Il giorno che Albertino Farri ebbe compiuto il suo ventunesimo anno
di età fu visto passeggiare per le strette vie della città provinciale
con un viso raggiante di allegrezza. La sua personcina dritta e svelta,
la quale sorreggeva un visetto da topo nero e vispo, coi denti un po'
sporgenti sotto il labbro superiore e gli occhi lucenti sotto le ciglia
lunghe, aveva quella mattina scatti di così bizzarra vivacità che le
persone posate e calme ch'egli incontrava si volgevano ad osservarlo
con uno sguardo diffidente.
Ma egli non se ne curava e continuava ad aggirarsi dalla piazzetta
della chiesa alla piazzetta del municipio con la sua inquieta andatura
a sbalzi e a salti, tra brevi soste sorridenti all'angolo di qualche
viuzza ombrosa di dove sbucavano le massaie sorreggendo a fatica la
rete di spago ricolma d'ortaggi olezzanti.
— Ella dovrebbe giungere da questa parte, — rifletteva per un momento
Albertino imprimendo con le dita un moto vertiginoso al suo leggero
bastoncino di bambù e frugando la stradetta ombrosa con lo sguardo
acuto.
Ma poichè ella dopo un minuto d'attesa non era ancor giunta, con
una rapida giravolta e alcuni passi precipitosi Albertino correva a
collocarsi presso un altro angolo a spiare con la medesima inquietudine
gaia e impaziente s'ella apparisse.
Ella apparve finalmente quando finì la messa cantata tra i fedeli che
uscivano a gruppi dalla chiesa spalancata, tra odor d'incenso e di
gigli, e s'avanzò tutta sola, vestita d'azzurro cupo, con un piccolo
cappello nero adorno di una coroncina di miosotidi, per la viuzza lunga
e deserta a capo della quale Albertino Farri aspettava trepidante.
Quando fu a pochi passi egli si staccò con un balzo e la salutò con un
sorridente impaccio timido e ardito al tempo stesso, ponendosi quindi,
sebbene non invitato, al suo fianco e proseguendo con lei il cammino.
Ella aveva corrugato le ciglia all'improvviso incontro e risposto
freddamente al saluto ed ascoltava ora in un silenzio un po' sdegnoso
le parole perplesse del giovine.
— Come sono contento d'averla incontrata questa mattina, signora
Anna-Maria! Era quasi una settimana che non la vedevo e temevo che
fosse partita, signora Anna-Maria.
Egli insisteva per lusingarla su quei due nomi uniti, dei quali si
compiaceva la giovine moglie del medico, che tutti in paese chiamavano
più semplicemente la signora Anna o la signora Montani.
Unica figlia del conte Delbalzo, gentiluomo d'antica nobiltà già
mezzo rovinato alla morte del proprio padre e morto poi egli stesso
in una affannosa miseria con gli uscieri implacabili alla porta della
sua camera d'agonizzante, ella s'era adattata a sposare il solo uomo
che fosse stato ad entrambi generoso di devota benevolenza e d'aiuto
disinteressato, ossia il dottor Montani, il medico quarantenne che
aveva curato suo padre.
Uscita a diciott'anni da un aristocratico collegio religioso dove
il suo nome e la sua povertà le davano diritto ad un posto gratuito,
Anna-Maria era piombata in quella cittadina petulante e tediosa dove
la sua bellezza e la sua superbia le avevano creato intorno la più
diffidente solitudine, e per quattro anni aveva assistito allo sfacelo
della stanca esistenza paterna, la quale chiedeva tutti i giorni ancora
qualche cosa per trascinarsi avanti fino al domani.
Il dottor Montani, pietoso e buono ma povero anch'egli e provvisto
solo delle risorse della sua professione, portava loro il conforto
amichevole della sua parola e il sollievo delle sue cure, ma un altro
uomo saliva di quando in quando il lungo viale della villa Delbalzo,
entrava nelle piccole stanze della portineria, divenute ora l'ultimo
rifugio all'antico padrone, e, portandosi via una firma tutta tremula
e contorta del malato, lasciava sul suo letto alcuni sudici e preziosi
biglietti di banca.
