Ieri l'altro la mia amica Rosalba Tranesi mi chiamò al telefono e mi
pregò con la sua voce più ansiosa:
— Vieni un momento a casa mia. Debbo parlarti.
— Non potresti attendere fino a domani? Oggi non sono in vena di
chiacchiere.
— No, cara, oggi, subito. Non si tratta di chiacchiere. Ho bisogno
di chiederti un consiglio. Mi dibatto da alcune ore in un terribile
dubbio.
— Nientemeno! Mi commuovi fino alle lacrime. Sarò da te fra un'ora.
Nella mia amica Rosalba vive la creatura assolutamente opposta a
quella che vive in me. Ella è tanto bionda quanto io sono bruna, tanto
dolce quanto io sono aspra, tanto fiduciosa quanto io sono diffidente.
Ella riconosce la superiorità del mio buon gusto, com'io riconosco
quella del suo buon cuore; ella tenta di mettere un po' di miele nel
mio pessimistico amaro, com'io tento di insinuare un po' di fiele
nella sua candida dolcezza. Cose perfettamente vane, ma che servono a
mantenere fra di noi quel leggero e pur vivace disaccordo, necessario
ad alimentare il nostro leale affetto, senza dover ricorrere a quelle
vicendevoli perfidie che sono quasi sempre il sale delle femminili
amicizie.
— Quali consigli mi vorrà chiedere? — meditavo lungo il cammino. —
Forse è incerta nella scelta dei suoi abiti primaverili fra un modello
di Drécoln ed uno di Paquin; oppure è perplessa sul miglior modo di
trascorrere i prossimi mesi estivi e non sa decidersi fra una spiaggia
marina graziosamente infiorata di mine subacquee, o una vetta di monte
ridotta alla più spirituale rarità di viveri; oppure....
Interruppi le mie riflessioni perchè ero giunta frattanto ai cancelli
del suo villino, ed a Rosalba la quale mi venne incontro silenziosa e
mi ricevette nello studio di suo marito ch'era la stanza più appartata
della casa, come quando voleva comunicarmi qualche cosa di importante
e di segreto, domandai con qualche ansietà:
— Ma, dimmi, che cos'è accaduto?
— In questo momento nulla, ma ho il dubbio che mi sia accaduto nel
passato qualche cosa di molto spiacevole.
— Un passato lontano?
— Di un paio d'anni.
— E te ne preoccupi ancora?
— Potrebbe ripetersi nell'avvenire.
— Questo è più grave. Ma, spiegati: di che si tratta?
— Ecco, — incominciò Rosalba, e andò ad assicurarsi che la porta fosse
chiusa. — Ti ricordi di Frida Wok, quell'istitutrice di Monaco che
tenni in casa mia per un anno e che partì alla nostra dichiarazione di
guerra alla Germania? Mio marito la chiamava “_l'ussero della morte_„
perchè vestiva sempre di nero e portava come spilla di cravatta un
piccolo teschio d'oro.
Rammentavo perfettamente quella ragazza alta e fulva, abbastanza
seducente pur nelle linee dure del volto e nei chiari occhi di gatto.
La incontravo quasi sempre in casa Tranesi e spesso in giro per la
città, a piedi o in automobile coi due bimbi della mia amica e m'ero
talvolta sorpresa di certe sue espressioni di serafica mansuetudine
così in contrasto con la mascolinità del suo volto e con la voracità
del suo sguardo.
Io la chiamavo dantescamente _la tedesca lurca_.
— Me ne ricordo. Ebbene? — la incitai con curiosità.
— Ebbene, dalla Svizzera dove andò a rifugiarsi, costei continuò a
scrivermi di quando in quando, raccontandomi in un cattivo italiano,
imparato in pochi mesi, le sue varie vicende, parlandomi di certi suoi
piccoli allievi russi ai quali non può voler bene come ai miei figli, e
sospirando in ogni lettera, regolarmente aperta dalla censura, la fine
della guerra e la gioia di poter ritornare in casa mia.
— Non mi pareva tanto tenera quand'era qui — osservai, ricordando
qualche suo scatto nervoso subito represso dalla consueta soavità.
— Faceva il suo dovere. Null'altro. Però da alcune ore mi tormenta il
sospetto che qualche volta abbia esorbitato dalle sue semplici funzioni
d'istitutrice.
— Ossia?
— Mi è giunta stamane una lettera che non riesco a comprendere. Eccola.
