso le vie con Hossein,

Abei e Tabriz alla testa, una viva emozione regnava nella città.

Uomini a cavallo ed a piedi s'incrociavano in tutte le direzioni,

urlando ferocemente e agitando forsennatamente fucili, scimitarre,

_jatagan_ e _kangiarri_, mentre schiere di donne e fanciulli fuggivano

pei giardini, spingendosi innanzi, a legnate, bande di cammelli e

greggi innumerevoli di montoni.

In tutte le case echeggiavano grida e bestemmie e sulle terrazze

rimbombavano colpi di fucile, sparati a casaccio contro un nemico

invisibile, poichè nessun russo fino allora si era mostrato, nemmeno

dietro alla cavalleria di _Djura-bey_, che si rifugiava in pieno

disordine verso la città, fra un tumulto spaventevole.

— Al _bazar_! — gridò Tabriz ai suoi uomini. — Andiamo a prendere

possesso del caravanserraglio. —

La truppa attraversò, sempre al galoppo, la parte meridionale della

città, non senza aver travolto più d'un fuggiasco e si fermò su una

vasta piazza, in parte coperta da immense tende ed ingombra di banchi

completamente vuoti, poichè tutti i rivenditori erano scappati,

portandosi via le loro preziose merci.

Tabriz dopo d'aver dato uno sguardo all'intorno, s'avviò verso un

massiccio fabbricato, che si ergeva in un angolo della piazza e che

aveva parecchie porte.

— Occupiamo il caravanserraglio, innanzi tutto — disse a Hossein che lo

interrogava collo sguardo. — Aspettiamo che si ristabilisca un po' di

calma, prima di andare a far visita a _Djura-Bey_.

I russi non saranno così sciocchi di assalire la città, senza aver

prima aperte delle brecce.

— Credi che non approffittino della fuga dei cavalieri del _beg_ per

dare subito l'assalto? — chiese il giovane.

— Kitab è bene fortificata, signore, ed i russi non devono ignorarlo.

Pel momento non vi è alcun pericolo.

— Cugino, — disse Abei, — se non ti spiace m'incarico io di andar a

trovare il beg di Schaar, che è l'alleato di Djura. A me non potrà

rifiutare il suo appoggio, avendo un debito di riconoscenza da saldare

con mio padre.

— Me ne hai parlato una volta, — rispose Hossein. — Mi pare che tuo

padre gli abbia un giorno salvata la vita.

— Sì, cugino.

— Se ne ricorderà ancora il beg?

— Glielo rammenterò io quel prezioso favore, e vedremo se oserà

dimenticarsi di mio padre.

— Che sia tornato?

— Se la sua cavalleria è rientrata, suppongo che non sarà rimasto fuori

dalle mura ad aspettare le palle dei falconetti russi, — disse Tabriz.

— Saprò io scovarlo fuori, — rispose Abei. — O nel palazzo di Djura o

nella cittadella lo troverò.

Le Aquile della Steppa: Romanzo · 第 29 / 81 题