Suo padre aveva umilmente spiegato ad Anna-Maria che costui s'era
arricchito esercitando la professione lucrosa dell'usuraio, dopo aver
in gioventù arrischiato meno scaltramente la galera sotto una certa ma
non abbastanza provata accusa di falsario, e che alla propria morte
il ricavo di vendita della villa Delbalzo sarebbe bastato appena a
sodisfare le sue avide ma del resto legalizzate pretese.
Tutto ciò era regolarmente avvenuto ed anni dopo, un mattino di maggio,
la contessina Anna-Maria Delbalzo, diventata più borghesemente la
signora Montani, uscendo dalla messa cantata con un abito azzurro cupo
e un cappello adorno di miosotidi, camminava per una viuzza semideserta
di quella cittadina provinciale, ascoltando piuttosto sdegnosamente le
parole incerte di Albertino Farri, il quale le faceva da alcuni mesi
una timida corte.
Ed Albertino Farri era il figlio di Alberto Farri, lo scaltro usuraio
che anni innanzi saliva di quando in quando il lungo viale della villa
Delbalzo per lasciarvi, mediante un'affannata firma di moribondo,
alcuni sudici e preziosi biglietti di banca.
La casina del dottore, situata sulla strada provinciale un po' lontano
dall'abitato, già appariva splendente sotto il sole di mezzodì, tutta
dipinta a strisce rosse e bianche, chiusa nella cintura verde del suo
giardino, e Albertino Farri non aveva ancora comunicato alla signora
Montani lo scopo per cui egli s'era posto al suo fianco accompagnandola
per quasi mezz'ora di cammino.
Poichè egli nascondeva nella parte più intima dei suoi pensieri uno
scopo ben determinato e, per raggiungerlo, gli occorreva innanzi tutto
renderne partecipe l'insensibile donna dei suoi sogni, ossia la signora
Anna-Maria.
Non ostante l'esordio piuttosto trepidante, egli non era riuscito
ad avviare la loro conversazione sopra un terreno propizio alle
dichiarazioni lungamente meditate e, rosso in viso per il sole e per
l'ansia, continuava a discorrere di cose inutili e vaghe, lanciando
tratto tratto di sotto alle ciglia qualche lungo sguardo indagatore
alla sua compagna, la quale gli rispondeva a monosillabi senza
guardarlo, andando dritto di fronte a sè col suo passo rapido e
leggiero di giovinetta.
A poca distanza della casa un immenso pino stendeva la sua densa ombra
sul biancore accecante della strada, e una rustica panca, costruita pei
suoi riposi da qualche ingegnoso viandante, si appoggiava al tronco
scabro dell'albero invitando i passeggeri a sostare un momento alla
verde frescura.
Anna-Maria non resisteva mai alla tentazione d'abbandonare la sua
persona sottile alla dolcezza riposante di quell'indugio prima
d'iniziare la breve salita che la portava alle soglie della sua casa,
e anche quella mattina sedette sulla panca rustica al rezzo odoroso
del pino silvestre, e sorrise blandamente a se stessa con un piccolo
sospiro di raccolta felicità.
Albertino rimase in piedi dinanzi a lei e trasse da quel sospiro la
forza di manifestarle il proprio tenero sentimento.
Lo fece senza grazia, con parole e con gesti impacciati, ma con un tale
fuoco di sincerità negli occhi e tale tremore d'emozione nella voce
che Anna-Maria, la quale si scalzava lentamente i guanti a capo chino
mentre egli parlava, alzò d'improvviso il capo e si pose ad osservarlo
con una attenzione fra pietosa e meravigliata.