— E Rosalba trasse dalla tasca del suo _golf_ di seta azzurra una busta
aperta, invasa per metà dal bollo della censura e la battè più volte
con un gesto impaziente sull'orlo della scrivania come per disperdere
l'ombra misteriosa che pareva avvolgerla.
— Perchè non riesci a comprenderla? — domandai, meravigliata di quegli
irrequieti preamboli, così poco in armonia col carattere della mia
amica.
Questa sollevò il seno in un lungo sospiro, crollò il capo, chiuse gli
occhi per un momento e rispose con voce grave:
— Perchè è una lettera d'amore.
— Che dici?
— Una lettera d'amore, indirizzata a me, ma scritta evidentemente
per un'altra persona, per un uomo che forse non conosco, o che forse
conosco troppo bene.
— Scusami, cara. Ma tu sei ancora più incomprensibile della tua lettera.
E glie la strappai dalle dita, l'apersi e percorsi con lo sguardo
attento le due pagine e mezza che la componevano, mentre Rosalba
seduta di fronte a me, col gomito sul ginocchio e il mento sulla
palma, seguiva ogni espressione del mio viso, quasi per cogliervi il
silenzioso commento del mio pensiero.
Lo scritto incominciava con le parole: “Mio dolce amor„, che certo alla
alemanna pesantezza della signorina Frida erano sembrata la apostrofe
più poetica e più patetica per rivolgersi ad un amante lontano, quindi
rievocava con alcuni errori di grammatica e molti d'ortografia, una
certa gita in automobile, un primo bacio furtivo durante un ritorno al
chiaro di luna e parecchi deliziosi convegni “laggiù„, in un luogo non
definito da più precise indicazioni, terminando con abbracci e carezze,
proteste e raccomandazioni, espressi nella effusione del commiato parte
nel suo linguaggio e parte nel linguaggio dell'amante, per modo che ne
risultava una conclusione alquanto babelica, ma forse perciò ancora più
esasperante per i memori nervi ai quali era destinata.
Restituii la lettera a Rosalba in un perplesso silenzio, sorridendo
entro me stessa ad una mia maligna supposizione, ma sollevando con
lentezza stupefatta le spalle come chi si sente sperduto fra gli oscuri
meandri di un enigma indecifrabile.
— Che ne pensi? — domandò ansiosa la mia amica.
— Non penso nulla e capisco soltanto che questo sfogo
erotico-sentimentale è giunto a te per errore. Tuttavia, non mi posso
persuadere che quella donna sia stata così imprudentemente distratta
da chiudere in una busta indirizzata a te la lettera scritta per un
amante.
— È ciò che anch'io mi ripeto da alcune ore senza giungere ad una
conclusione, — confermò Rosalba alzandosi e passeggiando inquieta pel
vasto studio di suo marito, con gli occhi fissi ai fiori mostruosi del
tappeto e una ruga sulla fronte, come se riflettesse profondamente.
Meditammo entrambe con una taciturna intensità d'alcuni minuti, finchè
io scattai in piedi esclamando:
— Ho capito: è la censura.
— La censura?
— Certo. Quella busta fu aperta da una mano profana e letta da una
persona alla quale tornava del tutto indifferente che la signorina
Frida Wok scrivesse una lettera di gratitudine a te ed una lettera
d'amore a.... ad un altro. L'importante per il censore era che non
contenesse notizie di carattere politico e guerresco. La signorina
Frida dev'essere una cattiva tedesca perchè desidera la fine della
guerra per tornare nella casa dei suoi nemici, o meglio dei nemici
della sua nazione, coi quali ella si trova in perfetto accordo. Sono
questioni d'ordine affettivo di cui la censura non si interessa o se ne
interessa così poco e così male che con la più noncurante sbadataggine
confonde i destinatari e dirige alle amiche le parole d'amore ed
agli innamorati le parole di amicizia. A meno che il censore non sia
uno psicologo malvagio, o un autore di commedie fallito, o un marito
geloso, il quale si diletti di queste confusioni per far nascere
complicati drammi familiari.
Non appena ebbi pronunciato questi apprezzamenti me ne pentii,
perchè Rosalba mi spalancò in faccia le sue iridi azzurrine e mormorò
sgomenta:
— Ma allora, credi veramente anche tu che quella lettera fosse
destinata a....
S'interruppe ansando, quasi intimorita dalle parole stesse che stava
per pronunciare, interrogandomi con lo sguardo.
