Quella galoppata durava già da un'ora ed il gigante cominciava a
distinguere, attraverso la nebbia che s'alzava sulla steppa, come
un gran nastro d'argento che il sole faceva vivamente scintillare
indicante il fiume, quando un grido echeggiò in mezzo alle erbe che
sorgevano altissime sulle rive.
— _Kabarda!... Kabarda!_... —
Tabriz arrestò di colpo Heggiaz, facendolo piegare fino a terra e vide
parecchi grossi falchi volare in truppa serrata, sfiorando colle loro
robuste ali le erbe della steppa.
— V'è qualcuno laggiù, — disse.
Fece fare a Heggiaz un gran salto e si diresse verso il fiume gridando
con voce stentorea:
— Chi chiama?.
— Aiuto!
— Veniamo: abbiate pazienza un momento.
— Aiuto!...
Tabriz si lasciò sfuggire un grido.
— È la voce di Abei! — esclamò. — Che io abbia avuto tanta
fortuna? —
Quel grido era partito fra mezzo un altro gruppo di canne, costeggiante
uno stagno con le erbe circostanti che quasi interamente coprivano.
Tabriz discese da cavallo, subito imitato dal _nuker_ ed entrambi si
diressero con precauzione verso le piante acquatiche.
— Sei tu signore? — chiese il gigante — aprendo le canne
coll'archibugio.
— Non m'inganno io! — esclamò la voce che aveva chiamato aiuto. — È
Tabriz che mi parla! —
Il turcomanno s'avanzò rapidamente e scoprì, in mezzo alle piante, il
nipote del _beg_ colle gambe e le braccia legate da solide corregge.
— Che cosa fai costì, mio signore? — chiese il gigante.
— Vedi bene che sono legato, — rispose Abei, che pareva o fingeva di
essere arrabbiato.
— Ti hanno sorpreso le Aquile, signore?
— Vuoi che mi sia legato da me?
Tabriz estrasse il _kangiarro_ ed in pochi colpi recise le corregge,
non senza notare però che i nodi erano così poco stretti da poterli
allargare con un piccolo sforzo.
— Sono sei ore che mi trovo qui — disse Abei saltando lestamente in
piedi. — Potevi giungere ben prima.
— Avevamo da difendere Talmà, signore, — disse Tabriz — e quelle
maledette _Aquile_ ci hanno tenuto occupati fino all'alba.
— L'hanno portata via?
— Chi?...
— La bella Talmà?
— È stato un vero miracolo se non l'hanno rapita. Qualche ora di
ritardo e prendevano d'assalto la casa. —
Abei era diventato pallidissimo ed una profonda ruga si era disegnata
sulla sua fronte.
— E Hossein è là? — chiese coi denti stretti.
— Col _beg_.
— E chi sono codesti cavalieri che t'accompagnano?
— I Sarti di Talmà. —
Abei represse a stento un moto d'ira.
— E le nozze? — chiese.
— Questa sera, signore, verso il tramonto. Partiamo o non potrai
prendere parte alla caccia, nè alla corsa, mentre il _beg_ conta sui
tuoi falchi e sul tuo cavallo.
La carovana si sarà già messa in viaggio ed i regali di nozze non
mancheranno al momento opportuno.
— Conducetemi un cavallo — proseguì Tabriz, volgendosi verso la scorta.
Un sarto s'avanzò e balzò a terra dinanzi ad Abei dicendogli:
— Lunga vita al nipote del grande _beg_. Ecco il mio cavallo
signore. —
Abei salì in sella senza parlare, mentre il Sarto montava dietro ad uno
dei suoi compagni; poi il drappello partì al galoppo, tornando, innanzi
a tutto, verso la tenda per smontarla e trasportarla alla casa di Talmà
e prendere i cavalli che dovevano già essere ritornati.
Abei non aveva più aperto bocca. Pareva in preda a tetri pensieri e
punto soddisfatto di quanto era accaduto durante la notte. Di quando in
quando la profonda ruga ricompariva sulla sua fronte e il suo viso già
poco simpatico assumeva un aspetto bruttissimo.
— Signore, — gli disse ad un certo momento Tabriz, — si direbbe che tu
sei molto incollerito.