— Le voglio tanto bene, signora Anna-Maria, che non riesco neppure
a dirglielo senza sembrare ridicolo a' suoi occhi. Eppure bisogna
assolutamente che glie lo confessi per non sentirmi più soffocare
dall'ansietà ogni volta che la vedo e sentirmi morire di malinconia
quando rimango due giorni senza vederla. Oggi, non so come, non so
perchè, ho trovato il coraggio di salutarla e di accompagnarla fin qui.
Capisco perfettamente di non averle fatto piacere, perchè una signora
come lei non può che disprezzare un ragazzo come me. Eppure io non sono
forse così stupido quanto sembro. Mi piace leggere e studiare e avrei
voluto laurearmi, ma mio padre non me lo permette e vuole che m'occupi
d'affari come lui.
La signora Montani a quell'accenno riabbassò il capo e si pose a
guardarsi le unghie ch'erano rosee e lucide come smalto, ma fra l'arco
delle sue sopracciglia si era scavata una piccola ruga sottile e
diritta come un taglio, mentre un lieve sogghigno le contorceva la
bocca.
— Io la faccio ridere, lo so, con le mie sciocchezze, — riprese
mortificato Albertino. — Ma mi risponda almeno con una parola, anche
con un'insolenza. Mi dica chiaramente che sono un idiota ed io me ne
andrò senza più seccarla.
— È un bambino, — mormorò Anna-Maria, crollando il capo con un sorriso
di compatimento blando, e s'alzò per riprendere la sua via.
Ma Albertino, rianimato da quella parola benevola, le si pose di fronte
e la supplicò d'ascoltarlo ancora un momento, di sedere ancora un
momento su quella panca all'ombra di quel pino sul quale incominciava
allora il frinire alto e roco d'una cicala meridiana.
— Vede, — soggiunse Albertino con un sorriso d'ingenua malizia e di
gioia infantile, — io non sono poi tanto bambino. Ho compiuto proprio
oggi i miei ventun anni e mio padre questa mattina mi ha fatto un
magnifico regalo.
— Me ne rallegro, — disse fra i denti con una beffarda ironia la
signora Montani, e vide in pensiero passare fra quelle mani le firme di
suo padre, alternate alla sudicia preziosità di alcune carte monetate.
— Ecco il regalo, — le confidava intanto Albertino Farri traendo
con cura gelosa dal suo portafogli un biglietto di mille franchi e
tenendolo disteso sotto i suoi occhi. — Ne posso fare quello che mi
pare, comprarmi ciò che voglio, nessuno me ne chiederà conto.
Ed egli lo raggirava fra le dita con una specie di avidità sensuale che
lo faceva in quel momento rassomigliare a suo padre, l'usuraio. Ma lo
sguardo sprezzante che la signora Montani gli lanciò senza rispondere,
lo trasse subitamente dalla sua venale compiacenza.
— Io potrei comprare per mille franchi di fiori e mandarglieli,
riempirle tutta la casa di fiori rari e preziosi come le orchidee, —
sospirò il giovine senza convinzione, ma con una voce e un viso pieno
di sentimento.
Anna-Maria s'alzò dalla panca rustica con una breve risatina stridente.
— Adesso è proprio un po' idiota, — gli affermò fissandolo negli occhi
con una specie di gaia provocazione.
Erano l'una di fronte all'altro, così vicini che quasi si toccavano, e
Albertino Farri contemplava da presso, estatico, per la prima volta, il
bel viso superbo di Anna-Maria.
— Com'è bella la sua bocca quando ride così, — le susurrò tuttora
immobile, quasi affascinato da quel riso che piano piano si spegneva
sulle fresche labbra della donna. — Io darei qualsiasi cosa per poter
baciare quella bocca, — sussurrò con improvvisa audacia, divenendo un
po' pallido, senza staccare da lei lo sguardo che palpitava sotto le
ciglia lunghe.
Anna-Maria ebbe di nuovo un breve sussulto di riso e chiese ambigua,
con una voce di beffa gioconda:
— Anche il biglietto di mille franchi?
— Anche quello, — rispose Albertino alzando con un bel disdegno
le spalle, ma osservandola tuttavia con uno stupore alquanto
scandalizzato.