— A chi? — la incoraggiai, sorridendo con un simulato candore.
— A mio marito — ella finì in un soffio di voce.
Irruppi in una gioconda risata, protestando con energia:
— Ma tu sogni, mia cara. Io non pensavo affatto a tuo marito e sono ben
lontana dal supporre che un uomo il quale ha la fortuna di possedere
una piccola moglie come te, abbia potuto distrarsi con una ragazza
stipendiata, con quella walchiria da strapazzo che ti è, sotto tutti
gli aspetti, infinitamente inferiore.
— Ne sei certa? — dubitò Rosalba, non per anche persuasa dalla mia
impetuosa eloquenza.
— Metterei la mia destra sul fuoco, come Muzio Scevola, — insistetti
porgendo la mano con gesto drammatico. — D'altra parte, esiste un
semplice mezzo per assicurarsi della verità.
— Quale?
— Se tu hai ricevuta la lettera destinata all'innamorato di Frida
Wok, l'innamorato di Frida Wok ha ricevuta evidentemente la lettera
destinata a te. È chiaro?
— Chiarissimo. Ma non vedo come....
— Ecco. I due brani di prosa furono scritti nello stesso giorno, quindi
se sono giunte a tuo marito le espressioni di riconoscente affetto
uscite per te dalla penna della signorina Frida, come sono giunte a
te le espressioni teneramente infiammate della signorina Frida per
l'ignoto amatore, ciò significa....
— Continua, te ne prego, ma un po' più concisamente. Tu mi stordisci
con questi giri di frase.
— In poche parole: se tuo marito ha ricevuta la lettera, l'amante di
Frida è lui, se non l'ha ricevuta è un altro.
Vidi l'amica mia correre all'apparecchio telefonico posato sul piano
della scrivania e afferrare il ricevitore scattando: — Ora glie lo
chiedo.
Le tolsi di mano dolcemente l'ordigno e le parlai con soavità.
— Calmati, cara. Si tratta di cose troppo delicate per affidarle ai
fili aerei e alle molte orecchie di questo strumento loquace. È tardi.
Fra poco tuo marito rientrerà e si potrà allora interrogarlo con
abilità e con discrezione, costringendolo a rivelare, senza nemmeno
avvedersene, la verità qualunque essa sia.
— Non dubitare, che se mente me ne accorgo al primo sguardo — dichiarò
Rosalba con severità corrucciata. — Mio marito non ha mai detto una
bugia senza ch'io l'abbia letta sulla sua fronte, e se scopro che mi ha
tradita con quella _tedesca lurca_ prendo con me i miei figli e ritorno
a vivere in casa di mia madre, com'è vero che sono una donna onesta.
S'aggirava per la stanza in preda ad un'agitazione iraconda e gelosa
assolutamente inconsueta per il suo calmo temperamento, preparandosi ad
assalire il povero Tranesi con le unghie e coi denti come una belvetta
inferocita. Cercai di placarla con le parole suadenti.
— Ascolta, amica mia. Se tu aggredisci tuo marito appena entrato e gli
scaraventi addosso le tue domande accusatrici, è naturale che egli,
colpevole o no, si dimostri offeso e si rifiuti di parlare, oppure
avvertito dal pericolo corra ai ripari e neghi, come sanno negare in
questi casi non solo le donne, ma anche, ed assai meglio, gli uomini,
per modo che tu te ne rimanga dopo con la tua incertezza ancora più
oscura, col tuo tormentoso sospetto insoluto ed insolubile.
— E allora? — chiese Rosalba, già alquanto mansuefatta.
— E allora lascia che lo interroghi io.
— Tu?
— Ma sì, cara. Io sono in questa vicenda un'estranea, ed a parte il
mio affetto per te e il dolore che proverei per un affronto fatto a
te, non ho lo spirito intorbidato da alcuna passione e posso ragionare
con lucidità, indagare con scaltrezza, giudicare serenamente, far
subire insomma a tuo marito un piccolo esame di coscienza, durante il
quale egli sarà costretto a confessare i suoi torti se ne ha, oppure a
manifestarsi, quando lo fosse, innocente.
— Ma, — mormorò Rosalba incerta — tra moglie e marito, tu lo sai....
— Per carità, non citarmi la sapienza dei proverbi che sono stupidi
vecchiumi, molesti e volgari come la polvere della strada che si
attacca ai piedi di tutti i passanti. Ah, finalmente! Ecco l'automobile
di tuo marito che giunge.