— È vero, — rispose il nipote del _beg_. — L'ho con quelle dannate
_Aquile_ e poi vi è un pensiero che mi turba.
— Quale?
— Vorrei sapere chi le ha spinte a tentare questo colpo di mano e per
conto di chi hanno agito.
— È quello che mi ero già chiesto anch'io, — rispose il gigante. — Qui
sotto ci deve entrare la mano di qualche uomo potente.
— Di un _Khan_?
— Quello di Khiva o di Bukara. Eh!...
— Può darsi — disse Abei. Poi ricadde nel suo mutismo, aizzando il
piccolo e villoso cavallo datogli dal Sarto.
Un'ora dopo giungevano alla tenda. I due cavalli che Tabriz e Hossein
avevano lasciati liberi, brucavano le erbe come meglio potevano, avendo
ancora il morso.
I Sarti, aiutati dal gigante, levarono le pertiche, piegarono l'immensa
tela di grosso feltro, caricarono tutto sui cavalli, compresi i cofani,
poi si rimisero in marcia.
Abei non si era occupato che dei suoi falchi ai quali ci teneva
immensamente.
Verso le tre del pomeriggio la carovana giungeva dinanzi alla casa
di Talmà, che brulicava di persone accorse in gran numero da tutti i
vicini villaggi di quella parte della steppa, per assistere alle nozze.
I matrimoni che si celebrano nelle steppe turaniche, attirano sempre
un gran numero di persone, perchè quello è un giorno di festa e di
baldoria per tutti, anche per gli stranieri, anche pei nemici, i quali
vengono considerati come ospiti e nulla hanno quindi da temere, almeno
fino a che le feste durano.
Quando si tratta specialmente d'un matrimonio fra persone cospicue, non
è raro vedersi radunare delle migliaia di cavalieri giunti da villaggi
anche lontanissimi, perchè sanno che gli sposi daranno cacce, corse di
cavalli e soprattutto banchetti colossali, dove s'immoleranno centinaia
di montoni e dove il latte inacidito e fermentato di cammelle scorrerà
a fiumi.
Il _beg_, i suoi nipoti e Talmà erano troppo noti nella steppa
dei Sarti, perchè il pubblico scarseggiasse: e forti drappelli
di cavalieri, in abito da festa, con immensi turbanti variopinti,
o altissimi kalbak villosi, cinture piene d'armi scintillanti, e
lunghissimi fucili gettati attraverso le spalle erano accorsi.
Chi erano e da dove venivano?
Nessuno avrebbe osato far loro una tale domanda perchè, secondo le
leggi dell'ospitalità turchestana, sarebbe stata un'offesa sanguinosa.
Moltissimi erano Sarti del Tackhunt, a giudicarli dalla lunga
vestaglia, colle maniche molto larghe presso la spalla e strette
all'estremità e tanto lunghe che basta chiudere il pugno, perchè
ricadano e riparino le mani dal freddo e dall'umidità, quindi persone
amiche.
Ve n'erano molti altri però con giubbe invece corte, di grosso panno,
strette da larghe fasce di cotone, lunghe sovente perfino dieci metri
e con ampi calzoni e alti stivali gialli o rossi, a punta rialzata,
e con certe facce barbute, d'aspetto brigantesco e poco rassicurante,
appartenenti ad altre tribù e forse molto lontane.
I servi di Talmà, aiutati dai Sarti del vicino villaggio e dalla scorta
del _beg_, che era giunta felicemente colla carovana, avevano fatti i
preparativi per le nozze. Immense tavole erano state disposte dinanzi
alla casa pel banchetto notturno ed un numero infinito di caldaie erano
state allineate sul margine della steppa, piene di pezzi di montone.
Tutto il giorno i cuochi, improvvisati, non avevano fatto altro che
scannare animali e mungere le cammelle, affinchè tutti gli ospiti
potessero mangiare a crepapelle e bere a sazietà e poter vantare
dovunque la ricchezza e la generosità del vecchio _beg_, di Hossein e
della sposa.
Quello però che pel momento maggiormente interessava tutta quella gente
era la caccia col falco, che doveva aprire la festa, poichè tutti i
turchestani sono appassionatissimi per tali divertimenti.