Ella comprese il suo pensiero e continuò a ridere con una arguzia un
po' amara.
— Non crederà ch'io voglia vendere un bacio per mille franchi.
Sarebbe buffo, non è vero? Buffo, lucroso e ignobile come quel genere
d'operazioni che si praticano nella sua famiglia.
— Quali operazioni? — domandò inquieto Albertino.
Ma ella non gli rispose e proseguì, sempre sogghignando:
— Un biglietto di banca non è che un pezzo di carta e si può bruciare.
Albertino ascoltava spalancando gli occhi pieni di ansiosa meraviglia.
— E mentre brucia, — ella soggiunse lentamente, quasi suggerendogli
la conclusione alla quale voleva ch'egli stesso giungesse — e mentre
brucia c'è tutto il tempo....
— C'è tutto il tempo di dare un bacio a una donna, — finì in un
mormorìo rauco il giovinetto, sempre fisso alla bella bocca che quasi
gli si offriva e gli si prometteva.
Ella non disse più parola. Gli lanciò ancora di sbieco uno sguardo
ed un riso balenanti e poi s'avviò rapidamente verso la casa rossa e
bianca, splendente sotto il sole di mezzodì.
Poche sere dopo la signora Montani, tutta sola nella sua casa isolata
fra il verde del giardino, leggeva un romanzo francese appoggiata
al davanzale della finestra, quando udì aprirsi con un cigolìo il
cancelletto in fondo al viale e un passo scricchiolare sulla ghiaia.
Quasi subito le apparve fra le due siepi di mortella Albertino Farri,
il quale s'avanzava lentamente verso di lei, masticando, per darsi
un contegno disinvolto, un rametto di cedrina. Quando giunse sotto la
finestra egli la scorse e la salutò sorridendo:
— Buona sera, signora Anna-Maria. Ho visto passare il carrozzino di suo
marito ed ho pensato che doveva essere sola ed annoiarsi. Perciò sono
venuto a tenerle un po' di compagnia.
— Io non mi annoio mai, — ella rispose col suo abituale orgoglio,
sebbene pensasse tutto il contrario. E gli porse la mano dalla finestra
bassa.
— Mi permette d'entrare? — chiese il giovine quando fu sulla soglia
della stanza da pranzo e venne a sederle vicino.
Guardò la copertina del libro, poi guardò il viso della signora, che
gli pareva ancora più freddo e altero del consueto. Tuttavia, dopo
qualche esitazione, Albertino osò trarre un lungo sospiro e osò dire
sottovoce:
— Sono venuto anche per seguire il suo consiglio dell'altra mattina.
— Il mio consiglio? — ripetè Anna-Maria corrugando la fronte come se
non rammentasse.
— Sì, — soggiunse Albertino ancora più piano, — non si ricorda?
Quel bacio, quel bacio, che si può dare a una donna mentre brucia un
biglietto da mille franchi.
— Ma era una sciocchezza, — affermò ella sollevando le spalle. — Son
cose che si facevano, che si son fatte in altri tempi, da altra gente.
Non ha compreso la mia canzonatura?
— Io non voglio essere canzonato, — scattò Albertino alzandosi in
piedi. — Voglio un suo bacio al prezzo che le ho detto e bisogna che me
lo dia qui, questa sera stessa.
Egli aveva tratto dal portafoglio il suo biglietto di banca, lo aveva
gettato con un atto di disprezzo sul tavolo, buttandovi sopra una
scatola di fiammiferi. Anna-Maria lo osservava con una attenzione fra
ironica e stupefatta, aprendo e chiudendo il suo romanzo.
Le pareva impossibile che quel ragazzo, figlio d'usuraio, certo usuraio
egli stesso nell'anima, il quale possedeva per la prima volta una somma
ch'egli riteneva quasi favolosa, fosse capace di buttarla così per lei,
di distruggerla in una rapida fiammata per un bacio.