Osservammo dietro le cortine della finestra abbassate l'agile vettura
grigia scivolare silenziosa nel giardino, percorrere la curva del
viale, fermarsi davanti alla gradinata. Tranesi, con la fascia
tricolore al braccio perchè fabbricava proiettili in un suo grande
stabilimento metallurgico, lasciò il volante e balzò a terra.
— Non gli trovi una faccia da uomo infedele? — mi chiese Rosalba
sottovoce.
— No. Piuttosto una faccia d'uomo enormemente affaccendato, — risposi
atteggiandomi a una rigida gravità.
— Ora verrà qui nello studio a scrivere note nei suoi registri, come
ogni giorno, — mi avvertì l'amica. E docilmente soggiunse: — Debbo
lasciarti sola con lui?
— Sì, ma prima dammi la lettera incriminata.
Ella me la consegnò con atto rassegnato e si allontanò, ma dalla soglia
si volse e con un ultimo sguardo implorante depose nelle mie mani i
suoi destini.
*
Tranesi entrò dopo alcuni minuti cantarellando un'aria della _Tosca_,
coi due pugni nelle tasche della sua giubba da casa, dal largo colletto
scozzese, e mi s'inchinò profondamente alquanto sorpreso della mia
presenza nel suo studio, senza la compagnia di sua moglie.
— Voi, amica mia?
— Io, amico mio.
— E Rosalba? Perchè vi ha lasciata sola?
— Era qui or ora. Si è assentata vedendovi giungere.
— Per quale ragione?
— Per non assistere ad una scoperta, o meglio, ad una conferma che
poteva tornarle molto sgradevole.
— Mi duole di confessare la mia scarsa intuizione, ma non intendo, —
egli confessò tutto sorpreso.
— Eccovi la spiegazione, — risposi porgendogli la carta denunziatrice.
— Ella mi ha incaricata di consegnarvi queste pagine e di chiedervi una
lettera che la signorina Frida Wok le ha scritto dalla Svizzera e che
dev'essere giunta a voi per errore.
Tranesi non ritirò i fogli ch'io gli tendevo, ma si frugò in tutte le
tasche sollevando con stupore le sopracciglia nella fronte già un po'
calva.
— Ma sì, la cosa è abbastanza curiosa ed altrettanto oscura. Mi
giunsero stamane allo stabilimento, naturalmente col visto della
censura, tre o quattro pagine affettuose che quella buona ragazza, ora
nostra nemica, scrisse evidentemente per mia moglie. Eppure l'indirizzo
è tracciato con chiarezza e quella donnina dai capelli rossi sembrava
tutt'altro che sbadata. Lo sbadato sono piuttosto io che non riesco
nemmeno a ricordarmi il suo nome. Forse perchè io la chiamavo quasi
sempre per ischerzo _l'ussero della morte_. Rammentate ancora?
— Rammento.
— Non so davvero spiegarmi la causa di questo sbaglio e sarei
lietissimo se voi m'illuminaste.
Aveva finalmente rinvenuto in fondo ad una tasca della sottoveste i
foglietti gualciti e me li porgeva ridendo e rievocando:
— Era forse un nome un po' funebre, ma stava bene a quel bel pezzo
di tedesca sempre tutta in nero col teschio d'oro come ornamento.
E inoltre sembrava quasi una profezia. Chi l'avrebbe mai detto in
quei tempi d'alleanza che ci saremmo così presto voltati incontro
reciprocamente i cannoni? Ma veramente non riesco a comprendere che
cosa significhi questo scambio di lettere.
— Se permettete ve lo spiegherò io, — insinuai con un sorriso
leggermente schernitore.
Il marito della mia amica mi considerò un momento non senza qualche
trepidazione, poi mi s'inchinò con cerimoniosa disinvoltura:
— Davvero? Ve ne sarò molto riconoscente.
— Orbene, — incominciai con una ostentata gravità, — ciò significa
che la censura con un abile gesto da giocoliere ha cambiato le buste e
quindi i destinatari, ed ora la mia amica Rosalba, ossia vostra moglie
è in possesso d'una ardente lettera d'amore che quella donnina dai
capelli rossi vi ha scritto, ricordando le gite in automobile, i baci
furtivi e i deliziosi convegni “laggiù„.
Tranesi spalancò gli occhi esterrefatti e picchiò il piede in terra con
iracondia.
— E che c'entra la censura? Perchè s'immischia in questi affari privati?