Quattro gazzelle, animali velocissimi, più agili dei cervi e dei
caprioli, dovevano fornire la preda ai rapaci volatili di Abei.
Uno squillo di corno, lanciato dallo scudiero, avvertì che gli ospiti
si erano disposti su due immense file sulla fronte della steppa,
trattenendo a stento i loro piccoli, brutti, ma ardenti cavalli, che la
caccia alla quale dovevano prendere parte anche i fidanzati, stava per
cominciare.
La porta maggiore della casa di Talmà si era aperta, e pel primo
era comparso Abei, sfarzosamente vestito, montato sul suo bellissimo
cavallo e tenendo sul pugno sinistro, coperto da uno spesso guanto, il
suo falcone favorito.
Subito dopo erano usciti Hossein e Talmà, seguiti dal vecchio _beg_ e
da Tabriz.
Il primo indossava uno splendido costume persiano di seta bianca, con
grandi cordoni ed alamari d'oro e sul berrettone conico un pennacchio
ornato di diamanti e di smeraldi; Talmà invece aveva il suo vestito da
sposa, che risaltava vivamente sulla candida giumenta che le serviva da
cavalcatura.
Aveva i capelli divisi in due grosse trecce, che le ondeggiavano sulle
spalle e che contornavano splendidamente il suo visino bianco-rosa,
allungate artificiosamente con spighette formate da peli di cammello e
intrecciate con mazzolini di bellissime perle di Bahrem.
Sul capo portava una specie di tiara d'argento dorato, adorna di
turchesi, assai alta, un vero edifizio, coperta in parte da un lungo
velo intessuto con pagliuzze d'oro e con numerose fila di sottilissime
catenelle e di pietre preziose, come rubini, zaffiri e smeraldi e che
terminava al di sotto della cintura, in un ricchissimo e probabilmente
antichissimo merletto.
La sua veste era ampia, di seta rossa, diritta, priva delle maniche
affinchè si potessero scorgere i meravigliosi braccialetti che
le ornavano le bellissime braccia, — regali del fidanzato; — era
stretta alle anche da una fascia pure di seta, ricamata in oro,
di colore azzurro ed abbellita sul petto da piastrine d'argento e
d'oro, somiglianti nella forma alle cartucce dei moderni fucili e
che probabilmente dovevano contenere degli amuleti o dei versetti del
Corano.
Al di sotto di quella veste, che non le scendeva oltre le ginocchia,
formando ampie e ricche pieghe, Talmà portava dei larghi calzoni alla
turca, di seta bianca, con festoni d'oro, allacciati alle caviglie,
un po' sopra delle scarpette di cuoio rosso splendidamente ricamate in
argento.
Il _beg_ veniva ultimo, colla sua famosa scimitarra di damasco che
avrebbe potuto bastare a comperare le splendide armi dei suoi nipoti,
tutto racchiuso in una severa zimarra di panno bruno, stretta da una
fascia di pelle gialla ed il capo coperto da un immenso turbante, il
cui pennacchio era trattenuto da uno smeraldo di valore inestimabile.
Tutti in pugno tenevano i falchi, i quali squittivano incessantemente o
starnazzavano le ali come se fossero impazienti di strappare gli occhi
alle disgraziate gazzelle.
Un urlo selvaggio, partito da mille bocche, salutò la comparsa degli
sposi:
_Uran!... Uran!..._
Era quel grido formidabile dei cavalieri turchestani, che tante volte
aveva fatto impallidire i poveri abitanti della steppa; un grido
che somigliava all'urrah leggendario dei cosacchi, urlo di guerra ed
insieme di entusiasmo.
Da una specie di capannuccia costruita in mezzo alle alte erbe, quattro
graziose gazzelle, catturate vive alcuni giorni innanzi, si erano
buttate a corsa disperata attraverso la steppa; e tutta quella turba di
cavalieri, preceduta dai fidanzati, da Abei, dal _beg_ e da Tabriz, si
era slanciata innanzi come una tromba furiosa, devastatrice, aizzando i
cavalli e lanciando il terribile grido di guerra.
Era un uragano che passava attraverso alla steppa, peggio ancora,
una meteora fra un fracasso assordante, un mugolìo feroce di veltri
galoppanti sui fianchi dei cavalieri, con le lingue penzolanti e le
code al vento.