La stanzetta terrena si riempiva d'ombra e, fatto da questa anche più
coraggioso, a grado a grado Albertino giunse in silenzio a sfiorare con
le dita i capelli di Anna-Maria, la quale non si mosse.
— Non mi dice di no? — le mormorò tremando all'orecchio, e poichè ella
continuava a tacere, s'allontanò di due passi e s'accostò al tavolo.
Si udì lo strofinìo del fiammifero acceso, si vide sprizzare,
balenando, la scintilla rossa, poi nell'ombra grave della stanza, una
piccola fiamma violacea continuò lentamente ad ardere sopra un vassoio
di vetro nel centro della tavola: era il biglietto di mille franchi che
lentamente si distruggeva.
Anna-Maria sentì in quel momento intorno alle sue spalle allacciarsi
due braccia convulse di desiderio e sulla sua bocca premere
freneticamente due labbra avide d'amore e fresche di giovinezza.
Dimenticò chi fosse e che cosa volesse colui che la baciava così.
Ma quando la piccola fiamma violacea si spense ed essi si staccarono
con gli occhi torbidi e le vene pulsanti, ella ritrovò quasi subito,
insieme con la sua naturale superbia, il ricordo amaro del passato,
confuso ad un pentimento sottile e iracondo per l'oblioso abbandono
presente.
Allora s'alzò, fece scattare la chiavetta della luce, guardò bene in
faccia Albertino Farri, e il suo sguardo era quello d'una nemica.
— Ora che ha raggiunto il suo scopo può andarsene e non rimettere piede
qui dentro, — gli ingiunse con voce bassa ma ferma.
Egli, ancora ansante, raggiunse umilmente la porta, poi si fermò
e le rivolse d'un tratto la sua faccia da topo piena di sarcastica
malignità.
— Me ne vado contento, — le disse sorridendo, ed accennando con
l'indice teso le ceneri del biglietto che ancora fumavano sul vassoio
di vetro, soggiunse: — Per un bacio, e per un bacio come questo, anche
se adesso mi vedo scacciato per sempre da casa sua, valeva bene la pena
di rimetterci un biglietto da mille franchi, tanto più....
Egli esitò, calcolò l'effetto delle sue parole, la spiò di sotto in su
e attese ch'ella lo incitasse a completare la frase.
Anna-Maria aspettò un momento, mordendosi le labbra, e ribattè gelida:
— Tanto più?
E Albertino Farri, oltrepassando la soglia della stanza concluse:
— Tanto più che quel biglietto era falso.
“IL SOPRAPPIÙ.„
Il gobbetto posò la tazza vuota sul tavolino del caffè, s'accomodò sul
divano e aperse un giornale.
Il Comunicato, i saluti dei combattenti, l'albero di Natale pei feriti,
la guerra, sempre la guerra, dovunque la guerra! Egli solo non poteva
parlare della guerra, perchè quando ne discorreva con amici, conoscenti
od ignoti, tutti quanti lo guardavano con un'aria di compassionevole
canzonatura e se vi pensava si rodeva dentro di sè.
Eppure egli sentiva gli altri ed anche se stesso supremamente ingiusti
verso la sua sorte. La quale finalmente non era che la sorte di
moltissimi giovani venticinquenni come lui che per varie ragioni non
potevano vestire la divisa militare e recarsi a combattere. Mario
Ponti non era malato di petto e sempre tossicoloso? Piero Giannoni non
trascinava la gamba destra per un disastro automobilistico? Carluccio
Lanzi non era mezzo cieco e del tutto ridicolo con la sua miopia che
gli faceva commettere le peggiori scempiaggini?
Eppure tutti costoro potevano parlare della guerra e dichiararsi
senza vergogna riformati per malattia o per difetto fisico senza che
a nessuno saltasse in mente di sogghignare e di sternutare comicamente
come accadeva quasi ogni giorno per lui.