— Perchè sieno puniti non soltanto i traditori della patria, ma anche
i traditori della fedeltà coniugale, — sentenziai con una solennità
alquanto beffarda, consegnandogli la busta che conteneva gli sfoghi
erotici-sentimentali di Frida Wok. — Leggete, marito indegno, e
tremate. Leggete, amante indimenticabile, e inteneritevi.
Egli afferrò le pagine nervosamente e le scorse con rapido sguardo,
poi lasciò cadere la palma aperta sul piano della scrivania in atto
crucciato ed iroso.
— Ma quella donna è pazza. Non si scrivono simili cose, specialmente
quando devono passare sotto gli occhi di un terzo il quale poi si
diverte a far pascere imbrogli pericolosi. Mia moglie ha dunque lette
queste compromettenti sciocchezze?
— Le ha lette. Da capo a fondo.
— Ed è certa che furono scritte per me?
— Lo suppone. Le indicazioni non sono abbastanza precise per darle
l'assoluta certezza.
— Ah! — esclamò con un sospiro di sollievo l'infedele, — lo suppone
soltanto. Allora il male non è irrimediabile. Bisogna convincerla
che....
— Che l'amante era un altro.
— Precisamente.
— Mentre eravate voi.
— Precisamente. Ossia, amica mia, ve ne prego, non compiacetevi di
cogliermi in fallo. Aiutatemi piuttosto e consigliatemi. Come posso
persuaderla che s'inganna sospettando la mia infedeltà?
Crollai il capo ridendo, divertita del suo turbamento, agitando
nell'aria i foglietti gualciti tratti dianzi dal fondo della sua
tasca e glieli riconsegnai, suggerendogli a bassa voce, con un'aria di
complicità allegra:
— Strappate o bruciate questa lettera e non confessatele mai ch'essa è
giunta stamane al vostro indirizzo.
M'ero avvicinata alla finestra e scorgevo di sotto alle tendine
abbassate la mia amica Rosalba appoggiata a un albero del giardino,
con un viso pieno di trepida ansietà e gli occhi fissi sulla vetrata
chiusa dello studio, come se attendesse di là il responso estremo sulla
propria sorte.
— Mi crederà? — chiedeva intanto suo marito, riducendo in minutissimi
brandelli le espansioni epistolari di Frida Wok.
— Sì, perchè il suo desiderio di prestar fede alle vostre menzogne è
almeno tanto grande quanto il vostro desiderio di essere creduto. Le
verità sono quasi sempre le nostre peggiori nemiche, le intriganti
litigiose che si intromettono nelle cose nostre più intime e più care
per suscitar gelosie, diffidenze e rancori.
Egli mi porse le due mani, pienamente convinto della scettica forza
di quel ragionamento e strinse con forza le mie, mormorando con una
sorridente emozione:
— Grazie. Vi debbo la salvezza della mia pace familiare. Avete la mia
eterna gratitudine. Grazie.
Io mi sottrassi a quelle effusioni di riconoscenza, anche perchè non
ignoro che la riconoscenza dura soltanto finchè sussiste il terrore del
pericolo e cessa a pericolo superato e fuggii verso il giardino, corsi
a raggiungere la mia amica e le sussurrai prendendola a braccetto:
— Non è lui.
— Ne sei sicura?
— Sicurissima. Figurati che non ricorda nemmeno più il nome di
quella ragazza. Ho investigato con una accortezza e una abilità da
giudice istruttore, ma debbo riconoscere che lo abbiamo indegnamente
calunniato.
Rosalba rimase un momento assorta, con gli occhi di nuovo fissi alla
finestra dello studio, poi si riscosse e mi abbracciò con un improvviso
impeto giocondo, esclamando:
— Ah, come sono felice, come sono felice!
E nel rapimento di quella felicità giunse persino a compiangere il
calunniato.
— Povero caro! Quanto mi duole d'averlo incolpato a torto! Chi sa in
quali mani sarà andata a finire la lettera destinata a me! E chi può
essere l'uomo dei convegni “laggiù„?
— Chi sa! — sospirai crollando il capo trasognatamente, con gli occhi
al cielo.
— Ma la colpa è della censura, — protestò Rosalba con vivacità.
— Scherzi di guerra, — io conclusi con mitezza, e mi chinai a
raccogliere due pervinche da poco sbocciate che da un'aiuola vicina
ci fissavano con uno sguardo azzurrissimo, pieno di meravigliata
innocenza.