— Caro mio, la tua non è un'insufficienza fisica — gli aveva detto
una sera Mario Ponti, il mezzo tisico che aveva uno spirito maligno
specialmente velenoso verso coloro che stavano benissimo. — Il tuo
difetto si può invece chiamare un soprappiù.
Tutti avevano riso di questa trovata e da quel giorno la sua gobba era
stata battezzata “il soprappiù„. Gli amici che lo incontravano per via
e al caffè gli battevano sul dorso allegramente chiedendogli notizie
del “soprappiù„, consigliando a sottoporre il suo caso all'ufficio
di leva perchè non era giusto che un uomo sano, giovane e provvisto
per soprappiù di simile magnifica esuberanza restasse a casa mentre
poteva rendersi utile al paese più di qualsiasi altro soldato diritto
e mingherlino.
Ferdinando Ducas, il gobbetto, ascoltava, sorrideva, talvolta
rimbeccava, ma dentro di sè soffriva tutte le torture. Quante volte
avrebbe voluto drizzarsi sulla sua piccola persona così robusta e forte
non ostante il “soprappiù„ e pigliare sonoramente a schiaffi il suo
sorridente insultatore! Ma anche questo onesto sfogo era riserbato ai
galantuomini e ai gentiluomini almeno di media statura e di schiena a
linea retta ed egli non ne poteva usufruire senza rendere sè e la sua
gobba ancora più grotteschi di quanto già non fossero.
Tra gli amici che più mordacemente si burlavano di lui ve n'era uno
partito da un paio di settimane per la guerra il quale, sino al momento
di salire in treno accompagnato da tutta la comitiva, non aveva cessato
di colpirlo coi suoi frizzi e coi suoi motteggi a cui egli non s'era
stancato di rispondere col più amabile sorriso e col più benevolo
spirito.
Questi si chiamava Giovanni Bonvicini ed era fidanzato a una cugina del
gobbetto, la signorina Lauretta Ducas, graziosissima ragazza ventenne
ricca e superba, corteggiata da molti ammiratori. Anche Ferdinando si
sarebbe schierato con gioia da molto tempo nel numero degli adoratori
più assidui e appassionati di sua cugina Lauretta, se non ci fosse
stato di mezzo ciò che anch'egli ormai chiamava come gli altri “il
soprappiù„ e appena si arrischiava a darle timidamente del tu come
lo autorizzava la sua parentela ed a farle due o tre visite all'anno,
accolto da lei e da sua madre con una tediata indifferenza.
Pareva ch'esse si vergognassero d'avere un gobbo nella loro famiglia,
come se questo potesse nuocere ai futuri destini di Lauretta e gli
lasciavano chiaramente comprendere che desideravano di vederlo il meno
possibile. Ma quando ella si fidanzò a Gianni Bonvicini, il quale
era un ottimo partito e un bellissimo ragazzo, gli si mostrarono
alquanto più indulgenti e si degnarono di ammetterlo con qualche
maggiore frequenza in casa loro, forse perchè Gianni si divertiva a
confrontarlo così piccolo e mal costrutto con la sua magnifica aitanza
di bell'ufficiale in divisa.
Senonchè, partito Bonvicini per la zona di guerra fra le lagrime della
fidanzata, Ferdinando non osò più mostrarsi alla cugina, come se ella
dovesse ora maggiormente disprezzarlo perchè egli se ne rimaneva a
godersi il suo agiato ozio e la sua sconfinata libertà, mentre Gianni
passava le notti nell'umidità gelida della trincea e si esponeva ogni
giorno alla morte.
Il gobbetto sfogliò lentamente il giornale sostenuto dal bastoncino di
legno trovato sul tavolo del caffè e gli venne sott'occhio nell'ultima
pagina, fra gli annunzi mortuari, un nome che lo fece sobbalzare.
“Gianni Bonvicini, ufficiale nel.... cadeva eroicamente sul Carso il
giorno.... Costernati ma orgogliosi ne dànno l'annunzio i genitori, la
sorella e il cognato, la fidanzata....„
— Ah! povera Lauretta, — esclamò Ferdinando balzando in piedi e si vide
nello specchio di contro così pallido e sconvolto che si meravigliò del
proprio dolore.
— Povero Gianni! Così allegro e spiritoso, così bel giovane e così
fortunato, — si diceva il gobbo uscendo dalla saletta fumosa e
camminando senza avvedersene sotto la pioggia che cadeva a dirotto.
— Morto, morto dopo quindici giorni di vita di campo. Scomparso così
con un sorriso ed un frizzo dietro lo sportello di un treno per non più
ritornare. Morto, lasciando tutti a piangere e a desiderarlo vivo, a
ricordarlo così bello, ad amarlo così forte. Ah! che fortuna andarsene
a quel modo con un addio pieno di baldanza e sparire nell'ombra con un
ultimo baleno degli occhi neri, con un ultimo riso dei denti bianchi!
Perchè povero Gianni? Chi più avventurato di lui? Perchè compiangerlo?
Chi sa?
S'era avviato in questi pensieri sotto una fila di portici dove la
gente si pigiava per ripararsi dalla pioggia e d'un tratto s'accorse
d'essere giunto davanti alla casa di sua cugina Lauretta. Allora si
fermò e pensò che poteva salire da lei con la speranza di trovarla, per
dirle il suo doloroso stupore ed alcune parole di sincero compianto.
Nel salotto semibuio per l'oscurità del cielo e dei cortinaggi egli
trovò sua zia tutta in lagrime intenta a narrare con molti sospiri
ad un'amica matura la tragica fine del suo futuro genero. Ella
salutò appena Ferdinando e non lo presentò alla signora ma egli
sedette sull'orlo d'una poltrona, nell'ombra, e stette ad ascoltare i
particolari di quella morte con una avidità vibrante di commozione.
Quindi la visitatrice si alzò e fu chiamata Lauretta perchè venisse
a salutarla. Ella si presentò sulla soglia tutta vestita a lutto come
una vedova, più bella e più superba nel suo pallore senza lacrime e si
lasciò baciare silenziosamente dalla matura signora che s'accomiatava.
Soltanto quando questa fu uscita ella s'accorse della presenza di
Ferdinando e lo guardò con due occhi foschi, senza rivolgergli la
parola.
— Lauretta, — egli balbettò timido e impacciato dinanzi a quel dolore
così rigidamente chiuso in se stesso, — ho letto poco fa la crudele
notizia e non so dirti, non so esprimerti davvero quale profonda
angoscia ne abbia provato.
Ella lo ascoltava senza guardarlo, col gomito sul bracciuolo della
poltrona e la guancia sulla palma, corrugando di tanto in tanto la
fronte come se quella voce la infastidisse.
— Tu non puoi immaginare, Lauretta, — continuava il gobbo — come mi
abbia commosso la fine eroica del povero Gianni, e quanto lo ricordi
come lo vidi l'ultima volta mentre partiva, così gioviale, così pieno
di salute e di vivacità. Rammento persino, vedi, che le sue ultime
parole furono per me. Addio, Nando, tanti saluti al “soprappiù„ mi
gridò, mentre il treno si metteva in moto e tutti gli altri risero
di cuore perchè aveva tanto spirito e non era cattivo neppure con me,
povero Gianni!
Egli ebbe un piccolo sorriso accorato sul viso pallido e ossuto e
guardò sua cugina aspettando ch'ella gli rispondesse con una parola,
con un cenno, con uno sguardo, con un sospiro. Ma ella rimaneva
immobile col viso rivolto verso la finestra da cui scendeva fra i
cortinaggi una luce grigia di giornata piovosa.
— Eppure — riprese il gobbetto incoraggiato da quel silenzio che gli
permetteva di aprire tutto il suo cuore — eppure, vedi, Lauretta,
la sua morte è stata così bella che io non posso trattenermi
dall'invidiarlo. Perdonami questa confessione che ti parrà quasi un
sacrilegio, ma io sento che quando si lascia la vita in quel modo,
giovani, belli, forti, amati, non c'è compianto che per il dolore di
chi resta. Quello che se ne va, così di colpo, senza sapere forse di
morire, è un fortunato degno d'invidia e non di pietà.
A queste parole seguì una brevissima pausa durante la quale Lauretta
si alzò e gli venne vicino mostrandogli all'improvviso tutta la durezza
orgogliosa e beffarda del suo viso.
— Che puoi sapere tu di queste cose? — gli disse con una voce aspra che
lo colpì in pieno petto. — Puoi cantare e sospirare le belle frasi,
tu che te ne rimani beatamente a casa mentre gli altri si battono e
cadono. È facile parlare d'invidia per uno che muore quando si ha la
fortuna di possedere una gobba che salva da tutti i rischi e da tutti
i pericoli. Va là, che sei ben felice di avere, come diceva Gianni, il
tuo bel “soprappiù„ che ti impedisce di esporre la pelle con gli altri.
Di' la verità almeno, e non raccontare la patetica storia della tua
invidia per chi se ne va. Tanto, nessuno ti crederebbe.
Ella scomparve dietro una portiera e il gobbetto rimase solo, così
instupidito da quelle parole che non riuscì per un poco a trovare la
porta e ad andarsene.
Ma quando fu nella strada, sotto la pioggia che cadeva sempre, se
le ripetè ad una ad una e gli parve a un tratto che nessun destino
al mondo fosse più triste del suo. Non poteva nemmeno compiangere
chi rimaneva, non poteva nemmeno invidiare chi se ne andava. “Tanto,
nessuno ti crederebbe„.
Camminò un paio d'ore sotto la pioggia ruminando fino all'esasperazione
questi pensieri e quando fu notte si fermò su un ponte di strada
ferrata sotto il quale passavano continuamente treni in partenza e in
arrivo. Veniva dalla stazione vicina un urlìo allegro di soldati che
partivano per la zona di guerra, salutati dagli amici e dai parenti e
di quando in quando lo scoppio d'una fanfara militare echeggiava più
forte coprendo le grida.
Ferdinando ascoltava quella musica e quelle voci con un palpito sordo
nel cuore e non osava neppure più formulare un pensiero di invidia
per quei giovani pieni di baldanza che potevano andare a combattere
e a morire fra urli di gioia. Egli possedeva per unico scopo, per
unica meta, per unica gioia della vita il suo bel “soprappiù„ che lo
sottraeva a tutti i pericoli: alla coscienza di sentirsi un uomo come
gli altri, alla speranza di amare e d'essere amato come gli altri, alla
possibilità di morire di una bella morte come gli altri.
Che cosa gli rimaneva?
Il treno militare si mosse fra un tumulto di grida irrefrenabili e
s'avanzò fumando verso di lui, sotto l'arco del ponte sul quale egli
sostava. Era salito sul parapetto a muro perchè la sua piccola statura
gli impediva di vedere e si sentiva pigiato intorno dalla folla curiosa
che si sporgeva per guardare in basso.
Un omone sgarbato lo spinse con tale violenza ch'egli si sentì
scivolare verso il vuoto ed allora pensò ch'era cosa facile lasciarsi
cadere laggiù proprio nel momento in cui il treno militare passasse.
I due occhi di fuoco s'avanzavano lentamente fra le grida frenetiche
dei soldati affacciati agli sportelli e quando la colonna di fumo nero
e denso sollevandosi fu quasi per investirlo, il gobbetto si diede un
piccolo slancio e cadde sui binari un momento prima che il treno vi
giungesse.
La gente che si pigiava intorno al parapetto urlò atterrita:
— Un ragazzo è caduto. Ferma! Una disgrazia! Per carità, ferma!
Ma il macchinista non udì nulla, perchè la musica e le grida facevano
un rumore assordante. E le ruote passarono sul piccolo corpo già
svenuto, sul povero “soprappiù„ che aveva impedito ad un uomo di vivere
e di morire come tutti gli altri.